Il caso Mani/6: “Don Cugusi è stato rimosso da Sant’Eulalia in maniera immotivata”

Posted on 5 novembre 2010

8


Torniamo, per concludere, a Sant’Eulalia e alle interlocuzioni con il Vaticano riguardo a fatti e misfatti diocesani. 

«Potrei ricordare intanto l’intervento generoso di don Cannavera, che nella circostanza si è rivelato vero amico di don Cugusi, partecipando anche ai festeggiamenti dei 40 anni di sacerdozio come a quelli di congedo dalla comunità. Ma anche proponendosi come ponte di dialogo, e altresì firmando testi forti ospitati dalla stampa, che rimarranno come testimonianza di un certo sentire ecclesiale. E ancora offrendo le strutture della Collina per le riunioni dei preti che progressivamente si sono presi l’impegno di dare tempo a una comune riflessione per l’oggi e il domani dell’archidiocesi, alla vigilia del cambio in episcopio…».

In questo quadro sono nati il gruppo e il giornale che portano lo stesso nome: Cresia. Come si è sviluppato questo progetto?

«Cresia si deve alla iniziativa di alcuni dei laici appartenenti a più parrocchie cittadine che, negli ultimi tempi, hanno inteso allargare il confronto delle opinioni circa le questioni della Chiesa locale. Sotto un certo profilo, potrei dire della mia parte, che è limitata alla genesi del progetto. A taluni amici – tutti di grande cuore e di grande mente, lo posso dire con certezza assoluta, e anche con forte sentimento di Chiesa – con i quali discorrevo dei disastri ultimi (Sant’Eulalia, il giovane diacono costretto a dare una mano, peraltro felicemente, in una parrocchia della provincia, lo scialacquo di denaro pubblico per il college di lusso, l’esosità della mensa vescovile) io proposi questo: fra pochi mesi, o fra poche settimane se il Cielo vuole, l’archidiocesi nostra avrà un nuovo vescovo, dunque dobbiamo disporci a tendere le nostre analisi sul presente ma le nostre riflessioni e proposte verso quel futuro ormai vicino del cambio di guardia in episcopio; si tratta di approfondire la conoscenza delle varie problematiche, migliorare la nostra competenza, stimolare e incrociare interlocuzioni impegnate, sagge, equilibrate, esperte nella città e fuori, e con esse sviluppare un discorso o un progetto da proporre poi a tutti. E così avanzai l’idea di un numero unico, da far uscire in occasione del saluto di don Mario alla parrocchia di Sant’Eulalia, un po’ come si faceva un tempo soprattutto con i vescovi in partenza o in arrivo, o di prima nomina, ecc».

Veramente  si faceva così?

«Le biblioteche conservano questi giornali, io stesso ci ho lavorato sopra, come per monsignor Serci-Serra, o per monsignor Luca Canepa, o ancora – per dire di qualche arcivescovo recente – il cardinale Baggio, o il caro monsignor Bonfiglioli… L’idea piacque ed è stata messa a fuoco da competenti. Così è nato “Cresia.net” come giornale on line e/o su carta e Cresia come associazione. Alla testata sono stato gentilmente richiesto di collaborare. E ho ripreso lì quella specie di agenda fra storia e attualità della Chiesa e della città che per anni ho tenuto, con Cleliano Aru, sul periodico “Chorus”».

Il giornale ha accompagnato, e anzi ospitato il saluto di don Mario Cugusi dalla parrocchia lo scorso 10 ottobre, e poi domenica 17 c’è stato l’ingresso ufficiale del nuovo parroco. Commenti?

«Sul numero 3 del “Notiziario Diocesano”, che mi è arrivato proprio ieri, ho letto nella rubrica “Appunto per la cronaca”: “Venerdì (23 luglio) una rappresentanza della parrocchia di Sant’Eulalia ha incontrato l’Arcivescovo”. Punto e basta. Ma il giornale diocesano del 1° agosto le ha cantate sia in do che in fa diesis minore e maggiore, senza gloria per chi ha firmato e anche per chi ha avuto vergogna e non ha firmato. Perché, se posso fare una rapida e pur conclusiva parentesi, non posso non rilevare come fra gli ubbidienti passivi dell’arcivescovo nelle sue mosse recenti, vi sia anche qualche prete che per un anno intero, giusto dieci anni fa, ho difeso presso l’arcivescovo Alberti contro le discriminazioni che mi pareva patissero ingiustamente. Hanno dimenticato e avallato oggi una ingiustizia…

Don Cugusi però non è stato il solo ad essere stato “bacchettato” dall’arcivescovo…

