Altro che rivolta di piazza! Caro Saviano, qui si picchiano a noi! Repressione e intimidazione: prefetti e Moratti all’attacco. E noi che si fa?

Posted on 17 dicembre 2010

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E’ il momento delle parole d’ordine! Roberto Saviano ne lancia alcune ai giovani italiani in una sua lettera pubblicata da Repubblica dopo gli scontri di martedì a Roma. La prima è: “Basta parole d’ordine!”. E sono d’accordo. La seconda è: “Basta violenza!”. E qui sono ancora più d’accordo.

Però, parafrasando la famosa barzelletta in sardo (quella in cui un ragazzo chiama la mamma dicendo “Mamma, si picchiano!”, e la mamma risponde “Sì, e tu lascia che si picchino”, e lui ribatte “No, qui si picchiano a noi!”), anch’io lancio la mia parola d’ordine e dico: “Qui si picchiano a noi!”. Certo, non sempre con i manganelli, ma in tanti modi fantasiosi, perché una delle qualità maggiori del potere è sicuramente la fantasia.

Le parole d’ordine, dunque (le loro, mica le nostre). E che parole! Sono veri e propri paroloni, roba da brivido, roba da anni Settanta, da tivù in bianco e nero. Si offende qualcuno se parlo di “repressione” e “intimidazione”? Sicuri? Posso?

Tre esempi, giusto per capire quello che sta succedendo dalle nostre parti, isole comprese.

Sardegna, vertenza Geas. Una società che assicura la pulizia dei treni decide di fallire, dimenticandosi di pagare quattro mesi di stipendi ai 150 e passa lavoratori. I quali ovviamente si incazzano, scioperano, occupano i tetti delle stazioni di Cagliari e Sassari, e tutto il traffico ferroviario isolano si blocca per diversi giorni. A quel punto che succede? Che il prefetto di Cagliari, dopo aver fallito la sua mediazione con Trenitalia, precetta i lavoratori e li costringe a tornare al lavoro. Morale: se lo Stato non riesce a costringere i padroni (ho detto padroni? Scusate. Volevo dire imprenditori. Chiedo scusa ancora) a pagare quattro mesi di stipendi arretrati, allora costringe i lavoratori a tornare al lavoro. Roba da ventennio fascista.

Sardegna, vertenza Eurallumina. Lo scorso 11 ottobre gli operai di Portovesme (quelli che dovevano avere salvo il posto di lavoro grazie alla telefonata di Berlusconi a Putin, tanto per intenderci) decidono che è il momento di protestare perché la vertenza non si sblocca. A Roma il ministro allo Sviluppo Economico è stato nominato da pochi giorni, l’unica cosa da fare è manifestare in via Roma sotto il palazzo della Regione. La sopresa arriva nei giorni scorsi: il commissariato di Carbonia notifica ai lavoratori una multa che, ci informa la stampa, “di importo variabile tra i 2.582 e i 10.329 euro”. “A decidere la somma finale”, leggo dalla Nuova Sardegna di ieri, “sarà il Prefetto di Cagliari (sempre lui! Superlavoro in questo periodo! ndr) che si esprimerà nei prossimi giorni sulla base delle indicazioni che la Digos ha fornito all’autorità giudiziaria”. Morale: non lo sai che bloccare il traffico automobilistico è un reato grave? Che ci fate voi qui? Circolare, circolare!

Ricordo che gli operai dell’Eurallumina sono da due anni in casssa integrazione e che la manifestazione dell’11 ottobre si svolse nella più assoluta tranquillità.

E veniamo ai Moratti, la beneamata famiglia di petrolieri da cui immagino dovrò presto difendermi in tribunale per aver osato parlare, nella radio che dirigo, del libro di Giorgio Meletti “Nel paese dei Moratti. Sarroch-Italia. Una storia ordinaria di capitalismo coloniale”. I Moratti hanno dato mandato ad un legale “affinché, a tutela dei propri diritti, prontamente e senza indugio, promuova un’azione legale nei confronti dell’autore e dell’editore del libro, nonché dei mass media che, in qualsiasi forma e sede, allo stesso abbiano dato o diano spazio e risalto”. “Prontamente e senza indugio”, dicono i Moratti. Oibò, mi dovrà cercare un avvocato (magari interista).

Giornalisti intimiditi “prontamente e senza indugio”. Come i lavoratori Geas precettati dal prefetto. Come i lavoratori dell’Eurallumina multati dalla polizia.

Ha voglia Saviano a dire che non bisogna usare la violenza. E chi la usa? O Roberto, qui si picchiano a noi! E noi come ci difendiamo?

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