L’Italia è stanca di Berlusconi, i politici no: ecco perché, nonostante tutto, a Roma e a Cagliari governa ancora lui

Posted on 14 febbraio 2011

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Forse le manifestazioni oceaniche di domenica non serviranno a nulla, forse ci terremo Silvio Berlusconi ancora per un po’. Anche perché il problema non è solo mandare via il Presidente del Consiglio ma anche espellere democraticamente dalla vita politica e culturale i vari Ferrara, Sgarbi, Signorini e Feltri, Storace e Gelmini, e fare a meno a livello locale dei Floris, dei Pili, dei Delogu, dei Nizzi, dei Cappellacci, dei Porcelli, e via via scendendo nella scala del potere. Sarà necessario liberarsi di tutte queste terze e quarte file del potere berlusconiano che in realtà sono la spina dorsale di un sistema feudale che da Arcore e Villa Grazioli arriva dappertutto, inquinando non solo la politica, ma anche la percezione della realtà.

Un potere fondato sulla menzogna, mediaticamente rilanciata in maniera incessante: da Arcore al Tg1, da viale Trento alle solite tv locali (pubbliche o private), il gioco è sempre quello, ormai lo abbiamo capito. Le perverse logiche nazionali si riflettono perfettamente a livello isolano: i Minzolini abbondano dappertutto. E dove non c’è, come al Tg1 la bugia evidente, ci pensano le omissioni, le complicità, le convenienze, le mortificazioni a giornalisti liberi e capaci.

Mai come in questo periodo i giornalisti però hanno la possibilità di dimostrare quello che sono e quanto valgono: professionisti veri al servizio dei lettori, o professionisti mediocri senza coraggio e alcun senso della verità e della decenza. E mai come in questo periodo c’è bisogno di giornalisti seri, onesti. Questo è il momento anche per noi di dire “se non ora, quando?”.

Il gioco perverso di menzogne urlate e ripetute dura dal 1994. E per chi come quelli della mia generazione (che allora avevano poco più di vent’anni e ora superano i quaranta) questi anni se li è fatti drammaticamente tutti, è difficile credere realmente che tutto questo stia per finire, a dispetto di segnali evidenti e certi. Non solo a livello nazionale, ma anche a livello locale.

Il Pdl esplode a Olbia e vacilla a Cagliari. Il partito di Berlusconi in Sardegna è alla fine della sua parabola storica, incapace di rinnovare una dirigenza che è sempre la stessa da quindici anni. Il caso Ruby qui non c’entra nulla: è proprio una classe dirigente che sta fallendo la sua missione, e a nulla possono servire i travestimenti sardistizzanti di Mauro Pili a recuperare un po’ di credibilità. Perché il Pdl in Sardegna si sta disfacendo. Ne è stata dimostrazione anche la straordinaria umiliazione che l’immobiliarista ed l’editore dell’Unione Sarda, Sergio Zuncheddu, ha rifilato pubblicamente a tutto la stato maggiore berlusconiano nell’isola, in occasione dell’inaugurazione di Piazza l’Unione Sarda. Segno che Zuncheddu si sta imponendo come possibile candidato alla presidenza della Regione in un futuro non molto lontano.

La maggioranza degli italiani e dei sardi di questo sistema di potere non ne può più. Ma allora perché a Roma governa Berlusconi e a Cagliari Cappellacci? Per due motivi.

Il primo è che le opposizioni e i partiti non berlusconiani (anche di centrodestra) non riescono a percepire l’insofferenza che cresce in tutte le fasce sociali per Berlusconi. Nei palazzi del potere nessuno capisce lo scontro sociale che oggi viviamo, e quindi nessuno lo traduce in atti politici. L’unico scontro ammesso e conosciuto è quello di potere e fra poteri.

Da ciò discende il secondo motivo per il quale sia Berlusconi che Cappellacci sono ancora in sella malgrado la loro evidente debolezza e inconsistenza.

