I vecchi hanno paura dei giovani e, se possono, li offendono: Valentino Parlato docet

Posted on 16 novembre 2010

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E’ da ieri che mi sento addosso una strana sensazione di disagio, come di un urlo represso. L’iniziativa organizzata a favore del quotidiano “il manifesto” e alla quale ho partecipato, portando con Elio Arthemalle una parte dello spettacolo “Oggi smontiamo l’Anfiteatro!”, mi ha lasciato un misto di sconcerto e rabbia per come è stato accolto l’intervento di un giovanissimo.

Sia chiaro che di questo voglio parlare e non della necessità di salvare il giornale, per il quale mi onoro di aver scritto tanti anni fa, e che ha e avrà sempre il mio sostegno, ideale e materiale. Non voglio parlare in queste righe della libertà di informazione ma di un’altra questione: della questione generazionale.

L’intervento del ragazzo è stato scomposto, ma più ingenuo che provocatorio. Ma, vivaddio, se anche fosse stato provocatorio, finalmente un ventenne che fa il ventenne, che trova il coraggio delle proprie opinioni, sale sul palco e dice: “Qui vedo solo persone anziane, non ci sono i giovani. A questo punto il manifesto può anche morire, voi non fate un giornale per i giovani, non vi occupate di loro. Perché perchè voi non potete fare più niente”.

L’ultima frase è stata un pugno nello stomaco. E infatti i vecchi si sono offesi.

Nelle loro risposte, c’è chi ha negato l’esistenza della categoria dei giovani, chi ha associato le parole del ragazzo a quelle del berlusconiano Bondi, chi ha ribadito che i giovani non esistono e che giovani si può essere anche a cinquant’anni, chi ha detto che quella del ragazzo era una “critica inutile”, chi addirittura ha contestato al giovane i suoi modi non eleganti, come se la buona educazione fosse una categoria politica importante per la sinistra che si dice rivoluzionaria.

Intanto il ragazzo, come se fosse a scuola, teneva timidamente il dito alzato, chiedendo di poter ribattere (cosa che non ha potuto fare).

Ma il peggiore di tutti, e mi spiace dirlo, è stato Valentino Parlato. Nel suo intervento finale, dall’alto della sua autorevolezza, poteva benissimo andare oltre le parole ingenue del ragazzo e trarre da esse ciò che di buono e giusto sicuramente c’era. Perché quel giovane (che comunque ha partecipato a quella assemblea, è andato ad ascoltare e ha preso la parola), non appartiene certo a quella categoria di ragazzi che Parlato ha delineato (“smarriti e confusi”) in maniera molto generica e strumentale.

Invece anche Parlato ha reagito da vecchio e non da intellettuale, spaventato dalle terribili parole: “…voi non potete fare più niente”.

L’illustre ospite è stato certamente lui sì maleducato e arrogante, quando con perfida raffinatezza ha affermato che il giovane doveva essere “analizzato” (jn senso psicanalitico, ovviamente), prima di liquidare tutto il resto con poche battute.

In quei momento ho incrociato gli sguardi dei “non vecchi” presenti, abbastanza disgustati da quanto stava avvenendo, e anche oggi diverse persone mi hanno esternato il loro sconcerto per le quanto visto e  sentito.

La questione generazionale sta affossando l’Italia. Affrontiamola, iniziando a ridare un senso alle parole: chiamiamo giovane solo chi sta sotto i 25 anni, tutti gli altri chiamiamoli e trattiamoli da adulti. Chi ha superato i 65 dia il suo contributo impegnandosi a passare il testimone e non sfrutti le rendite di posizione. E questo ovunque: nei partiti, nei giornali, nelle associazioni, grandi o piccole che siano.

Alla nostra società servono giovani preparati e non inclini al servilismo, e ai quali non si devono chiedere fideistiche adesioni a questa o quella consorteria. Ieri Valentino Parlato ha perso un ottima occasione per dimostrare che i comunisti sono diversi. Ma davanti alla paura della morte non c’è ideologia o cultura che tenga. I vecchi hanno paura dei giovani: lo sapevo già, ma ieri grazie a Valentino Parlato l’ho capito meglio.

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Posted in: Giornalismo