Sale, Sedda e Demuru confezionano il suicidio di Irs: ecco cosa succede quando non si sa gestire il dissenso interno ad un partito e un leader storico non sopporta di finire in minoranza

Posted on 12 dicembre 2010

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Erano settimane che Irs scricchiolava ed ora è crollato. Miseramente, stupidamente, vergognosamente. Sarebbe molto più semplice mandarli affanculo tutti (Ornella Demuru, Gavino Sale, Franciscu Sedda, Michela Murgia e tutti gli altri) per il pessimo spettacolo che hanno dato nei giorni scorsi e anche oggi, quando in due conferenze stampa contrapposte si sono espulsi vicendevolmente da un partito che non si sa più di chi sia, ma che sicuramente non esiste più, destinato com’è ad una incredibile scissione. Che delusione.

Sarebbe facile, dicevo, chiudere tutto con un insulto, ma il ragionamento deve prevalere sullo sfogo, e allora ragioniamo. Non è semplice, perché molti elementi della contesa tra Sale e l’attuale dirigenza DemuruSedda al momento ci sfuggono: le organizzazioni politiche sono strutture complesse, dove testa e cuore interagiscono in maniera non sempre lineare. Per cui ragioniamo con quello che sappiamo.

Sappiamo certamente che la crisi tra le due anime del partito era in atto da anni. Anche nei mesi scorsi, Gavino Sale era stato invitato addirittura a farsi da parte, a costituire una sua associazione che si sarebbe poi dovuta federare con Irs. A me questa sembra la cosa più assurda: in ogni movimento politico che cresce, c’è una maggioranza e una minoranza. Sale era minoranza, dunque in una posizione più debole rispetto a quella della dirigenza. Perché lavorare perché lasciasse? Perché non gestire il dissenso, così come avviene il tutte le organizzazioni politiche del mondo, anziché provare a debellarlo? Un partito senza dissenso si trasforma in una setta. E le sétte non fanno politica.

Ma poi perché Sale doveva lasciare Irs? Per quale motivo? Solo perché non condivideva l’azione politica della dirigenza, o anche la sabotava? Ma questa è la politica, ragazzi! O pensate che sia tutto rose e fiori, “io ho ragione e tu hai torto”, “io ho più voti di te e tu fai quello che dico io”? E questo è un motivo sufficiente per augurarsi che un leader storico e carismatico sia indotto a lasciare il partito che lui più di altri ha incarnato? Questa è pura follia. Immaginare che Irs potesse andare avanti senza Sale è stato un atto di grave presunzione politica che forse soddisfa i suoi giovani (e inesperti) dirigenti ma che sicuramente danneggia il partito e i suoi elettori.

Infatti, ora che Sale ha lasciato Irs (anche se al momento chi rappresenti il partito non lo si capisce), il partito è più forte o più debole di prima? Io penso più debole.

Lavorare per far sì che Sale abbandonasse il partito (al di là delle mail che lo stesso presidente ha reso note oggi) era peraltro una mossa (per quanto sciagurata) che andava gestita meglio e che invece si è ritorta contro chi l’ha pensata e che si è dimostrato incapace di reggere un contraccolpo simile. Gavino Sale è un politico vero: quando ha sentito che intorno a lui stavano chiudendo il cerchio, con un calcio lo ha spezzato.

Anche sulla vicenda del simbolo, l’attuale dirigenza porta avanti una linea inverosimile. Tutti sapevano infatti che il simbolo era di Sale. Questo può piacere o meno, ma è un dato di fatto che non può eluso o liquidato con argomentazioni infantili, tipo “il simbolo è di tutti”. Balle. La proprietà del simbolo di Irs era l’assicurazione sulla vita (politica) di Sale e lui, che ha capito che lo volevano far fuori, ha usato questa carta a suo vantaggio.

Depositare a marzo il simbolo è stato dunque un atto ostile nei confronti di Sale, un’azione scriteriata, da dilettanti della politica. O pensavano forse Demuru, Sedda e tutti gli altri che Sale avrebbe detto: “Ecco questo è il simbolo del partito, è mio, ora ve lo regalo, fate quello che volete, io sono in minoranza, mi ritiro, mi faccio la mia associazione, è stato bello conoscervi, esco da Irs”? Pura follia. Eppure è successo così.

Ma perché si è arrivati allo scontro, a questa divisione? Condivido le informazioni e le riflessioni.

Gavino Sale, leader storico, ha mal sopportato la rivoluzione che ha travolto la sua creatura. Si riconosceva a stento, lui che era (ed è) abituato a buttarsi in tutte le mischie, in una struttura organizzativa che lo costringeva a recitare una parte che non si era necessariamente scritto da sé.

Per questo la dirigenza accusava Sale di non seguire la linea decisa dalla maggioranza e in maniera democratica. Perché Gavino tendeva ad andare per la sua strada. Ed essendo un leader vero, anche se in minoranza, metteva in crisi il partito.

