Mi scrive Gianfranco Murtas: ” Il sardismo che oggi compie 90 anni è altra cosa da quello delle origini, ma Maninchedda è una speranza per i quattro mori”

Posted on 22 aprile 2011

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Il mio amico Gianfranco Murtas, studioso appassionato oltre che della Chiesa sarda e della Massoneria, anche delle vicende legate a illustri esponenti del Partito Sardo d’Azione, mi regala questa riflessione in occasione dei 90 anni del partito fondato da Lussu. Espone anche un giudizio sul consigliere regionale Paolo Maninchedda. L’articolo apre a molte considerazioni e mi riservo di intervenire alla fine del dibattito.

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Caro Vito,
nel mezzo delle grandi questioni discusse circa la cattiva politica e la cattiva legislazione/amministrazione che impazzano nel bel Paese e nel mezzo delle inquietanti vicende di guerra, di rivolgimenti nelle relazioni estere e di paura per le malattie delle centrali atomiche – materie tutte che giustamente hanno preso l’opinione pubblica –, uno spazio, almeno sulla nostra stampa, è stato recentemente riservato alla circostanza di calendario del 90° di fondazione del Partito Sardo d’Azione. E dunque per quel tanto di cure che ho riservato lungo molti anni, con amore di democratico, a quella formazione (e che in parte, e non banalmente, hanno coinvolto anche te, Vito, nella più giovane età) mi sento in obbligo di esprimere qualche considerazione, in libertà e senza pretesa alcuna di cattedra. Per arrivare ad una conclusione che anticipo: che onestà vorrebbe si dichiarasse che il Partito Sardo di oggi, così come per certi e diversi aspetti nei due decenni precedenti (quelli dell’ubriacatura nazionalitaria), è altra cosa rispetto a quella che fu pensata all’indomani della grande guerra e attraverso le complicate fasi del Movimento dei combattenti, e anche rispetto a quella che fu dopo ancora, nel contrasto al fascismo e nella costruzione e nel consolidamento della Repubblica.

Perché quando si vede la nobile bandiera dei quattro mori – che in tante copertine ho proposto nel nesso con il tricolore italiano, perché alludeva alla feconda relazione istituzionale e politica fra Sardegna e Italia (e poi, meglio, Repubblica italiana) – sempre più allineata ai simboli della screditata politica della destra di cartapesta, senza ideali e senza morale, mercantile e populista ben si capisce – se si vuole capire – che il salto è compiuto. Legittimo sul piano delle facoltà esercitate da organi dirigenti eletti da cittadini militanti nell’associazione detta politica, incredibile e impossibile sul piano della coerenza ideale ad una storia.

Lo svilimento etico che ha preso anche tanta parte dell’area progressista (o sedicente tale), ma radicata comunque nei riferimenti valoriali antichi – il 25 aprile parla sempre a certuni e non ad altri, e così il 1° maggio – non esime dal guardare ad un Partito Sardo fattosi interno soltanto a logiche di potere e privatosi così da solo di energie contestative volte però, sempre in positivo, ai grandi progetti.

Si pensi alla carta di Macomer del 1920, vigilia della fondazione del  partito, si pensi ai ponti cercati con i partiti autonomisti della penisola (e il loro ripudio quando l’involuzione fascista cambiò lo scenario),  si pensi ai rimandi mazziniano-cattaneani sul quotidiano “Il Solco”, si pensi alle elezioni proporzionali del 1919 e del 1921 – ora finalmente con Lussu parlamentare – ed a quelle estreme del 1924, con l’intervista di Lussu raccolta per la prima pagina della Voce Repubblicana da un giovane come Cesare Pintus. Pintus, il mazziniano di Giustizia e libertà convocato alla galera fascista, alla tubercolosi, alla esclusione dall’albo professionale, fino al riscatto della sindacatura democratica di Cagliari martoriata, a regime sconfitto, e fino anche alla morte prematura sopraggiunta per tanta concentrazione di fatiche. Che storia, se la si confronta con quella del politburo del Partito Sardo di questi anni. Perché le diverse contingenze storiche non autorizzano a rovesciare l’orientamento degli ideali, la tensione alla politica bella, la disponibilità al sacrificio per una causa che non fa guadagnare né denaro né assessorati né segreterie particolari.

E ripenso all’impegno faticoso e rischioso nei nuclei catacombali di Giustizia e libertà (ecco il nome di Anselmo Contu) , al carcere e poi al confino per taluni (13 anni a Francesco Fancello!), al carcere e alla clandestinità per altri (valgano i nomi di Graziella Sechi e di Dino Giacobbe), alla militanza nell’esercito repubblicano in Spagna fino al sacrificio della vita (gloria di Giuseppe Zuddas nell’episodio di Monte Pelato), alle testimonianze antifasciste di uomini e donne come Pietro Mastino, Luigi Oggiano e Gonario Pinna, come Marianna Bussalai e Mariangela Maccioni esuli in patria!