I politici infatti pensano certamente al dopo Berlusconi, ma sperano che altri (la magistratura, il destino) facciano il lavoro sporco: cacciare da Palazzo Chigi questo osceno prodotto della storia italiana. Solo Fini forse oggi è l’unico politico pronto a tutto per liberare l’Italia da Berlusconi. Forse perché sa chi è e perché ha qualcosa da farsi perdonare.

Il resto della politica aspetta, o immagina di intervenire in maniera decisiva quando meglio gli converrà, nella speranza di potersi trovare nella posizione migliore per gestire il dopo Berlusconi.

Sono giochi però ormai senza senso. La politica non può esimersi dal liberarci di lui. Perché se è vero che in questa agonia in tanti recuperano la dignità perduta da tempo, altri invece sprofondano nella rassegnazione. E sono la maggioranza.

Eppure la soluzione è lì, a portata di mano: tutti contro Berlusconi. Tutti, senza inutili preclusioni: da Vendola a Casini, da Di Pietro a Fini. Se la situazione è così grave e se prima di qualunque altra cosa viene la salvezza della nostra democrazia, non ha più senso perdere tempo né trastullarsi in inutili ideologismi. Peggio di così non si può, e non saranno certo pochi mesi di governo Casini, sostenuto da Vendola e Di Pietro (oppure esattamente il contrario, con i centristi che appoggiano in leader di sinistra) a rovinare l’Italia. Niente può essere peggio di così.

Caduto Berlusconi, l’effetto domino sarebbe dirompente. Anche alla Regione Sardegna, anche al Comune di Cagliari.

Se la politica ha veramente a cuore le sorti dell’Italia deve mettersi in gioco e trovare strade nuove, anche straordinarie. E’ venuto il momento per tutti di rinunciare a qualcosa, è venuto il momento di osare.

Per questo non capisco perché Massimo Fantola a Cagliari si ostini a volere a tutti i costi i voti del Pdl. Poteva tranquillamente essere il rappresentante di una destra più presentabile di quella che finora (a dire il vero, anche con il suo fondamentale appoggio) governa la città dal 1994 ad oggi. Con i voti dei berlusconiani forse Fantola diventerà sindaco di Cagliari, ma quando la crisi romana toccherà il suo apice, anche nelle amministrazioni periferiche la situazione sarà ingovernabile. Fantola rischia, con il Pdl suo alleato, di trovarsi fra sei mesi nella stessa situazione in cui si trova oggi il sindaco di Olbia Giovannelli.

La gente è pronta a supportare soluzioni nuove. Basta che siano sincere. Le primarie cagliaritane lo dimostrano. La furbata di candidare Cabras con la scusa che avrebbe conteso al centrodestra il governo della città, non è piaciuta ed è stata bocciata. Cabras era solo un modo per perpetuare i vecchi equilibri di partito e forse rassicurare i poteri forti. Serve più coraggio, bisogna mettersi in gioco: solo così potrà tornare il consenso perduto.

Sotto questo aspetto, l’analisi fatta recentemente dal segretario del Pd Silvio Lai è drammaticamente sincera: “Non abbiamo una politica delle alleanze, delle regole interne e una agenda politica”. In queste condizioni è evidente che anche una giunta a dir poco inconsistente come quella di Cappellacci sia ancora in piedi.

Per questo non penso che la bella manifestazione di ieri alla Darsena a Cagliari possa essere di buon auspicio per le Comunali. I partiti del centrosinistra temono ancora di mettersi in gioco fino a in fondo. Servono parole di verità, e se ne sentono poche. Servono liste vere, serie, innovative. Se non arriveranno, Cagliari resterà in mano alla destra.

Manifestare però adesso è quasi obbligatorio. Dobbiamo riappropriarci degli strumenti della democrazia, dobbiamo ridare dignità alla politica. Ma nessuno nel centrosinistra si illuda di avere il consenso degli italiani se non verranno fatte scelte coraggiose e sincere.

Hanno stufato le bugie di Berlusconi, ma anche quelle del Pd.

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