Il caso Mani/7: Gianfranco Murtas risponde ai vostri post e ringrazia

Posted on 10 novembre 2010

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Ancora con il Caso Mani?? E perché no? Non l’ho inventato io e nemmeno lo studioso Gianfranco Murtas che in una lunga intervista ha dato la sua lettura dei fatti e proposto alcune interessanti osservazioni che, ne siamo sicuri, stanno già tenendo banco nella comunità ecclesiale cagliaritana.

Il dibattito su questo blog è stato partecipato e, talvolta, aspro. Per questo ho chiesto a Gianfranco di rispondere alle sollecitazioni che sono giunte da voi lettori. Ecco le sue risposte.

Caro Vito,
mettiamola in confidenza. Sai che per me la tecnica del blog è novità assoluta. E dunque, fammi intanto confessare un sentimento: che è quello della “simpatia” istintiva, non filtrata da giudizi di merito sulle opinioni riversate, verso tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito. Eccola la “community”: Mossad, Luigi Murtas, Franco Anedda, rosaria, Sardu, Italo Sgrò, Alessandra, Anonimo, Stefano, muttly, Angelo Pistis. E tu pure, che per tre volte ti sei infilato, portando a 51 gli affacci.

Aggiungo subito: “simpatia” nel senso etimologico e perfetto del termine come “comunanza di sentimenti”. E debbo chiarirlo perché sennò anche stavolta come l’8 novembre scorso non mancherà chi, per questo outing, mi accuserà addirittura di “blasfemia”.

C’è “simpatia” perché comunque condivisi sono l’intento e la passione, l’obiettivo della militanza. Avrei anche piacere di conoscere gli undici che hanno portato, sia pure per flash, il contributo dei loro valori e della loro esperienza di vita e spirituale, riversando anche la furia del temperamento, il che ha aumentato il tasso di umanità a un dibattito che però non mi è sembrato molto costruttivo nel contrasto dialettico delle opinioni che ho espresso riferendole tutte a fatti verificabili sol che si voglia, uscendo dal recinto della tifoseria.

In taluno degli interlocutori non c’è stata cordialità e neppure, forse, cortesia. Ma accolgo ogni rimbrotto, taluno anche divertente. Riporterei qui appresso, per un ripasso veloce dei toni, qualche passaggio. E, concludendo, fornirei – come credo doveroso – qualche breve risposta personale senza però ripetere quanto è già nell’intervista, che a rileggerla con occhi amici forse non meriterebbe né strali né cestino. Ma invece mi permetterò – e se la mano tesa non interessa, la si lasci pure cadere – qualche divagazione personale che però non mi sembra fuori luogo, ma anzi elemento ulteriore di chiarimento di un pensiero e di una azione.

Al festival delle carezze dunque: «una bella marmellata di luoghi comuni, pettegolezzi», «le parole di gfm alzano una nebbia», «studioso serio e stimato? ma la smettete di scappellarvi? a parte il fatto che è massone e per questo ci gode a mettere in cattiva luce la Chiesa e farla apparire un covo di vipere, ma stimato da chi?».

Ancora: «comincio a provare un profondo disgusto per l’argomentare allusivo e fumoso di gfm»,  «un mascariatore», «una presupponenza manifestamente ridicola», «l’apice nello sproloquio allusivo», «l’apice del parlare a vanvera», «l’apice dell’ignominia», «una sua visione della realtà totalmente avulsa dai fatti, fatti che lui si ingegna a rielaborare in maniera che possano essere compatibili con le sue asserzioni… illazioni totalmente infondate»,  «evidenzia di possedere una base culturale comune ai totalitarismi, l’obbligo di sottostare ad un pensiero unico, pure se poco intelligente».

