Anfiteatro, voci amiche contrarie (alla mia): “Ecco perché non bisogna smontare le gradinate”

Posted on 5 marzo 2011

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Bruno Meloni è un mio amico. Nella vita fa l’ingegnere, ma in realtà è sempre stato vicino al mondo del teatro: ha firmato molti allestimenti come scenografo, ma anche come drammaturgo e regista. Stamattina si aggirava come un cospirato all’Anfiteatro romano di Cagliari e, nel corso della manifestazione che ha rilanciato in grande stile la mobilitazione contro le gradinate, distribuiva ai presenti un volantino. Ecco il testo. Io mi ripropongo di rispondere alle sue argomentazioni (che non condivido) in sede di commento. Mi sembra però opportuno proporvele per animare il dibattito sul futuro del monumento.

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PERCHE’ SONO CONTRARIO ALLO SMANTELLAMENTO DELLE STRUTTURE LIGNEE DELL’ANFITEATRO ROMANO

Scriveva Italo Calvino nel 1985 (Lezioni americane, esattezza):…

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Non mi interessa qui chiedermi se le origini di questa epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute…

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste.

Anche le immagini, per esempio.

Sono passati 25 anni e siamo alla barbarie del “medioevo catodico”.

In questa temperie di persuasione più o meno subdola, di confusione fra merito e meretricio, di retorica sempre più vuota quanto più gridata e regredita al gutturalismo, non può che rafforzarsi un nuovo fascismo, svuotato di ogni valenza sociale, cui è funzionale  lo svilimento della scuola, dell’università, della cultura. A iniziare dalle strutture, dai luoghi.

I teatri, per esempio.

A Cagliari, nel nostro piccolo.

Viene demolito l’Alfieri.
Il Teatro dell’Arco, quasi restaurato, è chiuso da anni.
Quattro anni fa, dopo venti di attività, è stato chiuso il Palazzo d’Inverno, nel silenzio.
Il Teatro Civico non ho ancora capito cosa sia.
L’Arena Giardino è diventata un palazzo.
Il teatro Massimo è stato diviso in Mass e Mino.
Il Due Palme è chiuso.
L’anno passato è stato fatto lo spettacolo “Oggi smontiamo l’Anfiteatro” e oggi si insiste.

Sono molto perplesso.

In Spagna, a Valenza, è in corso da anni una disputa simile sul restauro del teatro romano di Sagunto. A chi è contro, Giorgio Grassi, il progettista, risponde così:

La demolizione costituisce un attacco contro l’indipendenza e la libertà del mondo della cultura. La demolizione è una vendetta politica che non ha nulla a che vedere con il dibattito architettonico. La demolizione è uno spreco e danneggia i cittadini e le arti sceniche. La demolizione è una dimostrazione di codardia intellettuale”.

Ora, io non utilizzerei gli stessi toni parlando del nostro Anfiteatro, perché l’intervento è discutibile, sia dal punto di vista squisitamente architettonico, sia da quello più generale del dibattito fra la rovina romantica, i limiti del restauro e il progetto di architettura ( a iniziare da Viollet-le -Duc e Ruskin). Anche se la cavea piena sino al terzo anello è di potente suggestione.

Ma non è di questo che oggi è importante parlare. Ma dell’Oggi.

Io sono contrario allo smantellamento delle strutture lignee, che rendono l’Anfiteatro un Teatro per 5000 spettatori, l’unico che abbiamo, perché non possiamo permettercelo.

Perché nell’Oggi, infausto e deculturalizzante che viviamo, non possiamo permetterci di demolire un teatro; perché, volendo essere polemico, Oggi, è meglio un teatro vivo che una rovina morta.

Perché, Oggi, un Teatro deve essere uno strumento o un arma di lotta nella Guerra (in senso poetico) Civile che ci attende. Perché smantellare le tribune è atto di luddismo piuttosto che di Resistenza.

Bruno Meloni

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