No, “l’assordante silenzio degli intellettuali sardi” non esiste! Michela Murgia e la censura nelle pagine culturali dei giornali isolani

Posted on 20 marzo 2011

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La pubblicazione nella pagina culturale della Nuova Sardegna di oggi del saggio di Michela Murgia ospitato nel volume dedicato ad Antonio Pigliaru “Il soldino dell’anima” (saggio che conoscevo da qualche settimana perché, per fortuna, qualche amico editore mi regala ancora i suoi libri e lo ringrazio per questo) mi consente di sviluppare con voi alcune riflessioni a margine delle considerazioni proposte dall’amica scrittrice.

Anche perché il titolo proposto dal quotidiano sassarese (“Nel mondo che cambia l’assordante silenzio degli intellettuali sardi”) è, a mio avviso, autoassolutorio, fuorviante, e ribalta clamorosamente il senso delle parole della Murgia.

Intanto, cosa dice la scrittrice? Sostanzialmente due cose (e mi scuserà se sintetizzo brutalmente il suo pensiero).

La seconda (che non svilupperò) è che i sardi hanno perso la loro capacità di riconoscersi come popolo e che servono intellettuali che demoliscano dalle fondamenta il concetto di autonomismo.

La prima (che mi interessa di più) dice invece più o meno questo: “In Sardegna è ridotta l’accessibilità ai mezzi di informazione di massa – pochi e politicamente vincolati – che restano necessari per far udire pensieri alternativi”, “la concessione del diritto di parola pubblica è oggi lasciata alla discrezione del potere economico e politico”, anche perché internet non è poi così diffuso.

Non dunque del silenzio degli intellettuali, ma di una sostanziale impossibilità degli intellettuali a far sentire la loro voce nei mezzi di informazione di massa parla Michela Murgia. Cioè esattamente il contrario di quanto afferma il titolo della Nuova Sardegna.

Parto da questo punto che mi sembra fondamentale e rilancio il concetto a parole mie: nelle pagine culturali dei giornali sardi scrivono sempre gli stessi e finiscono, grosso modo, sempre le stesse notizie. Sull’Unione e sulla Nuova ci sono rendite di posizione lunghe ormai decenni (a Sassari il pur ottimo Manlio Brigaglia scrive di qualsiasi cosa e non lascia toccar palla a nessuno), oppure posizioni consolidate in virtù di notorietà inversamente proporzionali alla capacità di analisi (per esempio Marcello Fois e Flavio Soriga: ottimi scrittori, ma spesso modesti interpreti della realtà isolana, soprattutto politica, che sembrano non conoscere appieno).

Al potere economico e politico citato dalla Murgia aggiungerei anche quello delle lobbies universitarie, delle case editrici e dei gruppi di potere culturale (grandi organizzazioni e grandi compagnie), il cui unico obiettivo è quello di far credere all’opinione pubblica che tutto sia immobile e che gli altri soggetti che entrano sul mercato delle idee e delle produzioni culturali non siano all’altezza della situazione.

Non si tratta di un aspetto di poco conto. Perché se i lettori comprano i libri di cui trovano notizia sui giornali, le amministrazioni pubbliche finanziano associazioni e compagnie anche condizionate dello spazio che le loro iniziative trovano sui giornali.

Parlare di silenzio degli intellettuali sardi è dunque profondamente sbagliato. Perché in tanti si manifestano (con libri, spettacoli, mostre, iniziative e dibattiti) ma chi deve ascoltare si dimostra inevitabilmente sordo. O forse finge di esserlo, perché un’informazione non condizionata dai poteri di cui abbiamo parlato sopra, cambia gli equilibri e disegna gli scenari nuovi. Cosa che, ad esempio, il quotidiano sassarese non vuole assolutamente fare, impegnato com’è da anni a conservare lo status quo della cultura, dello spettacolo e dell’intellettualità sarda.

Di quale silenzio sta dunque parlando l’anonimo titolista della Nuova Sardegna? Del silenzio di chi viene di fatto ignorato?

