Marchionne, il nuovo duce italiano. La sua dottrina forse salverà la Fiat, ma non certo l’Italia (e tantomeno la Sardegna)

Posted on 4 gennaio 2011

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Morto un capo se ne fa un altro. Se la stella di Berlusconi non brilla più come prima, la classe dirigente nazionale fa in fretta a trovarsi un nuovo duce (nel senso etimologico del termine). E il nuovo capo è Sergio Marchionne.

E’ tutto un fiorire di “Marchionne sì, Marchionne no”, “E’ lui che salverà l’Italia”, “No è lui che l’affonderà”. Come se l’Italia e la Fiat fossero la stessa cosa. Come se l’Italia potesse essere governata alla stregua di una multinazionale. Come se tutte le imprese italiane fossero come la Fiat. E qui sta il guaio.

L’economia nazionale si regge infatti sulla piccola e media impresa. Una miriade di aziende con pochissimi dipendenti, dove anzi “il padrone” ha spesso un passato da operaio. Aziende dove non è raro che titolari e dipendenti condividano gli stessi sforzi e gli stessi disagi quotidiani. Cosa c’entra tutto questo con la Fiat? Nulla.

Eppure adesso la “dottrina Marchionne” sembra poter essere applicata a tutti e dappertutto. E il messaggio che arriva all’opinione pubblica è molto semplice: “I contratti collettivi nazionali non esistono più, anzi le regole non esistono più, esistono solo le deroghe. Ne va del futuro dell’Italia, perdio!”.

Forse Marchionne con la sua dottrina salverà la Fiat, ma solo e soltanto la Fiat. Perché se le sue regole venissero applicate a tutte le nostre imprese, il sistema italiano collasserebbe in pochi mesi.

Questo lo sanno anche gli imprenditori, è ovvio. Che però di Marchionne iniziano ad amare la logica “win win”: un modo moderno per dire “o mangi questa minestra o salti la finestra”. Dice l’ad di Fiat: “A Mirafiori e a Pomigliano, in nome del mercato, si deroga alle regole. Se vinco il referendum, ho vinto. Se lo perdo, non investo più e porto la produzione fuori dall’Italia”. La metafora sarà pure abusata, ma quante volte da bambini abbiamo giocato con qualcuno che, quando perdeva, si prendeva il pallone, se ne andava e la partita finiva lì?

Ora vedremo tanti piccoli Marchionne porre le loro condizioni capestro ai lavoratori. Dimenticando che i lavoratori italiani ormai, pur di portare a casa lo stipendio, accettano di tutto: di lavorare in nero, di non avere i contributi pagati, di lavorare in condizioni difficili. Mentre, è bene ricordarlo, appena lo zero virgola degli italiani (i colleghi di Marchionne) dichiara al fisco più di centomila euro all’anno.

Il sistema economico nazionale si regge perché i lavoratori accettano di non rispettare le regole del lavoro. Se tutti i lavoratori dicessero no al precariato selvaggio, allo sfruttamento, se tutti i lavoratori (tutti assieme) smettessero di lavorare nel caso in cui nella loro azienda ci fosse anche una sola piccola violazione, l’Italia crollerebbe in un fine settimana.

La protesta dei ricercatori all’Università lo dimostra: per mandare in tilt questo paese basta mettersi in testa di rispettare le regole e di farle rispettare. Marchionne lo ha capito, e infatti alla Fiat vuole imporre la regola che non esistono regole se non quelle che convengono all’azienda.

Con il suo metodo Marchionne forse salverà la Fiat, ma solo la Fiat e non è neanche detto che lo faccia. Ciò che inquieta è appunto questa assurda analogia tra la Fiat e l’economia italiana, tra la Fiat e il nostro stesso paese.

Ad esempio, il sistema Marchionne applicato in Sardegna che benefici porterebbe? Evidentemente nessuno.

Cosa resterebbe allora? Una nuova filosofia delle relazioni industriali. Da questo passaggio il sindacato rischia di essere marginalizzato. La rappresentanza stessa dei lavoratori è messa in discussione. Drammaticamente.

In definitiva, anche Marchionne (come ogni duce che si rispetta) sta cambiando la Costituzione sostanziale del nostro paese. Che resta sempre una “Repubblica fondata sul lavoro”, cioè sull’equilibrio tra chi il lavoro lo dà e chi il lavoro lo riceve. Invece Marchionne vorrebbe una Repubblica “fondata sull’impresa”. E quello che ne consegue iniziamo tragicamente a percepirlo.

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Posted in: Politica