Pastori sardi, tutti i rischi di una vertenza diventata “esemplare”

Posted on 22 ottobre 2010

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La vertenza aperta dal Movimento Pastori Sardi è entrata in una terra di nessuno. Il rifiuto a lasciare il Consiglio regionale, il no alla piattaforma proposta dalla maggioranza di centrodestra, l’annuncio di una nuova grande manifestazione a Cagliari, la reiterata pretesa di vedere esaudita la richiesta di indennizzi milionari e l’appoggio sostanziale dato dall’opposizione di centrosinistra alle richieste del Movimento, hanno condotto ad una situazione di stallo.

Impossibile sapere cosa succederà adesso, quali saranno le prossime mosse, quali obiettivi si potranno ragionevolmente raggiungere. Il presidente Cappellacci ha spostato alla settimana prossima il vertice con tutte le sigle del mondo agricolo e per sabato ha convocato la sua maggioranza per capire cosa fare.

Le posizioni sono molto distanti. Per i pastori la soluzione del problema coincide con il reperimento delle risorse per gli indennizzi (220 milioni solo per quest’anno, più o meno altrettanti per i prossimi due), per la Giunta la soluzione invece prescinde dalla quantità di risorse a disposizione e passa attraverso una serie di provvedimenti strutturali da attuare anche a costi minori. Per il centrosinistra i soldi si devono trovare, anche a costo di sforare il patto di stabilità, ma per la giunta questa ultima richiesta è improponibile perché avrebbe effetti peggiori dei benefici che dovrebbe apportare.

Il passaggio è delicato: al di la di tutto, la vertenza del Movimento Pastori Sardi sta pericolosamente diventando il prototipo di tutte le vertenze possibili oggi in Sardegna, sia per la modalità adottata che per le richieste avanzate. Questa rischia di essere percepita come la “madre di tutte le proteste” per il lavoro, il modello da seguire. E se non si trova una onorevole conclusione per tutti (politica e pastori), i rischi sono enormi.

I pastori stanno puntando tutto su manifestazioni che implicano lo stop di servizi essenziali collettivi (blocco della 131, occupazione di porti e aeroporti), in grado anche di dare una grande visibilità mediatica. La presenza massiccia su giornali e tv ha infatti consentito ai pastori di riaprire una vertenza che sembrava anestetizzata dalla logora ritualità dei “tavoli” e dei “vertici”. Il messaggio dunque è chiaro: perché la politica si occupi di un problema non basta fare clamore e fare notizia, serve coinvolgere (anche se in maniera impropria) la collettività e cercare lo scontro frontale con le istituzioni (elemento che garantisce di questi tempi un pressoché incondizionato appoggio da parte dell’opinione pubblica). E infatti, a poche ore dall’occupazione del Consiglio, a poche centinaia di metri dall’aula di via Roma, i lavoratori della Geas occupavano la terrazza della stazione. Immagino che i sindacati stiano seguendo con particolare apprensione questa situazione, perché il rischio emulazione è fortissimo e i lavoratori delle imprese oggi in crisi potrebbero essere tentati dal fare il “gesto esemplare”.

Ma la protesta del Movimento Pastori Sardi si impone come esemplare anche per le richieste che vengono avanzate. Laddove la politica propone un ventaglio (seppur discutibile o forse anche inutile, non è questo il punto) di soluzioni, i pastori chiedono una sola cosa: soldi. E pure tanti. Ergo: se tutte le vertenze sarde dovessero avere come unica richiesta il soddisfacimento delle pretese economiche, la situazione sarebbe ingestibile.

La debolezza della politica esaspera questa impostazione. Perché i lavoratori dovrebbero fidarsi della parola di un assessore o di un politico? Meglio chiedere tutto e subito che perdere l’occasione buona per risolvere in un attimo problemi che magari si trascinano da anni. L’esasperazione della crisi sta portando molti a ritenere che problemi gravi e complessi possano essere risolti nel giro di pochi giorni: purtroppo le cose non funzionano così.

Ma a farlo credere è stata la politica stessa, lo stesso centrodestra che ora governa e che già dagli anni di Soru aveva promesso alla Sardegna che avrebbe risolto in un attimo le situazioni più difficili, quasi che bastasse liberarsi di Soru per risolvere tutti i problemi, che il resto sarebbe venuto da sé. Ve li ricordate i Diana, i Liori, gli Artizzu, i Sanjust, i Vargiu, quando quotidianamente giocavano a demolire non solo l’esperienza innovativa della presidenza Soru ma anche l’idea che la politica non fosse un faticoso e doloroso processo di cambiamento e di mediazioni ma soltanto una visita a Villa Certosa e una telefonata a Putin?

Ora tutti questi apprendisti stregoni raccolgono i frutti amari delle promesse a vuoto fatte per anni. Sono loro che hanno illuso i lavoratori che tutto si sarebbe risolto con un comunicato stampa pompato dal giornale amico o mandando a casa l’assessore piemontese.

Cosa succederà adesso? Difficile dirlo, impossibile fare previsioni. La Sardegna però è adagiata su un vulcano. Ieri a Cagliari hanno manifestato i pastori, i lavoratori della sanità, i lavoratori della Geas, gli studenti, mentre gli agricoltori occupavano l’assessorato. Se tutte le proteste dovessero trovare un momento di unità la situazione diventerebbe esplosiva.

Rischi? Solo rischi? Siamo sicuri che questa vertenza rappresenti solo un rischio? No. C’è anche una opportunità: che da una protesta così decisa il presidente Cappellacci, la sua giunta e la sua maggioranza capiscano che il tempi dei giochetti è finito e che bisogna mettersi a lavorare. Sul serio, però. Lo capiranno?

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Posted in: Politica, Sardegna