La critica (letteraria, teatrale, artistica, culturale) è morta. Morta. E i nostri capiservizio non sembrano crucciarsi più di tanto. Sulla Nuova spesso gli scrittori si sono recensiti tra di loro. Oppure vogliamo parlare della imperdibile rubrica dei libri al Tg3 regionale? Vogliamo parlarne? Veramente? Con il suo curatore che per ben due volte si è fatto recensire un libro da un collega compiacente?

Inoltre, far pubblicare anche solo la notizia di uno spettacolo o di una iniziativa sta diventando cosa sempre più ardua, bisogna avere l’addetto stampa giusto o chiedere un favore all’amico giornalista (se è amico). Se non si conta nulla o, peggio, si è nella “lista nera”, non c’è nulla da fare. Negli operatori culturali regna una rassegnata rabbia per questa situazione che si trascina da anni e a cui non si trova rimedio. Intanto però ogni sfilata di miss trova spazio con foto e interviste.

E’ evidente che le cose stanno, se possibile, peggiorando. L’Unione Sarda (che negli anni ‘80 aveva come caposervizio Alberto Rodriguez) ora è tutto un tripudio di perizoma, push up, tronisti e donne scosciate. La Nuova Sardegna resta invece fedele al suo immutabile conformismo stile “simil Repubblica”.

Ripeto: gli intellettuali sardi parlano in tanti modi (con libri, spettacoli, conferenze e dibattiti). Se i giornalisti che si occupano di cultura nei due quotidiani sardi e al tg3 non se ne accorgono o fanno finta di non accorgersene di chi è la colpa? Di chi urla o di chi è sordo?

Inoltre, per avere lo status di intellettuale, è forse necessario finire sui giornali? Come non riconoscere che c’è un lavoro intellettuale che si tiene lontano dai riflettori e che allo stesso tempo agisce con efficacia nelle nostre comunità?

Certo, forse potremmo dire che in Sardegna non ci sono intellettuali all’altezza della situazione. Ma come giustamente afferma Michela Murgia “non c’è alcun ruolo intellettuale di cui discutere se l’elaborazione di pochi non ha spazi per divenire patrimonio di tutti”. Se di un libro non se ne parla pubblicamente, se non scaturisce un dibattito (e non una “polemica” come anche oggi, in ossequio al suo conformismo, la Nuova titola), le pagine della cultura diventano degli sterili contenitori pieni quasi di stupidaggini televisive, o di notizie buttate lì senza criterio, senza capo né coda.

Il titolo della Nuova si appiglia poi concettualmente ad un passaggio laterale del ragionamento di Michela Murgia, cioè che oggi “assistiamo al triste spettacolo di intellettuali che per lo spazio di un editoriale si adattano ad essere inoffensivi o conformi, firmano la riflessione sempre a consuntivo e non si compromettono mai col presente”. La leggenda dell’intellettuale venduto al potere fa sempre colpo, e in effetti qualcuno c’è.

Ma si tratta oggi di fenomeni marginali. Chi difende Cappellacci sui giornali? Nessuno. Chi ne parla male? Tantissimi: in pubblico e in privato, con il loro lavoro e con la loro testimonianza. Diverso era invece negli anni di Soru, in cui la Nuova Sardegna sembrava voler dare spazio solo a chi magnificava le azioni del presidente, e pochi tra gli scrittori isolani parvero allora resistere alla chiamata alle armi.

In conclusione, non so se (come dice Michela Murgia) “c’è bisogno di intellettuali nuovi”. Di sicuro con queste pagine della cultura e degli spettacoli fatte così male, gli intellettuali nuovi invocati da Michela rischiamo di fare la fine di quelli vecchi che non trovano mai spazio, solo perché per alcuni c’è tutta l’attenzione possibile e per altri solo il silenzio. E questo per non alterare gli equilibri editoriali, accademici, politici, di parte.

Ecco perché il titolo della Nuova Sardegna di oggi suona come una insopportabile irrisione.

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