Caso Videolina: la libertà di informazione schiacciata tra caccia alle streghe, giornalisti deboli ed editori mannari

Posted on 27 febbraio 2011

14


A parole la libertà di stampa piace a tutti. A parole. Perché poi nei fatti, in un modo o in un altro, la libertà di stampa subisce attacchi quotidiani anche da chi (perfino in buona fede) si erge a suo strenuo difensore.

Non voglio parlare in questo caso di Berlusconi e del centrodestra: do per scontato che possiate immaginare come la penso. Quello che mi spaventa è, per entrare subito nel merito della crisi di Videolina e delle altre tv locali sarde, chi si straccia le vesti perché le imprese editoriali private prendono soldi dalla Regione.

Una cosa deve essere chiara a tutti: nessuna tv oggi in Sardegna (dalla migliore alla peggiore), nessuna per andare avanti può fare a meno delle risorse pubbliche, erogate sotto forma di contributi statali, pubblicità istituzionale, bandi, progetti di comunicazione su eventi finanziati ad hoc. Nessuna. Questo è un dato di fatto che non può essere eluso: senza risorse pubbliche le tv private chiudono. Si deve certamente ragionare sul come e sul quanto le singole tv ricevono, ma fare una crociata contro il finanziamento pubblico è folle. Mi ripeto: la libertà di stampa esiste se ci sono gli organi di stampa. Pensare che la libertà di stampa cresca tagliando le risorse pubbliche è demenziale.

Una parentesi: uno dei lasciti velenosi dell’èra Soru è questa idea che prendere i soldi dalla Regione sia un peccato mortale. Che piaccia o no, molte leggi consentono alle imprese di ricevere risorse dalle amministrazioni pubbliche. Per quale motivo solo le imprese editoriali (che sono imprese esattamente come le altre) debbano stare completamente sul mercato è una di quelle stupidaggini che danneggia la libertà di stampa, e che paradossalmente arriva più spesso dalla sinistra che non dalla destra. Soru ha alimentato un clima da caccia alle streghe, e ancora oggi per molti sprovveduti adoratori del suo verbo chi prende soldi dalla Regione o dallo Stato deve finire al rogo.

Un altro elemento non eludibile è la crisi straordinaria che ha colpito le tv. E’ vero che tutte le imprese editoriali soffrono (i giornali pagano la concorrenza di internet, le radio la rarefazione del mercato pubblicitario), ma le emittenti locali rischiano di essere spazzate via dal digitale terrestre. Il fatto che molte di esse (tra cui Videolina) pensassero di poter approfittare del nuovo sistema e invece ne vengono travolte, può generare in qualcuno il senso di una sarcastica rivincita, ma non cambia i termini della questione. La crisi è reale, non è inventata, e tocca da vicino tutto il sistema dell’informazione locale televisiva in Italia.

Ogni ragionamento che prescinde da questi due elementi (l’impossibilità di fare a meno delle risorse pubbliche e la crisi straordinaria provocata dal digitale terrestre) nega la realtà e non porta da nessuna parte.

E’ vero però che Videolina non è una televisione qualunque. E che anche questa giunta regionale non è una giunta qualunque. Al mio precedente articolo sono state avanzate molte obiezioni. Penso che Giovanni le abbia sintetizzate bene. Dunque analizziamole assieme.

Primo: è incredibile che si diano soldi a società che non hanno saputo adeguarsi al mercato quando alle spalle hanno il maggior colosso dell’informazione sarda.
La delibera è rivolta a tutte le tv sarde, non solo a Videolina. Paradossalmente, il provvedimento serve più a tutte le altre (che non hanno alle spalle l’Unione Sarda) che non all’emittente di viale Marconi, che non rischia certo di chiudere. Adeguarsi al mercato non è semplice, soprattutto quando il mercato non esiste o viene stravolto dal digitale terrestre. Diversa è la valutazione che possiamo fare della qualità dei programmi e dell’informazione, ma qui entreremmo in un campo minato. Una cosa è certa: Zuncheddu è un pessimo editore. La crisi di Videolina è stata aggravata da scelte discutibili, se non errate e autolesionistiche. Una proposta: condizioniamo l’erogazione degli aiuti ad un piano di stabilizzazione o di assunzione di nuovo personale o di nuove professionalità. Siano risorse per un rilancio, non per tamponare un’emergenza.

