Di cosa ha bisogno il giornalismo sardo? Di bravi professionisti, di direttori giovani, editori coraggiosi e politiche innovative. I primi ci sono già, tutto il resto no

Posted on 3 aprile 2011

40


Se ben governato, il dibattito nato dal corso organizzato dalla scrittrice Michela Murgia può darci l’opportunità di abbozzare una seria riflessione sul giornalismo in Sardegna. Dico “ben governato” perché da subito si è levato alto l’urlo scomposto di chi pensa che abolendo l’Ordine dei Giornalisti si risolva qualcosa. Rispetto le opinioni di tutti, ma non ho capito bene in che modo i problemi strutturali dell’informazione italiana e sarda dovrebbero trarre beneficio concreto dall’abolizione dell’Ordine. Vi sfido, o abolizionisti, a fornirmi un esempio concreto e immediato, uno solo (a parte il risparmio delle quote annuali, ovviamente) e mi converto al vostro Credo.

Così come rimango interdetto nel vedere come una iniziativa nata per favorire il buon giornalismo si trasformi (a leggere molti post esagitati su facebook o anche sul blog della scrittrice) in una iniziativa contro il “giornalismo ufficiale” e i “giornalisti tutti pennivendoli”. Forse qualcuno ha le idee confuse. E non è certo la Murgia, che infatti ha coinvolto nel suo laboratorio alcune delle firme più “pesanti” dei due quotidiani isolani.

Ecco, il fastidio che molti colleghi hanno provato davanti al tanto contestato corso nasce proprio dall’impressione (data forse involontariamente dalla Murgia) secondo cui in Sardegna non ci sono abbastanza giornalisti con “la schiena dritta” e dunque c’è bisogno di un corso che li formi o che dimostri a chi lavora nelle redazioni che basta poco per tirare fuori notizie “scomode”.

Non che non sia anche così, per carità. Ma, se non contestualizzato, il corso organizzato dalla scrittrice rischia di essere una risposta semplice ad un problema complesso. Se bastasse avere buoni giornalisti per fare del buon giornalismo saremmo a cavallo, e un’esperienza sicuramente positiva come quella de Il Sardegna (per lunghi periodi a mio avviso il miglior quotidiano sardo, tenuto conto delle risorse che aveva a disposizione) non sarebbe finita com’è finita.

Quali sono dunque i problemi del giornalismo in Sardegna? Solo i troppi giornalisti poco formati?

Questo non è certo un problema da poco. L’accesso alla professione è, nella stragrande maggioranza delle volte, governato dal caso. Come si possa campare oggi di giornalismo ancora non lo so. Ci sono tante storie, che meriterebbero di essere raccontate, di professionisti validissimi relegati ai margini delle testate, di altri che trovano il giusto spazio, e di altri ancora che non ce la fanno (e per fortuna che non ce la fanno), di altri che fanno una carriera pazzesca e non se lo meritano.

Non voglio addentrarmi in questo discorso. Faccio il giornalista da vent’anni e continuo a pensare che la determinazione conti più di qualunque altra cosa. Poi ci vuole fortuna, anche quella di incontrare colleghi che ti aiutano. Certo, chi si vende rischia di fare carriera a discapito di altri. Ma in quale professione questo non avviene?

In ogni caso, io credo che i ragazzi che oggi iniziano la carriera sono generalmente molto più preparati e strutturati di quelli che erano alle prime armi dieci o quindici anni fa. In prospettiva, il problema “schiena dritta” è già bello che risolto.

Paradossalmente, il vero corso di giornalismo lo dovrebbero fare i colleghi della generazione dai 45-50 anni in su, che dovrebbero essere guidati dai ragazzi che escono dai master di giornalismo  a comprendere una realtà che è profondamente mutata, che le fonti si sono moltiplicate, che tutto è esploso e rimettere a posto i pezzi è dannatamente più difficile di quanto non fosse vent’anni fa. I colleghi che si sono formati prima dell’avvento di internet dovrebbero essere aiutati a rimettersi in gioco.

