Lavoro: ecco la sconvolgente analisi di Lilli Pruna. La Sardegna corre verso il baratro e la politica e i giornali se ne fottono

Posted on 18 febbraio 2011

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Mentre mi apprestavo a proporvi una riflessione sul “Rapporto 2010 Mercato del Lavoro in Sardegna”, Sardegna Democratica ha pubblicato un articolo della curatrice, la sociologa Lilli Pruna. Ve lo ripropongo integralmente, perché è, allo stesso tempo, semplice e sconvolgente.

La crisi della Sardegna è acuita dall’assoluta inconsapevolezza che le classi dirigenti isolane hanno di questa crisi. Impegnati in lotte per il potere, i politici raramente studiano e approfondiscono dei temi che trattano. I comunicati stampa che arrivano nelle redazioni sono, nella stragrande maggioranza delle volte, di una pochezza e di una inconsistenza rare. Slogan pieni di demagogia e superficialità che i giornali sardi (l’Unione più della Nuova) e le maggiori televisioni (Tg3 e Videolina) rilanciano senza alcun approccio critico. Le pagine si dicono di “politica”, ma al posto di questa parola sarebbe più corretto usarne un’altra: “potere”

I maggiori organi di informazione isolani sono dunque i primi complici di questa crisi, perché, non riuscendo o non volendo raccontarla nella sua crudezza, impediscono a tutti di fare i conti con essa.

E i politici, che non studiano più, si occupano solo dei problemi che finiscono sui giornali e nei tg. Il risultato è sotto i nostri occhi. E in questo tragico articolo di Lilli Pruna.

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Una settimana fa, alla Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, abbiamo proposto una riflessione sulla crisi che ha investito il mercato del lavoro e la società sarda nel suo complesso. Siamo partiti da lontano – quaranta anni fa, i primi anni ’70 – e abbiamo cercato di guardare lontano – i prossimi quaranta anni, fino al 2050 – abbracciando circa ottanta anni di storia demografica della Sardegna. Volevamo mostrare che ciò che sta accadendo è particolarmente grave perché non riguarda solo il mercato del lavoro ma investe l’intera società, e che i problemi che occorre affrontare sono grandi e profondi, e hanno radici lontane. Senza un’attenzione adeguata da parte della politica e interventi immediati e coraggiosi questi problemi continueranno a segnare il destino (e il declino) della Sardegna.

Negli ultimi quaranta anni la popolazione dell’isola è aumentata di circa 200.000 unità ed è profondamente cambiata: la componente più giovane, quella fino a 24 anni, è nettamente diminuita (oltre 300.000 in meno), mentre è aumentata in misura consistente la popolazione nelle classi di età adulte e anziane. Sono “spariti” più di 157.000 bambini da 0 a 9 anni, 70.500 adolescenti e quasi 74.000 giovani, per un totale appunto di oltre 300.000 persone. Dietro queste cifre ci sono, tanto per fare un esempio, migliaia di maestre e maestri che non servono più, ma anche un ricambio generazionale lento e parziale in molti ambiti lavorativi.

La Sardegna è invecchiata parecchio per effetto di due fenomeni che hanno toccato in misura diversa molte regioni italiane ed europee, ma che in Sardegna sono molto più accentuati che altrove. Il primo fenomeno è certamente positivo: riguarda il costante allungamento della speranza di vita; il secondo è invece problematico e consiste nel persistente basso livello di fecondità. Nella nostra regione è diventato facile invecchiare e difficilissimo procreare.

Da anni, la Sardegna ha il tasso di fecondità più basso d’Italia, che è tra i paesi a più bassa fecondità in Europa (al 20° posto su 27 paesi). Siamo quindi una delle regioni meno prolifiche del mondo. Non è un gran primato; al contrario, è il segno di un disagio profondo della società. Tra peculiarità delle strategie riproduttive delle donne sarde e crescenti difficoltà di vita e di lavoro, la fecondità resta bloccata su un valore molto basso: 1,13 figli per donna. La popolazione sarda appare dunque destinata a ridursi, e il tasso migratorio con l’estero non riuscirà ad evitare questa riduzione. L’Istat stima, in uno scenario intermedio, che nei prossimi quaranta anni perderemo circa 200.000 abitanti, cioè l’intero aumento degli ultimi quaranta anni.

Ciò significa che tra quaranta anni la Sardegna potrebbe avere la stessa popolazione di ottanta anni prima: circa 1.480.000 abitanti. La gravità del problema è data non solo dal fatto che saremo sempre di meno, ma che saremo molto più vecchi: la metà della popolazione avrà più di 55 anni e di questa oltre il 38% sarà propriamente anziana, cioè con più di 65 anni. I giovani continueranno a diminuire e le forze di lavoro saranno molto ridimensionate, perché costituite dalle generazioni poco numerose che oggi hanno tra i 20 e i 40 anni e che incontrano difficoltà crescenti nel mercato del lavoro.