E per sovrappiù: «sterile polemica basata sull’ignoranza non depone a favore della competenza di m: più va avanti l’intervista e più mi sembra che come “esperto di cose di Chiesa” sia scarsamente attendibile», «gli sproloqui di questa pagina», «molto scaltro g. a rigirare la frittata per dire che sono i suoi interlocutori a non portare argomenti. E i suoi dove sono? Io vedo solo un misto di Dan Brown, Grande Fratello e talk show… attendo ancora risposta, ma ho paura che tarderà ancora a lungo».

E con ironia e prima dello svarione: «a mio parere eri vicino pure al primo uomo controcorrente che la storia ricordi: un certo Caino, fratello di Abele il primo “papalino”», «tu vomiti su di loro (i ministri della Chiesa) critiche e accuse, incurante della loro fondatezza… per questo hai un ruolo nella conduzione del gregge: il Creatore saprà riconoscerti il giusto compenso», «m. confonde le parrocchie con le sedi del PD», «gfm non si vergogna nemmeno un poco a scrivere simili perfidie?».

Luigi Murtas ha contestato, già quasi all’inizio, i riferimenti, invero sobri, alla diocesi di don Tonino Bello. Potrei spiegare il loro perché. Che è da collocare nel benvenuto che, prima ancora che arrivasse a Cagliari, io porsi via mail all’arcivescovo, permettendomi – nella confidenza  che non mi nego mai neppure a chi non ho mai incontrato – di esternare opinioni e di motivarle. Infatti ci si impara a conoscere parlandosi, raccontandosi reciprocamente. E dunque ci fu uno scambio di quattro mail cordialissime, amichevoli direi, sul cui merito non mi parrebbe opportuno entrare adesso. Ma certo è che di don Tonino ci scrivemmo allora, da una parte e dall’altra, direi… programmaticamente. So che è stato avviato il processo per portare agli onori degli altari il nostro don Tonino come quell’altro grande a cui spesso mi riferisco, l’arcivescovo martire Oscar Arnulfo Romero. Sono sensibilità che nella archidiocesi condivido con altri, e per dire soltanto dei preti certo con don Cugusi, ma certissimamente con don Spettu e con don Cannavera. Insieme con i quali aggiungo, nelle speciali ispirazioni che noi sempre rinnoviamo anche per le letture che continuano, dom Helder Camara, per tre volte candidato al Nobel e grande amico di Paolo VI, del quale io ricordo sempre il libro-intervista “Conversioni di un vescovo” in cui egli dice press’a poco: sono entrato al Concilio che ero un bravo conservatore e uomo d’ordine, ne sono uscito trasformato e amante dei poveri, pronto a prendermi l’accusa di comunismo. E di quel libro bellissimo ricordo sempre anche le prime pagine in cui egli racconta la sua formazione e già anzi la sua infanzia e adolescenza, e l’educazione impartitagli in casa dal padre massone: e parla di questa massoneria umanistica, non ideologica, che si combinava benissimo, essendo un’altra cosa, non una religione ma una esperienza umanistica, proprio con la sequela che è propria dei credenti nel Gesù di Nazaret.           