Guardate, lo dico con la consapevolezza di chi ha iniziato a scrivere su una Olivetti Lettera 35 e non con un pc connesso a internet. A quasi 41 anni io faccio fatica a star dietro ai 25/30enni che hanno studiato più di me, viaggiato più di me, hanno fatto corsi e Master che ai miei tempi non c’erano. E mi sembra che i colleghi che hanno più di 50 anni soffrano quanto e più di me.

Invece sono proprio questi colleghi, spesso demotivati e sfiduciati, a governare le sorti del giornalismo sardo, a scegliere i giornalisti del futuro, a decidere chi va avanti e chi no.

Questo è a mio avviso uno dei problemi del giornalismo sardo: chi sta nei posti di comando (direttori, capiredattore, capiservizio, inviati) si è formato un’era geologica fa. E ragiona con logiche vecchie che rischiano di favorire i giovani che giovani in realtà non sono, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la politica.

La classe dirigente giornalistica sarda è vecchia. Per cambiare le cose ci vorrebbe una rivoluzione generazionale, ma partendo dai vertici. Direttori nuovi, giovani e bravi, nelle maggiori testate sarde. Le professionalità non mancano. A mancare sono invece gli editori capaci di fare scelte così coraggiose.

Ci sono editori in Sardegna in grado di essere innovativi? Quelli che governano le sorti delle grandi testate (Sergio Zuncheddu per il Gruppo Unione Sarda, De Benedetti per la Nuova Sardegna, Giorgio Mazzella per Sardegna Uno), direi proprio di no.

E gli altri? Gli altri si arrabattano. Perché uno dei veri giganteschi problemi del giornalismo sardo è lo squilibrio delle risorse a disposizione delle testate. Secondo il rapporto sul Sistema dei Media locali nella Regione Sardegna, commissionato nel 2008 dal Corerat Sardegna, degli 86 milioni di euro fatturati complessivamente nel 2006 dai tre quotidiani, dalle venti tv e dalle oltre 465 testate periodiche edite in Sardegna, l’ottanta per cento finisce nelle casse dell’Unione Sarda e della Nuova Sardegna. Percentuale che raggiunge il 90 se aggiungiamo il fatturato di Videolina. Il 90 per cento delle risorse a tre testate, agli altri solo le briciole.

E lo squilibrio in quest’ultimo anno, per effetto delle incredibili decisioni della giunta Cappellacci sulla ripartizione della pubblicità istituzionale, si è accentuato. La Regione sta aiutando i forti e affossando i deboli, è questa la verità. E per deboli si intendono le testate non deboli professionalmente, ma deboli nei rapporti con la politica.

Poi ci sono le nostre istituzioni: l’Ordine dei Giornalisti e il sindacato. La loro azione è, secondo me, da anni insufficiente e non al passo coi tempi. L’Ordine non è riuscito a contrapporsi adeguatamente alla crescente deriva dell’Unione Sarda. Il quotidiano cagliaritano dimostra spesso e volentieri che le cronache possano essere piegate alle volontà della politica senza mai pagare nessun pegno. E l’Unione è il maggiore quotidiano dell’isola, e, che piaccia o no, con le sue cronache condiziona tutte le altre redazioni e il loro modo di trattare le notizie.

Il sindacato invece non si è mai voluto seriamente schierare dalla parte dei precari. Ogni iniziativa a riguardo è sempre stata strumentale e ininfluente. Ancora oggi, nonostante anni di sollecitazioni, i collaboratori dell’Unione e della Nuova (giornali che fanno milioni di euro di utili) sono pagati una miseria.

Ecco, sinteticamente sono questi, secondo me, i problemi del giornalismo sardo. Ogni bravo giornalista che frequenterà il laboratorio di Michela Murgia (che purtroppo non cambierà le sorti del nostro settore e male ha fatto l’Ordine ad averne così paura) ne tenga conto.

Annunci