Giornalisti precari in assemblea: per ridare dignità alla professione e contro le tariffe da fame di Unione, Nuova & co.

Posted on 10 novembre 2010

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Rilancio una bella lettera della collega Francesca Zoccheddu. Io sabato non ci sarò e mi dispiace perché avrei potuto raccontare come, negli anni in cui sono stato consigliere dell’Ordine eletto dai precari, si sia arenata la battaglia per avere compensi più giusti (in sintesi, la Commissione Ordine-Sindacato-Precari da me proposta e che doveva individuare una serie di soluzioni, non è stata mai convocata e a nulla sono servite le sollecitazioni mie di qualche altro collega perché la situazione si sbloccasse: conservo le mail, se la cosa può interessare).

Ai non giornalisti dico questo: sapete quanto guadagna un giornalista free lance? Più o meno le cifre sono queste.

L’agenzia Ansa paga cinque euro lordi a lancio, l’agenzia Italia parte da dodici.
La Nuova Sardegna paga un pezzo circa dieci euro lordi, l’Unione Sarda corrisponde per un’apertura di pagina (l’articolo più importante in una pagina!) ben dieci euro lordi (di meno se l’articolo ha una visibilità minore…).
Videolina paga per un servizio al telegiornale undici euro netti. Sardegna Uno non ha più collaboratori. Epolis i suoi collaboratori forse li deve ancora pagare.

Con queste informazioni sono certe che potrete capire meglio il senso della lettera di Francesca.

In conclusione, una postilla: siccome c’è sempre qualche professionista del “da che pulpito…”, vorrei prevenire la fatidica e maliziosa domanda: “E a Radio Press quanto li pagate i vostri collaboratori?”. Risposta: niente.

Ne abbiamo pochissimi (due o tre al massimo, dipende dai periodi). Non li utilizziamo per sostituire i nostri redattori, li seguiamo e cerchiamo di trasmettere loro qualche competenza in cambio della loro disponibilità a collaborare per poche ore alla settimana. Dopo un po’ ovviamente le strade si dividono: alcuni decidono di non fare i giornalisti, altri vanno avanti con altre testate o continuano con noi.

Noi evitiamo di spremere i giovani che si avvicinano a noi e che vogliono provare a fare i giornalisti (altrove trovano solo porte chiuse).

Noi, a differenza di altri, non sfruttiamo nessuno. Sono stato collaboratore di tanti giornali dal 1991 al 2008 (anno in cui sono stato assunto da Radio Press), so quello che accade nelle redazioni. Ne è la riprova che se improvvisamente ci dovessimo, per assurdo, privare dell’apporto dei nostri valentissimi collaboratori giornalisti (non dei programmisti, che garantiscono un impegno molto più limitato e che quasi sempre non hanno un profilo giornalistico, e che, ad eccezione dei programmi finanziati, non vengono retribuiti), il nostro palinsesto non subirebbe modifiche. Senza i loro collaboratori, Unione e Nuova invece quasi sicuramente non sarebbero in edicola.

Peraltro, stiamo parlando di testate e gruppi editoriali che fanno milioni e milioni di euro di ricavi, se non di utili. Trattare la nostra piccola emittente alla loro stessa stregua sarebbe come mettere sullo stesso piano una piccola bottega di quartiere ad una Città Mercato (paragone non casuale…).

Ci sono poi gli stagisti dell’Università, il cui percorso in radio dura cinque settimane. Se invece qualche collega professionista in difficoltà ci chiede di collaborare per rimanere “nel giro” cerchiamo di dargli una mano, nel rispetto dei ruoli. Chiarezza e buonafede ci hanno sempre accompagnato. Sapete come lavoriamo e l’ambiente è piccolo, e non mi sembra che in giro la radio goda di una cattiva fama, anzi.