Italo Sgrò mi accusa di “sparlare” della Chiesa perché massone. Credo bisognerebbe conoscere la storia delle persone, la loro formazione (sia quella spirituale che quella civile) e la loro militanza, se e quando militanza c’è o c’è stata, nell’associazionismo e giudicare, con i dati di fatto, se una tessera condiziona o addirittura irreggimenta la libertà di coscienza e quella pratica o se è questa, nutrita anche di molta sofferenza, ad indirizzare la militanza e a darle senso e sostanza. Da quasi trent’anni ho in tasca soltanto la tessera dell’Avis e quella dell’Aido, che mi bastano. Quando ho avuto la tessera politica, che avevo preso da adolescente (di formazione cattolico-liberale amante del risorgimento patrio sul versante mazziniano), ho votato sui documenti la gran parte delle volte in minoranza o anche in solitudine. Ma che m’importava? m’importavano l’idea grande e il progetto – con Gioberti io credo alla missione provvidenziale dell’Italia (che certo non può storicizzarsi con la masnada dei nostri governanti d’oggi!) –, non il tatticismo e meno ancora la bottega, e mai ho avuto  ambizioni di piegare a me quelli, per dirne una, che volevano si facesse alleanza con i radicali. Con i quali gli amori condivisi sono pochi: Giordano Bruno, arrostito vivo – al suo mito cagliaritano ho dedicato un libro presentato proprio a Sant’Eulalia molti anni fa! –, le battaglie contro la fame nel mondo. Al referendum sul divorzio, nel 1974, ho votato per il mantenimento di quella legge, che certo non serviva a me, che sono monaco. Al referendum sull’aborto, nel 1981, ho votato contro la proposta radicale e ho messo scheda bianca sul quesito abrogazionista depositato dal comitato: perché mi era e mi è chiaro che alla vita bisogna dire sempre sì, ma nella situazione concreta in cui si doveva scegliere un male minore (maggiore essendo il mercato clandestino) non si poteva rispondere con l’ideologia. E aggiungo che proprio nel concreto ho cercato di fare la parte che la coscienza mi dettava per la difesa della vita. Anche negli anni terribili del massacro dell’hiv. Anche allora, quando pur si temeva che dalle gravidanze venissero bambini malati. E ci sono questi fiori oggi, al mondo, e sono ormai adolescenti, e sono anche figli miei, figli di una parola e di un intervento diverso dalla pacca sulle spalle!

Circa la massoneria, bisognerebbe conoscerla. Ho avuto lunga corrispondenza con il paolino don Rosario Esposito, di recente scomparso, l’autore di “Le buone opere dei laicisti, anticlericali e framassoni”, che ha censito anche i beati venerati dalla Chiesa che avevano nutrito la loro umanità anche con la pratica della loggia. E in quanto a Cagliari posso segnalare, nel gran libro delle esperienze, una famiglia che qualche giudice minorile affidò ad una loggia: e non fu tanto l’occuparsi della salute della signora in viaggio periodico a Parigi per il suo cancro, o per il lavoro da recuperare per il capofamiglia che era stato nell’Arma, e neppure per le dotazioni materiali ai grandi e ai cinque piccoli, alle cure speciali per l’adolescente in pericolo “morale” incombente data la promiscuità ambientale, no fu soprattutto il prendersi i bambini a casa e far loro lezione e doposcuola, così per anni, ogni settimana e dentro la settimana, e tenerli a tavola e portarli in gita come figli aggiunti e cercati, non subiti…

Angelo Pistis mi accusa sostanzialmente di essere un miserabile, perché sarei solito diffamare chi è in vita per poi onorarlo da morto, e cita il caso di mgr Giuseppe Bonfiglioli. Scrive testualmente: «… è la sua specialità diffamare il vescovo in carica ed esaltare i predecessori. Volete la prova del nove? in quest’ultimo capitolo del codice da Vinci di Dan Brown… ehm  mi sono sbagliato, scusate, volevo dire in quest’ultima parte dell’intervista (il blogger ci ha promesso che è l’ultima, speriamo… ci risparmi ulteriori arzigogoli fantascientifici)… l’ineffabile gfm diversi anni fa pubblicò sull’US una serie di articolesse diffamatorie proprio verso quel santo vescovo che fu B. Il cliché era esattamente lo stesso usato nei confronti di Mani… pensate il sublime gf pensò bene di attaccare B proprio sul versante più improbabile, quello della povertà, pur sapendo…  a quale livello eroico B vivesse questa virtù. Ma per gfm B era un riccastro che nuotava nell’oro perché… in episcopio c’erano alcuni quadri di valore e sale di qualche pregio artistico, che evidentemente il Dan Brown di Stampace ascriveva autonomamente al patrimonio personale del vescovo. Questo è l’uomo gfm, il suo stile e la sua etica. Tanto per informare chi fosse tentato di calibrare il suo giudizio sulla base di queste fluviali interviste romanzate».