Secondo: è incredibile che i soldi li debba distribuire un ex dipendente (ex solo perché è diventato assessore al Lavoro) del padrone del colosso dell’informazione sarda.
Parole sante: Franco Manca, prima di diventare assessore, è stato a capo del fantomatico Centro Studi Unione Sarda. Con quanta obiettività e indipendenza di giudizio si siederà ora davanti al suo ex datore di lavoro? Sarebbe più corretto e opportuno che a gestire questa vertenza fosse l’assessore Milia (nelle sue competenze c’è peraltro anche l’informazione). Sarà questa una richiesta avanzata dal sidancato dei giornalisti e dall’opposizione?

Terzo: non si può pensare che mentre i dipendenti di Epolis perdono la loro Cigs (perché questo è successo in questi giorni, puoi facilmente informarti) mamma Regione arrivi a coprire i buchi di un’azienda che comunque permette ancora ai suoi dipendenti di avere la busta paga a fine mese.
Intanto stai disinformando, perché i dipendenti di Epolis non hanno perso la Cigs. Inoltre, la delibera sulle tv non impedisce alla Regione di affrontare il caso di Epolis. A meno che l’amministrazione non dica che le risorse sono limitate e che bisogna scegliere: e allora io sto dalla parte di chi il lavoro lo ha perso già. A portare alla Regione il caso Epolis deve essere ora il sindacato dei giornalisti, che dovrebbe subordinare il confronto su questa delibera all’apertura contestuale di un tavolo che riguarda i cassintegrati di Epolis. Lo farà?

Quarto: non è ammissibile che il sindacato sia così celere nel richiedere soluzioni, che vengono altrettanto celermente trovate, mentre nel caso del Sardegna hanno solo fatto da cerimoniere al funerale. E qui non si vuole andare ad approfondire un discorso sulle parentele sindacali, che di certo conosci.
E certo che le conosco! Il nostro presidente, Francesco Birocchi, è il padre di Stefano Birocchi, collega di Videolina. E’ da tanti anni che molti giornalisti (e io sono tra questi) pensano che questa parentela limiti l’azione del sindacato, perché pone il suo presidente, anche solo ipoteticamente, in una condizione difficile nei confronti di Zuncheddu (Stefano è stato per anni precario). Forse non è così, ma sarebbe meglio non arrivare a pensare che il sindacato faccia sconti al gruppo Unione Sarda perché il suo presidente regionale teme per lo stipendio del figlio. In ogni caso, lo scorso anno Francesco Birocchi è stato rieletto alla guida dell’Associazione della Stampa Sarda: evidentemente ai giornalisti andava bene così.

Su Epolis però non penso che il sindacato abbia fatto solo da cerimoniere al funerale delle testate. A fronte di situazione oggettivamente difficile, la Fnsi mi sembra si sia impegnata a fondo. A mancare è stata la politica: mentre Il Sardegna chiudeva, Cappellacci e Pili si battevamo perché Videolina finisse sul tasto nove del telecomando, ovviamente in nome della libertà di stampa, della democrazia e del pluralismo: ridicoli.

Quinto: ti invito a scorrere l’elenco dei componenti del Cda de L’Unione Editoriale e quello dei curatori fallimentari di Epolis, forse c’è un caso di omonimia. O forse non solo.
Se anche lo facessi? Epolis è fallita per un complotto? Non penso. Certo, Zuncheddu non avrà fatto nulla per consentire alla Regione di salvare Il Sardegna. Ma qui torniamo alla debolezza della politica: dov’era il centrosinistra? Te lo dico io dov’era: a prendere soldi da Zuncheddu che ha sponsorizzato la Festa Nazionale dell’Unità al Bastione di Cagliari.

Sesto: vero, le emittenti sono circa venti. Ma chi ha dubbi sul fatto che la bistecca abbia già un piatto di destinazione, così come il contorno e le briciole?
Nessuno. Però le regole sono tutte ancora da scrivere. Se si vigila è anche possibile che a Videolina alla fine questo provvedimento non convenga. Perché sarebbe inaccettabile che a beneficiarne fosse esclusivamente la società e non i lavoratori.