«Infatti nel mucchio di quelle righe erano anche gli insulti a un galantuomo a cui l’amministrazione pubblica, l’interesse pubblico cagliaritano e sardo deve molto, per il servizio reso nel tempo dall’interno di banche ed enti chiamati a prove non facili. Ma a cui deve molto anche il giornalismo e la cultura, la saggistica storica, per una produzione che ha del prodigioso nel numero dei titoli e più ancora nello spessore delle trattazioni. E non meno gli deve, per la lealtà e l’umiltà del suo servizio all’ambone, la parrocchia di Sant’Eulalia, antica e tornata a vita giovane grazie sì al parroco straordinario dell’ultimo trentennio, ma grazie anche ai tanti collaboratori, dalle catechiste ai responsabili sportivi e dell’oratorio, agli addetti al teatro e al museo o agli scavi, per tornare poi alla cabina di regia dove il decano del Consiglio pastorale ha dato del suo meglio. Aggredirlo come ha fatto, con le parole e con lo scritto, l’arcivescovo è stato indegno dello stato apostolico al quale egli avrebbe dovuto confarsi. Ma tant’è…».

E infine c’è stato però l’arrivo di don Lai. Un punto fermo e una svolta, oppure soltanto una parentesi? 

«Dirò subito di don Marco Lai, che certo ha i numeri anche lui – con il suo specifico – per essere non solo un bravo parroco, ma un grande parroco, degno continuatore di don Mario Cugusi… Prima, però, vorrei dire una parola conclusiva, di cronaca, sui passaggi di resistenza rispetto al provvedimento dell’arcivescovo dello scorso luglio, anche se formalizzato soltanto a settembre. Dopo l’informativa generale e previa di cui ho detto all’inizio, indirizzata alla Congregazione del Clero, don Mario ha inviato il suo ricorso all’ordinario diocesano, come il codex prescrive molto chiaramente: rimozione – nonostante che di rimozione non si parli nel decreto arcivescovile ma soltanto di “cessazione dall’ufficio” – senza motivo, perché in un decreto un vescovo non può scrivere “deciso per vendetta”, non sarebbe canonico e non sarebbe estetico».

Si sa che, nella fattispecie, l’ordinario può respingere il ricorso ma deve, dovrebbe astenersi da altri atti ostili al ricorrente.

«E invece c’è stata la formalizzazione della nomina del successore. Di qui il nuovo ricorso di don Mario, stavolta alla Congregazione del Clero presso la Santa Sede. La quale Congregazione, con un fax al decano dell’uscente Consiglio pastorale, ha inviato una comunicazione il giorno 16 ottobre con una formulazione tecnico-giuridica molto stretta, che a parere di diversi farebbe ritenere che essa Congregazione propenda ad inquadrare la vicenda di Sant’Eulalia proprio come una rimozione immotivata e non come una neutra “cessazione dall’ufficio” per decorrenza del tempo per il quale l’ufficio fu conferito. Anche perché, sul punto, andrebbe ricordato che nel decreto dell’arcivescovo Alberti del 1989 (che trasformava in parrocato l’amministrazione parrocchiale cominciata nel 1983 e successiva alla vicaria parrocchiale del biennio 1980-1982) si conferiva il mandato sì per nove anni, ma con proroghe ove “esigenze pastorali lo esigessero”. Il che è evidentemente stato riconosciuto dallo stesso Alberti fino al 2003 – sono dunque ulteriori cinque anni dopo il 1998 – e ancora da Mani dal 2003 al 2010 – e sono ancora altri sette anni. Esigenze pastorali. Il parroco uscente e il Consiglio pastorale e molti della comunità rilevano questo: la “cessazione dall’ufficio” che non sia da intendersi come rimozione non può negarsi al confronto con le “esigenze pastorali”. Queste non sussistono più? Lo si dica e lo si scriva, nero su bianco. Non sono state fronteggiate adeguatamente? Lo si scriva. Ci si assuma le proprie responsabilità».

In attesa dunque dell’esito dei ricorsi siamo ormai entrati nella fase Lai. Sarà un bene per Sant’Eulalia?