Spiacciono conclusioni così affrettate, peggio che ingenerose nell’esame dei fatti, anche se poi mi parrebbe normale – lo dico astraendo dal caso specifico – che fra viventi ci si parli e anche contesti, ma che poi la morte pacifichi e sposti su un altro piano il giudizio critico (storicizzandolo), anche perché mancherebbe l’interlocuzione e dunque la difesa della tesi opposta a quella dichiarata.

Ma l’osservazione di Pistis, questa sì veramente sgradevole perché investe una sfera che mi parrebbe intangibile, è impropria soprattutto nel merito. L’arcivescovo Bonfiglioli venne a Cagliari, da Siracusa, nel 1973 con il Vangelo in una mano e il Concilio nell’altra, così disse lui stesso. Io lo conobbi e frequentai in un cenacolo (chiamalo di spiritualità o lettura biblica e discussione) di amici per lo più insegnanti verso la metà degli anni ’70 e con lui ebbi anche corrispondenza (ricordo in particolare quella del 1978); ebbi l’onore di essere invitato (con pochissimi altri) nella sua cappella in episcopio per l’introduzione agli ordini sacri, insomma per l’avvio del cammino presbiterale del prof. Antonio Spanedda, da lui stesso poi ordinato nel 1979; condussi con lui una intervista molto cordiale, ma che da principio gli era parsa animata da qualche mia intenzione polemica, per la televisione (in cui portai anche lettura e commento del Vangelo settimanale): l’anno era il 1981, ho il nastro e Pistis può visionarlo ed ascoltarlo quando vuole, ed ho io memoria di mons. Bonfiglioli – distesosi ormai nella conversazione e compreso bene che ero amico e non nemico, e illustratore perfino della pinacoteca episcopale – che insistette perché allungassi, ma è chiaro che avevo tempi contingentati; mi dispiacqui che nel 1982, quando a lui e all’ausiliare e a tutti gli allora 123 parroci della archidiocesi inviai una comunicazione-invito per l’approntamento di un calendario di soste dell’autoemoteca davanti alle parrocchie, la domenica, a vantaggio dell’Avis e dei bambini e ragazzi talassemici (di cui pure m’ero occupato, e mi sono occupato, e mi occupo, in televisione e in privato), non fosse stato dato il riscontro che immaginavo; così come mi dispiacqui – ma non gliene feci mai colpa, poiché aveva le sue ragioni meritevoli comunque di rispetto – del no tranchant alla ordinazione presbiterale di un giovane chierico che fu poi il primo condannato (nel carcere di San Bartolomeo, un tempo destinato ai militari antifascisti) per l’obiezione di coscienza ad un servizio civile penalizzato e quindi scoraggiato rispetto al servizio militare: da lì venne infatti la riforma legislativa, ma qualche anticipatore ci deve pur essere a pagare un prezzo; a non considerare la partecipazione a non meno di cento celebrazioni da lui presiedute (e con quanta fatica in crescendo!), con mons. Bonfiglioli mi incontrai ancora – unitamente ad alcuni amici miei comunitari – nella casa delle vincenziane dove si era ritirato dopo le dimissioni dalla cattedra episcopale, e fu incontro importante, di cortesia, anzi di affetto, e per quanto la malattia glielo concesse, di memoria; lo onorai quando ci lasciò per il Paradiso e l’ho onorato – ricordando anche la sua prima visita cagliaritana nell’autunno 1963 (alla vigilia della seconda sessione del Concilio, nel nostro seminario, e dopo aver partecipato l’anno prima alle esequie sassaresi di mgr Saba) – su Chorus e nel libro che raccoglie quegli interventi. Mi è parso veramente ingeneroso ed infondato, da parte di Pistis, che non è entrato, né lo poteva, dentro i contenuti di umanità espansi nel tempo e nella varietà delle materie, e nutriti di sentimenti e dialoghi fra adulti, della mia relazione con l’arcivescovo Bonfiglioli, concludere nel modo spiccio e disinvolto che ha fissato nel file, insultando la verità dei fatti e più di tutto la memoria grata di un presule che ho amato, per quanto orientato su varie materie diversamente da me. Ma può anche essere che Pistis abbia avuto con l’arcivescovo di tanto solida cultura umanistica e letteraria (il che lo somigliava molto al suo successore immediato), un rapporto più intenso e profondo del mio. E io non mi metto in gara con lui, che certo saprà il suo.