Quindi nessuno può accusare i giornalisti di Radio Press di sfruttare altri giornalisti. Detto questo (e ho detto molto), per evitare ogni strumentalizzazione, non pubblicherò post che trattano questo tema perché le risposte le ho già date.

Offro invece alla vostra riflessione un articolo uscito recentemente su Internazionale che parla dei giovani utilizzati nelle redazioni di tutta Europa e ma che offre anche qualche soluzione. Buona lettura.
http://www.internazionale.it/l%e2%80%99esercito-irregolare-degli-stagisti/

In conclusione, ricordatevi: Ansa cinque euro lordi a lancio, l’agenzia Italia parte da dodici, La Nuova Sardegna paga un pezzo circa dieci euro lordi, l’Unione Sarda corrisponde per un’apertura di pagina dieci euro lordi, Videolina paga per un servizio al telegiornale undici euro netti, Sardegna Uno non ha più collaboratori.

Shampoo e piega in salone da una praticante parrucchiera, dai 12 ai 18 euro.

Ecco la lettera di Francesca.

Colleghi vivi e meno vivi (silenti :-))

io ci provo e, con alcuni, insisto e spero non sia un appello che anche stavolta cade nel vuoto…

Sabato 13 novembre, alle 16, nella sede di via Barone Rossi 29 a Cagliari, si terrà un’assemblea dei giornalisti precari. Io sono convinta sia IMPORTANTISSIMO esserci, che si sia iscritti o meno al sindacato, che si creda o meno nel sindacato.

A questo punto credo che la nostra sia una battaglia per la sopravvivenza ed una battaglia di civiltà.

Per la sopravvivenza, perché non si vive più con questo lavoro, anzi. Siamo lontani da quei mille euro considerati il minimo mensile, ma ben lontani anche da 700-800 euro spesso.

Una battaglia di civiltà, perché i nostri “editori” prendono, chi più chi meno, tanto denaro pubblico che evidentemente non usano per noi e neanche per i contrattualizzati, visto le crisi quotidiane soprattutto nelle tv.

Cosa fare ? premetto subito che non sono iscritta al sindacato e che penso che il sindacato abbia pochi strumenti per intervenire anche solo sul fronte tariffe, si può fare tanto, anche se non sarà facile.

1) La battaglia per le tariffe è e deve essere una battaglia politica. Significa che, come capita in tutti gli altri settori, chi eroga soldi pubblici DEVE verificare come vengono usati e anche mettere vincoli e limiti. Quindi, staniamo la politica. Basta pacche sulle spalle in privato e inerzia quando si tratta di far qualcosa.

2) La nostra è una battaglia per la dignità del giornalista, per la dignità del giornalismo, per la libertà di informazione. Chiunque, associazioni cittadini sindacati colleghi politici, crede che un’informazione libera e pluralista non possa pagare cinque euro lordi il lavoro giornalistico, deve essere coinvolto, informato, deve stare dalla nostra parte.

3) Insieme a questa battaglia “politico-culturale” vanno avviate tante iniziative che solo Ordine e sindacato possono mettere in campo: bacini, blocco delle scuole, verifica delle iscrizioni come pubblicisti, possibilità di accedere all’esame laddove ci siano certe condizioni che non possono essere legate solo al reddito annuale (è ovvio che si tratta di un cane che si morde la coda!).

Per tagliar corto, è importante esserci sabato. Qualunque cosa vogliamo fare, abbiamo bisogno di essere in tanti. Come verrà spiegato sabato, anche in altre regioni si stanno organizzando, per cambiare le cose dobbiamo avere numeri, coinvolgere quante più persone, informare sulla nostra condizione. Non è un problema solo di giornalisti, né un problema solo di precari. Ci riguarda come cittadini elettori. E questo lo devono capire anche i nostri politici. Utopie ? Non so, io dico solo PROVIAMOCI. Altrimenti moriamo, come singoli come categoria come cittadini che ancora si indignano.

Francesca Zoccheddu

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