Qual era poi la strada di Sale? Una strada ritenuta vecchia, ancorata ad una prassi ormai superata, e comunque legata al carisma di un leader che non era più riconosciuto da tutti.

La nuova linea politica di Irs è stata indubbiamente vincente, perché ha portato aria nuova nell’indipendentismo isolano, e perché ha portato tanti voti in più alle ultime amministrative. E forse questo Gavino Sale (che appena poco più di un anno e mezzo fa era stato il candidato presidente alla Regione) se l’è vissuto male.

Però Gavino Sale ha posto anche dei problemi politici concreti. “Perché Irs è stato assente durante le manifestazioni dei pastori? Qual è la sua posizione”. Verissimo: in un intervento sulla Nuova Sardegna la coppia Demuru-Sedda si limitò a dire che c’era bisogno di “interventi strutturali”. Ma la piazza intanto restava vuota, non c’erano le bandiere con l’albero deradicato: perché?

Molta teoria poca pratica, molta testa poco istinto: per Sale quel partito non era il suo partito.

Così come forse Sale non ha sopportato la rivoluzione estetica di Irs: dirompente. Gavino ha sentito aria di salotti, lui che è uomo di campagna e non di città. Ma è innovando il proprio bagaglio ideologico e simbolico che Irs è uscito dall’anonimato ed è diventata una realtà nuova, vera, in movimento, presente finalmente anche nelle aree urbane e non solo nelle comunità dell’interno. La dirigenza Demuru-Sedda ha fatto grande Irs, consentendo al partito di esplodere dopo anni di lavoro silenzioso, portato avanti anche da Sale. Sul merito del successo però il gruppo si è diviso.

Neanche la concentrazione delle iniziative su Cagliari secondo me è piaciuta a Gavino. C’è uno scontro più profondo, una diffidenza antica tra chi sta in montagna e chi sta in pianura. E aver spostato nel capoluogo il centro politico e simbolico delle decisioni, abbandonando il pozzo sacro di Santa Cristina ha segnato una frattura ulteriore. Però puntare su Cagliari è stato, a mio avviso, vincente.

Poi c’è uno conflitto generazionale. I militanti di Irs sono giovanissimi e per loro Sale rappresenta il “vecchio” che non si fa da parte, che non accetta di prendere ordini dalla maggioranza.

La presidenza, assegnata a Sale, era stato un modo, intelligente, di dare un ruolo al leader. Ma qualcosa è andato storto. La mia amica Michela Murgia, con un intervento incendiario e vagamente sprezzante, scritto sul suo blog e poi ripreso dalla Nuova Sardegna, ha fatto capire nei giorni scorsi che per Sale non era più aria. Ecco il risultato: un partito spaccato. Cara Michela, a volte bisogna anche saper mediare e soprattutto saper valutare le conseguenze delle proprie azioni. Ora che Sale è uscito da Irs così come voi volevate, il partito è più forte o più debole? I vostri elettori sono più fiduciosi o enormemente delusi da quanto è successo?

Lo ripeto: la storia politica italiana dimostra che le organizzazioni che sono state capaci di diventare grandi hanno gestito il dissenso al loro interno in maniera intelligente, senza negarlo e senza nemmeno volerlo debellare. La dirigenza Demuru-Sedda, pur avendo i numeri dalla sua, non è riuscita invece a gestire Sale, che, piaccia o meno, rappresentava un enorme capitale per il partito.

Poi ci sono le questioni private. Lo dico chiaramente: a capo di una qualunque organizzazione non ci può essere una coppia che condivide, non solo un percorso politico, ma anche sentimentale: il sodalizio Demuru-Sedda ha creato molti disagi e fraintendimenti all’interno di Irs. Forse non c’entra nulla con la rottura consumata in questi giorni con Sale, ma di certo (a sentire molti militanti) non ha fatto bene al partito.

Così come non ha fatto bene al partito, e anzi lo ha condannato alla scissione, l’uscita di Sale che ha parlato di “golpe” e “complotto”. Sono parole pesanti, oltre le quali non c’è ritorno. Non serve a nulla ora invocare la riconciliazione, bisognava pensarci prima. Ma adesso Sale tornerà ad essere leader, fosse anche di una forza politica irrilevante, ma pur sempre un leader riconosciuto e indiscusso. Forse è l’unica cosa che desiderava veramente, chissà.

Detto questo: che delusione. Irs sembrava un modello funzionante, una struttura capace di crescere senza le tensioni e i giochi di potere che si vedono in tutti i partiti. Invece anche Irs è un partito fatto di uomini con carne e sangue. Certo è che adesso la politica sarda è molto più povera e con qualche speranza in meno.

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Posted in: Politica, Sardegna