Trattando di Sant’Elia, Franco Anedda è insorto come se esprimere una opinione – che confermo – sul degrado che la politica elemosiniera di chi sgoverna Cagliari ha imposto anche sul quartiere sociale che ho conosciuto con Franco Oliverio significasse per automatismo una mia partigianeria per il Partito Democratico. Pensiero modesto. Io non milito e neppure voto per il Partito Democratico. La logica della tifoserie – non giustificata neppure dalla vicinanza dello stadio al quartiere – ha portato, stavolta sì! allo sproloquio, mi spiace doverlo dire. Ma in una Italia che ha ministri come quelli che considerano il tricolore degno degli utilizzi igienici, ministri che considerano non della politica il compito della redistribuzione del reddito e della ricchezza, e soprattutto ha molti tifosi (cittadinanza leggera) che osannano i “novelli” De Gasperi (poco sapendo evidentemente di De Gasperi), Anedda è ampiamente perdonato.

Di Franco Anedda vorrei però contraddire anche la seguente osservazione che è del tutto infondata, e che dimostra – come la prova del nove suggerita da Pistis – la difesa di tesi aprioristiche oltreché non argomentate: «ricordo ancora una volta che tutto è partito dalla sostituzione di un parroco». Ma se è vero che la prima lettera-esposto ad alcune Congregazioni della Santa Sede circa alcuni aspetti del governo pastorale della archidiocesi è partita da Cagliari il 2 giugno (e preparata già quasi un mese prima) e la comunicazione a don Cugusi della sua rimozione è avvenuta mercoledì 14 luglio, Anedda avrebbe ragione soltanto se il calendario anziché avanzare retrocedesse. Non aggiungo polemica, ché ora sarebbe troppo facile.

Concludo. La mia visione di Chiesa è intimamente e pienamente comunionale. Ma io penso che si faccia comunione non quando ci si castra intellettualmente, quando si ha paura di analizzare i fatti e formarsi una opinione propria, ma quando si offre la critica come un contributo per avanzare insieme, non per indietreggiare od ostacolarsi. Chi comprese bene questa impostazione del cuore e della mente fu, per dire dei nostri presuli, ora è già un quarto di secolo, l’arcivescovo Canestri. Così, quindici anni dopo, anche l’arcivescovo Alberti. Hanno entrambi memoria di questo, con uno ce ne siamo scritti e detto anche in occasione del non remoto 90.mo compleanno!, con l’altro nelle frequenti telefonate o in occasione delle mie visite nuoresi. Sono entrambi buoni testimoni. Pistis e Anedda e anche Luigi Murtas e Sgrò possono informarsi dalle fonti.