Se non ci saranno cambiamenti significativi nelle politiche e, prima ancora, nella consapevolezza della politica, avremo una popolazione anziana molto più numerosa di oggi e molto più povera, perché dovrà vivere delle pensioni irrisorie che deriveranno dai percorsi lavoratori frammentati e scarsamente coperti da contributi previdenziali che ormai rappresentano la “normalità” malata di questi anni e dei prossimi. L’ultima importante riforma previdenziale di questo strano Paese è stata quella che ha sancito il passaggio al sistema contributivo (che ha sostituito quello retributivo) senza provvedere a rendere cumulabili gli spezzoni contributivi che la massa crescente di lavoratori e lavoratrici precarie mettono insieme in molti anni di lavoro, e senza considerare minimamente che molti dei nuovi lavori non prevedono alcuna contribuzione o una contribuzione molto bassa e quasi simbolica.

Il sistema contributivo è stato introdotto proprio nel momento in cui il mercato del lavoro si è riempito di lavoratori e lavoratrici praticamente senza contributi e senza alcuna forma di sostegno: ne siamo sufficientemente consapevoli? Questi lavoratori e lavoratrici precarie arriveranno tra trenta o quaranta anni all’età della pensione senza avere accumulato contributi sufficienti ad avere una pensione decente. Nel frattempo, i costi della sanità, dell’assistenza e della previdenza graveranno su una popolazione attiva molto ridotta rispetto ad oggi e, se nulla cambia rapidamente, con occupazioni precarie e retribuzioni inadeguate che producono un basso gettito fiscale e una scarsa contribuzione previdenziale.

Se nulla cambia rapidamente, non potremo sorprenderci che la Sardegna sia piena di poveri, e non serviranno le marce e le carte di Zuri per cambiare le cose. Così come non bastano oggi. Anche oggi una buona parte della povertà che c’è in Sardegna è associata all’età della popolazione: gli anziani sono generalmente poveri. Vivono a lungo ma sempre più poveri.

Le pensioni totali erogate nell’isola sono quasi 475.000, con un importo medio mensile di 612,68 euro. Per avere un’idea dell’entità delle risorse di cui oggi dispongono gli anziani in ragione del tipo di occupazione svolta nel corso della vita, possiamo considerare che i coltivatori diretti in pensione (48.838) prendono in media 482,59 euro mensili; i commercianti (29.157) ricevono 621,83 euro; gli artigiani (34.104) hanno una pensione mensile di 641,89 euro; i lavoratori dipendenti (204.339) arrivano in media a 729,63 euro. Gli anziani che ricavano la pensione dalla gestione separata (quella, per intenderci, che riguarda le varie forme di collaborazione e che per ora è erogata solo a 1.706 persone), ricevono appena 88,78 euro al mese!

Se nulla cambia rapidamente, tra trenta o quaranta anni le pensioni dei lavoratori e delle lavoratrici precarie che oggi popolano il mercato del lavoro saranno drammaticamente più basse di quelle già molto basse con cui vivono gli anziani oggi. Ma nessuno potrà parlare di una “emergenza povertà”, nessuno che abbia decenza dovrebbe farlo: la povertà, come ha detto Gianfranco Bottazzi e come spiegano da tempo gli studiosi di welfare, non è una condizione improvvisa e imprevista ma è un “viaggio”, ed è sotto gli occhi di tutti che una parte crescente della popolazione di questa regione si sta chiaramente avviando a compiere questo viaggio, in primo luogo a causa della dilagante precarietà del lavoro. La povertà di domani si deve fermare oggi, e quella di oggi deve essere contrastata con più determinazione, attraverso il lavoro dignitoso e un’assistenza rispettosa.

Abbiamo provato a dare una misura della precarietà del lavoro in Sardegna nel 2009: sommando una serie di posizioni individuabili all’interno del mercato del lavoro, siamo arrivati ad una cifra enorme, che dà la misura – si può ben dire – della gravità del fenomeno. Le posizioni all’interno delle quali si alterna nel corso dei mesi l’universo dei lavoratori e delle lavoratrici precarie sono quattro: gli occupati dipendenti a termine (70.000 persone), gli occupati parasubordinati (29.000 persone, di cui 24.000 con un solo committente); le persone in cerca di lavoro (91.000, di cui 72.000 con precedenti esperienze lavorative); le persone che cercano lavoro “meno attivamente” (cioè con azioni di ricerca precedenti all’ultimo mese: sono 55.000).

Sommando tutte queste posizioni si ottiene una misura complessiva dell’universo (molto differenziato) della precarietà del lavoro in Sardegna: 245.000 persone, cui si dovrebbero aggiungere diverse migliaia di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione straordinaria e in deroga. Come è possibile che il governo regionale – e la politica tutta – assista indifferente ad un processo di indebolimento delle chance di vita della popolazione tanto esteso e profondo?

Lilli Pruna

 

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Posted in: Politica, Sardegna