Prodotti sardi e identità: ma i pastori senza lavoro sono un problema economico o culturale?

Posted on 19 ottobre 2010

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 Stamattina i pastori sardi sono tornati in piazza a Cagliari per una nuova, probabilmente inutile, manifestazione. Le loro richieste sono, nel migliore dei casi, di difficile soddisfacimento, sia per la carenza di risorse, sia per la complessità dei problemi sul tappeto. Svanita ogni speranza riguardo ad un sostanzioso incremento del prezzo del latte, da qualche settimana l’ultima frontiera della battaglia degli allevatori è quella della provenienza delle carni che vengono poi vendute come sarde.
L’argomento fa presa sull’opinione pubblica. Quello della tracciabilità dei prodotti è uno dei problemi che più sta a cuore ai consumatori. Allo stesso modo, l’idea che un maialetto arrivi dall’Olanda e resti in nell’isola giusto il tempo per raggiungere il primo mattatoio libero ed essere macellato come maialetto sardo pone effettivamente qualche problema alla nostra già fragile economia.
Ma in queste settimane si comprende, leggendo le cronache delle manifestazioni, che la questione non è solamente di natura economica, ma che anzi sta travalicando i confini dettati dalle regole della domanda, dell’offerta e del mercato e si appresta a diventare a tutti gli effetti una questione “culturale”. Vediamo come.
I pastori intanto si propongono come la più originaria espressione dell’economia sarda: “Siamo tutti pastori” è uno degli slogan della protesta, slogan che dunque potrebbe essere declinato anche in “La Sardegna siamo noi”.
Va da sé che, se i pastori sono la Sardegna, anche i loro prodotti sono la Sardegna. Ma a questo punto il giocattolo si rompe. La logica che ci ha portato ad identificare la i pastori e i loro prodotti con quanto di più caro possiamo avere (cioè il mantenimento della nostra identità che da sempre sentiamo minacciata) si scontra inesorabilmente con le logiche della globalizzazione. Chi ha ragione e chi ha torto?
Tutti e nessuno. Il problema è semplicemente mal posto.
Perché è impossibile che la Sardegna torni improvvisamente all’autarchia e viva solamente delle merci che riesce a produrre: questa è semplicemente una follia. Nessuna regione d’Europa è autosufficiente in tutto e per tutto: chi ha i prodotti agroalimentari non ha i computer, e viceversa. Il problema della Sardegna è piuttosto che non è autosufficiente in nulla e questo conduce l’opinione pubblica a vagheggiare un “ritorno alla terra” che, nelle condizioni date, è solo utopia.
Che il salumificio Murru di Irgoli acquisti dall’Emilia i maiali che usa per produrre le sue salsicce “tipo sardo” può impressionare solo chi non ha la benché minima cognizione dei processi industriali contemporanei e della pochezza del sistema produttivo sardo. Invocare la produzione di salumi sardi solo con carni sarde oggi è appunto solo un’invocazione, una preghiera, ma non si può fare.
Certo, i consumatori hanno ragione a chiedere più chiarezza e a sapere che la salsiccia “tipo sardo” non ha solamente carne sarda. Ma d’altra parte, per quale motivo la carne sarda dovrebbe essere più buona delle altre, visto che è esattamente il contrario? La peste suina (che da decenni non riusciamo a debellare) ci impedisce di esportare le nostre carni. Ergo, le acquistiamo “da fuori”.
E il mirto sardo? Lo sappiamo tutti che è fatto con bacche africane. Eppure è sardo. Cos’è che identifica in questo caso il prodotto come sardo? La provenienza della materia prima o la modalità di produzione?
In questa vicenda si mischiano dunque slogan di parte, fraintendimenti economici, incertezze culturali. Si tratta di capire se si debba sostenere i pastori perché sono un’icona della nostra cultura (e se quindi con la loro sparizione, sparisce anche la Sardegna per come noi la intendiamo) o se dobbiamo sostenere un settore produttivo in profondo mutamento (“Con l’ingresso della Turchia nel mercato comune”, mi spiegava oggi un collega, “il prezzo del latte scenderebbe a 30 centesimi al litro”). Gli strumenti per affrontare la crisi cambiano a seconda di come ci rappresentiamo la crisi.
Io penso che questa crisi sia essenzialmente economica e come tale vada affrontata. Se poi da questo conseguirà una diminuzione drastica di pastori e allevatori e dunque il mutamento della nostra identità, questo non ci deve spaventare perché la nostra identità è già cambiata moltissime volte nel corso dei secoli. Si tratta però di approntare misure di welfare che consentano a chi viene espulso dal mercato di non soccombere.
Quanto ai prodotti, visto che non produciamo abbastanza, sarebbe assurdo impedire a chi trasforma di importare le materie prime che occorrono per continuare a lavorare, e questo anche potendosi fregiare di un marchio di “sardità” che sta tutto nelle modalità di produzione. Poi certo, ci potranno essere anche dei prodotti sardi al cento per cento, ma stiamo parlando di una nicchia e non di più, che non risolverà certo dall’oggi al domani la crisi delle nostre zone interne (e prima o poi bisognerà pur sfatare il mito dello sviluppo locale).
Ciò che mi impressiona di questa vicenda è che in maniera sottile si sta riproponendo sul piano della produzione economica il tema dell’identità così’ come è stato affrontato anni fa sul piano della produzione culturale. Chi ha fatto cultura è riuscito a capire cos’è sardo e cosa no, semplicemente accettando l’idea che ci siano più “Sardegne” e che nessuna idea di Sardegna è dominante ed esclusiva rispetto alle altre. La cultura nella nostra isola ora accetta la presenza tanti prodotti che possono sembrare lontanissimi tra loro, che magari lo sono ma che non vengono messi in contrapposizione.
Dunque, con la giusta chiarezza va bene tutto: il prodotto sardo sardo e quello realizzato con materie prime non isolane. Ma che non accada che attraverso la crisi dei pastori si torni ad un’idea di purezza, di identità esclusiva, con un approccio che non ha mai aiutato la Sardegna a crescere. Si distinguano i piani: quello economico, quello culturale e quello sociale. Per ognuno si trovi una soluzione diversa. Ma impediamo che un’idea esclusiva di identità sia il coperchio per una pentola dove dentro bollono elementi che con la cultura hanno poco a che fare. Anche perché in questo modo non risolveremo mai nessun problema, figuriamoci quelli così complesso come la crisi dell’agricoltura sarda.

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