«Don Marco Lai – per me anche un amico da un quarto di secolo!, dai tempi della nostra comune gioventù o dell’inoltro nell’età adulta – è uomo di grandi qualità, è prete di grande fede e spiritualità e anche buone letture, è cristiano di grande sentimento partecipativo alla sorte dei più deboli. Come parroco ha fatto anche lui miracoli. Tanto più a Santa Margherita di Pula, dove ha rilevato – dopo un breve interregno – la parrocchia che era stata di don Cannavera. Parrocchia complessa, multicentrica, distesa sul territorio fra mare e montagna, dico meglio fra villaggi di seconde case marine e turistiche e case coloniche di vecchi assegnatari Etfas, insomma fra vacanza e lavoro di campagna… E negli anni del parrocato di Santa Margherita egli ha iniziato a dimostrare chi era, arrivando a cedere perfino il suo letto agli ospiti bosniaci che, come Caritas, era riuscito a portare in Sardegna, salvandoli dalla guerra. Nuclei familiari interi, ragazzi e bambini, adulti, uomini e donne, bisognerà scriverla quella storia. Ha fatto, maturando in quegli anni esperienze straordinarie, umane ma anche cristiane, di prete di trincea. Esperienze che, in verità, per certi aspetti aveva iniziato, in altro contesto, certo più tranquillo, come vicario a San Pietro di Assemini, subito dopo la sua ordinazione, nel 1980… Ho accompagnato a morte, tempo fa, quando la Provvidenza ha voluto che vivessi anch’io per anni la vita dei malati di aids nel reparto Infettivi, Francolino, uno dei ragazzi che lui con don Efisio Spettu aveva fra i più cari in Assemini… Ed esperienze poi a Sant’Eulalia, collaboratore allora, fra il 1984 e il 1985, proprio di don Mario Cugusi. Ottimo il loro affiatamento, e i risultati si sono visti nel tempo. Quindi Santa Margherita e dopo altri tredici anni eccolo a Sant’Elia, a raccogliere una eredità nobile, quella di don Guido Palmas, che era stato per lunghi anni missionario in Brasile e cappellano all’ospedale “SS. Trinità” ed oggi è arciprete nell’antica cattedrale di Suelli. E a Sant’Elia, pur in mezzo alle difficoltà che sono conosciute, ha lavorato con le famiglie, con i giovani, ha valorizzato i collaboratori perché, fortunatamente per lui, non è un accentratore… Certo, dal mio punto di vista e per quanto se ne è detto da chi conosce le cose, il vedere il quartiere di Sant’Elia, che pur non è più quello di trent’anni fa – il quartiere del prete-operaio, il quartiere ante-Vasco Paradisi cioè, per dire dei responsabili parrocchiali, e anche il quartiere conosciuto da Franco Oliverio –, vedere il quartiere come roccaforte elettorale di un partito come è quello che purtroppo governa o sgoverna Cagliari, è triste».

Cos’è cambiato, perché è cambiato?

«Si risponde: sono arrivate le elemosine comunali, che non aiutano la maturazione dello spirito pubblico, la consapevolezza civica, la comprensione ovvia e banale che una politica elemosiniera non regala nessun futuro ed è a puro esaurimento delle risorse, è intimamente disonesta e prepara nuove sconfitte… Se ne dà qualche colpa, dico di questo scadimento della coscienza di classe e civica in cambio dei belletti e dei deodoranti, anche alla parrocchia che non avrebbe preteso dall’Amministrazione un profilo alto nella progettualità del domani condiviso e non si sarebbe impegnata nella educazione sociale che è dovere e responsabilità, dignità capace di fronteggiare l’imbroglio di certa politica. Sarebbe mancata alla parrocchia la capacità di una lettura critica della sostanza vera di una classe “non”dirigente, senza ideali, senza gusto alla gratuità».

L’avrebbe anzi carezzata…

«Ma al di là di questo, che pure è importante, importantissimo anzi, certo è che con il parrocato si è associato, in don Lai, il servizio di direzione della Caritas diocesana. E forse nessun prete del clero cagliaritano avrebbe potuto fare di più e meglio di Marco Lai in quel settore in questi anni. E se un limite c’è stato anche nella attività della Caritas – perché la critica è lealtà, è interessamento, è dono di intelligenza, e dunque è doverosa –  è forse quello di non aver suscitato, fra gli amici della vasta e meritoria rete, una mente “avversa”, critica per statuto o chiamata, sicché la resa avrebbe potuto confrontarsi anche con questo giudizio. E forse alla Caritas – ma credo di più alla testa della diocesi – si sarebbe dovuto chiedere, in questi anni, di lavorare nella educazione, lungo prospettive orizzontali, perché poi il volontariato come recinto sia finalmente sostituito da un volontariato presente nella identità propria e ordinaria di ogni cristiano che va alla preghiera, alla messa, alla processione».

Ha partecipato all’insediamento del nuovo parroco?

«Sì, certo. E però confesso, e mi duole dirlo, con un doppio sentimento: di felicità per Marco, perché Sant’Eulalia – per la storia della parrocchia e per il lascito impagabile che da don Cugusi ha raccolto – costituisce come una promozione, un riconoscimento di merito cento o mille volte più di un titolo di monsignore che l’arcivescovo Mani ha dato a lui e a quanti altri soltanto perché ne aveva un cassetto pieno e non costava nulla regalarlo. E però, con la felicità anche per la comunità che in don Marco troverà per qualche tempo una guida nella fraternità, anche una oppressione: perché quella del 17 ottobre è stata una festa, una bella festa, ma che è scaturita da un delitto».

(fine sesta parte/fine)

Annunci
Posted in: Cagliari, Sardegna