Settimo: siamo di fronte a uno scandalo bello e buono, assuefatti in una regione dove si inaugurano piazzette coi nomi più disparati….
Il fatto che si inizia a parlarne significa che lo scandalo può essere ancora evitato. Si discute troppo di informazione in generale e poco di informazione locale. Capisco che le cose possano anche essere collegate, ma non è possibile che nessuno organizzi un dibattito pubblico sullo stato delle tv locali o sull’editoria sarda in generale? Che poi la Regione sia pesantemente condizionata da Zuncheddu non è un mistero. Ma ognuno fa il suo mestiere. Per cui mi chiedo: dov’è l’opposizione? Dov’è il centrosinistra? Hai mai sentito qualcuno criticare Zuncheddu? E su piazza l’Unione Sarda, perché la Nuova Sardegna non ha scritto una riga? Chi ha deciso e perché che quella non era una notizia?

Le mie risposte a Giovanni si basano su una speranza: che il sindacato dei giornalisti e l’opposizione non facciano sconti e non subiscano passivamente le “ragioni” di Zuncheddu. Gli strumenti per farlo ci sono, perché, ad una lettura più attenta, la delibera mostra delle crepe inquietanti.

Ce lo ha spiegato bene Orzocco in un suo post. State concentrati che è molto tecnico.

La delibera interviene nel settore delicato dell’informazione ex lege 1 del 2009, art. 3 comma 12. Dalle motivazioni poste in premessa, sembrerebbe che la legge preveda uno specifico ed esclusivo intervento per l’informazione.
Dice infatti l’Assessore del lavoro, che è veramente difficile pensare imparziale rispetto al gruppo Unione: “In questo ambito la Regione, con la L.R. 14.5.2009, n. 1, art. 3, comma 12, aveva già inteso riservare all’intero settore della comunicazione e dell’informazione, in accertato stato di crisi, interventi non solo finanziari atti a contenere ed in prospettiva a superare gli effetti economici e sociali, nella considerazione degli effetti negativi che il venir meno della pluralità dell’informazione produce in un sistema democratico, per quanto maturo e consolidato”.

Invece, il comma 12, fortemente voluto a suo tempo dai sindacati, riguardava interventi sull’intero sistema produttivo sardo. Ecco il testo:

“L’articolo 6, lettera b), della legge regionale n. 3 del 2008 è così modificato: dopo le parole “crisi occupazionale” sono aggiunte le seguenti: “e per il mantenimento dei livelli occupazionali in specifici settori dell’attività produttiva manifatturiera e dei servizi culturali, della ricerca e dell’innovazione, della comunicazione e dell’informazione in accertato stato di crisi. I progetti sono approvati nell’ambito del Piano regionale per i servizi, le politiche del lavoro e l’occupazione di cui all’articolo 13 della legge regionale n. 20 del 2005.

Si tratta insomma di interventi di politiche attive del lavoro che comprendono anche il mondo dell’informazione e della comunicazione (ma allora si pensava agli espulsi dai call center e ai dipendenti, per i servizi culturali, delle cooperative che gestiscono le biblioteche).

Il restringimento della norma a un settore e poi a un’azienda, esporrà molto l’assessore del lavoro a gravi responsabilità. Soprattutto laddove egli non dovesse limitarsi a predisporre piani per i lavoratori, ma anche a predisporre interventi finanziari, di cui parla la delibera ma non la legge.

L’altra legge citata è la legge 1 del 2011 all’art. 6, l’articolo voluto dai sindacati per il Piano Straordinario del Lavoro con una capienza di 65 milioni di euro. Ma si tratta sempre e solo di interventi per i lavoratori non per le società.

A questo punto è d’obbligo una domanda: e i cassintegrati de Il Sardegna dove sono? Perché non si parla di lavoratori ma di rischio di chiusura delle società?
L’unico modo per un intervento organico nel settore dell’informazione che tuteli precariato e cassintegrati e non miliardari è una disciplina specifica.

Avete capito? C’è il rischio enorme che la delibera, così per come è scritta, consenta a Zuncheddu, editore mannaro, di pagarsi i debiti di Videolina senza essere costretto a garantire il mantenimento o anche l’innalzamento dei livelli occupazionali, e tutto questo a scapito dei cassintegrati dei call center e delle cooperative culturali!

Bisogna vigilare, non c’è che dire.

Un’ultima considerazione: tutte le imprese editoriali sono in crisi. Per evitare di fare figli e figliastri, non sarebbe il caso di intervenire rifinanziando nuovamente la legge 22 sull’editoria? Con il collegato alla Finanziaria siamo ancora in tempo.

Annunci