Nel 1986 si era suicidato in carcere Aldo Scardella. Poteva la Chiesa, potevano gli uomini di Chiesa, limitarsi a dire messa a Buoncammino – dove mi fu impedito di entrare per lunghi anni, e dove fui ammesso soltanto quando mi invitò espressamente don Ottorino Alberti e nonostante i miei contrasti con il vecchio direttore e il maresciallo delle guardie – senza porsi il problema della violenta ingiustizia che era allora stata imposta, come anticipazione di una condanna impossibile, a un ragazzo costretto all’isolamento più assoluto per sei mesi? Era materia non da poco. L’arcivescovo Canestri mi invitò a casa sua, e parlammo. Così avvenne con don Ottorino, che volle insistentemente lo accompagnassi alla Collina dove compì una esperienza inaspettata che gli riempì mente e cuore per lungo tempo, tale fu la novità, per lui, dell’incontro foucauldiano da don Ettore e il convivio con i ragazzi. Esperienza che consiglio anche ai quattro miei scudisciatori. Eppure con don Ottorino le “bordate” non erano mancate, ora per conoscere il bilancio dell’8 per mille che non veniva rendicontato (nonostante si trattasse di denaro pubblico, della cittadinanza cioè), ora per difendere un prete di valore cui era negata la cattedra in facoltà, ora per almeno altre dieci questioni, fra le quali l’ecumenismo proposto in formule nuove non era certo l’ultimo.

Questa doppia dimensione della militanza civile e della sequela io la vivo personalmente, nella fallibilità dei passi ovviamente, e per me essa costituisce addirittura un rovello. Per questo anche mi sono compromesso con il “caso” di don Tonio Pittau. Spiace dunque che una certa rozzezza di tifoseria abbia dato spallate di incomprensione a tanta quotidiana fatica di cuore e di mente, ma anche d’azione. Oso confidare questo: dopo averli coinvolti nella relazione umana in cui entravano l’assistenza materiale, fisica o sociale, ma anche l’intrattenimento solidale nella fase della malattia, ho accompagnato a morte 400 – dico quattrocento – ragazzi e giovani uomini o donne, nella stagione della strage dell’aids. Un’esperienza che può anche far uscire di senno, ma che certo grava la propria umanità di pesi – i pesi della domanda esistenziale, sul senso della missione – che altri non hanno. Mi sono compenetrato nella disperazione o nella resa impotente dei colpiti fino all’ultimo, nel squasso delle famiglie, sovente mi è occorso di vegliare da solo, in attesa dei parenti, i cadaveri delle vite perdute, nella stanza dell’obitorio. Di fare le letture alle messe di esequie, di consolare e cercare consolazione. Giovani, erano allora per me fratelli minori, forse figli. Che ho anche onorato poi pubblicando quanto essi mi avevano fiduciariamente affidato per il “dopo”. E dunque io mi domando come può mai pensare, chi pure frequenta il tabernacolo (come certamente sono Angelo, Franco, Luigi ed Italo), ch’io possa trattare le materie della Chiesa con spirito volgare e d’odio? E d’altra parte, cari Angelo, Franco, Luigi ed Italo, come volete che io possa stare davanti alle vicende che mi sono note e che, non la Chiesa mater et magistra ma uomini in carne ed ossa (che con la Chiesa/lievito dovrebbero servire la pasta sociale) manovrano non da apostoli ma da controapostoli? E perché allora Benedetto XVI, in coerenza con quanto già disse al Colosseo in quel Venerdì Santo del 2005, sta con tanta insistenza invocando una certa bonifica del costume clericale?

Il caso del diacono cagliaritano impedito al sacerdozio chiama esattamente, a mio avviso, ad un atto di responsabilità. Come il caso della vendetta verso don Cugusi. Come gli strappi militareschi degli studenti dal territorio che essi dovranno servire da preti. Come la invereconda copulazione con il peggior potere politico.  Come la incetta di denaro pubblico e privato, con pesi non lievi per il pubblico e il privato. Potrei continuare, ma ormai sono stanco. Ho detto e fatto quel che la coscienza dettava. Ho capito che nessuno di quelli che hanno obiettato nulla sanno nel merito delle questioni, non hanno visto carte, non hanno avuto interlocuzioni informate, non conoscono neppure il contesto, né canonico né pastorale (e neppure civile!), in cui fatti e misfatti si sono compiuti. 

Grazie della ospitalità, abbracci,

Gianfranco Murtas

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Posted in: Cagliari, Sardegna