E ripenso al dibattito vivace del congresso della ripresa nel luglio 1944 (un anno prima della liberazione dell’Alta Italia dai nazi-fascisti!) e al patto federale con il Partito d’Azione, all’impegno di Mastino in due governi nazionali (Parri e De Gasperi), di Luigi Battista Puggioni nella Consulta nazionale che anticipò il voto del 2 giugno 1946 (eletto in quota azionista), di Emilio Lussu nella Costituente: perché l’obiettivo di tutti erala Repubblicaitaliana, democratica ed  autonomistica.

E ripenso a Titino Melis deputato per due legislature repubblicane, e al motto finale dei suoi discorsi: “Con cuore di sardo e di italiano… per l’unità vera della Patria…”. Con tutti i discorsi parlamentari (e anche quelli consiliari alla Regione e al Comune di Cagliari) di Giovanni Battista Melis – sono 800 pagine – tu sai che di lui, rinchiuso in una prigione fascista a soli 23 anni, insieme con UgoLa Malfa, ho pubblicato anche le memorie inedite: quelle  che, appunto, tu stesso presentasti in una affollata assemblea  cui intervennero, offrendo il contributo di una parola illuminante, uomini come Mario Melis e Antonio Romagnino.  Eri giovanissimo,  poco più che ventenne, e sapesti trovare motivi di sequela ideale, al di là della stretta militanza civile o politica che ognuno ha scelto per sé, fra quella gioventù esposta al rischio di oppressione e cattività e quella dell’oggi (o già degli anni che si chiamavano “edonistici”, fra ’80 e ’90) tempestata da crisi valoriali nel rinseccamento delle prospettive di vita adulta, professionale e civica.

Il sardismo per l’Italia nello slancio di una Europa federale. Il sardismo democratico – ché soltanto democratico e progressista può essere e che tale fu anche negli anni in cui aveva un senso parlare di interclassismo della sua base e dirigenza –, e il sardismo per l’Italia come già nel 1920 l’intese Camillo Bellieni, il primo fondatore e teorico del PSd’A, che forse pochi di quelli che oggi parlano “a nome” del sardismo hanno mai letto: il sardismo che amava il tricolore per quel che il tricolore significava di storia condivisa, di vita sacrificata con i proletari delle altre regioni incontrati nelle trincee della grande guerra che fu la guerra della unità nazionale, perché assorbì realizzandoli i sogni degli irredenti!

Non è storia di libri, questa, e i 90 anni di storia del PSd’A come i 150 della unità territoriale della maggior patria, in coincidenza fra di loro, non sono letteratura per il tempo perso. E’ storia di menti e di sentimenti, è rappresentazione di vicende e di testimonianze partecipative che coscienze limpide potrebbero onorare con il sacrificio dello studio, della proposta  e della gratuità, invece che imbellettare del nulla, occupando gli sgabelli offerti loro, come una lenza ai pescetti, dal partito dell’amore e dagli altri fantasmi che vagolano, imbrogliando, fra il bar e l’aula del Consiglio regionale.

Penso in ultimo, in queste meste riflessioni, a Paolo Maninchedda, che credo sia il meglio – per onestà intellettuale e schiena dritta – che si trovi nel palazzo pur degli sprechi, ove ogni consigliere regionale, per la paga che si è dato a carico delle casse pubbliche, attribuisce a sé un merito sociale pari almeno a dieci volte quello di un insegnante che è chiamato a formare, nelle aule scalcinate, i nuovi cittadini.

Egli non è di cultura sardista, non ha nulla a che fare con Bellieni e con Lussu, con Titino Melis e Piero Soggiu, né con quel Mario Melis il quale, nel rapporto fiduciario, di simpatia e infine amicizia che ci legò negli ultimi quindici anni prima della morte, riconobbe a tanta fatica di ricerca e scrittura che avevo portato al tavolo della riflessione attuale il valore di un contributo fondamentale per rimettere ordine fra totalitarismi nazionalitari e sgrammaticature indipendentiste, non supportate neppure da alcuna competenza amministrativa degli eletti nel consiglierato allegro del  1984-85…

Ma forse la sua estraneità (di Maninchedda, dico) alla cultura antica dei sardisti – a meno che non ve ne sia nell’albero delle sue ascendenze familiari – può anche essere un bene, e perfino un ottimo, per il sardismo d’oggi e di domani. Perché se altri dei suoi compagni, di debole sentimento come lo certificano le presidenze garantite purchessia e le improbabili candidature perfino conla Lega del razzismo nordico, trascinano se stessi  e le claque lungo i vialetti dell’opportunismo senza respiro, egli che al sardismo è pervenuto, con spiccata sensibilità storica, dopo tanto studio ed esperienza a largo spettro, non può perdersi  in alcun bla bla autoreferenziale né delle rimasticature passatiste né nelle fantasie noviste senza ancoraggi, e neppure nei ritagli di vacue specialità rispetto ai vari Irs come rispetto a Sardigna Nazione. Il sardismo che mi piacerebbe egli potesse e volesse interpretare, innovando ma non alterando e tanto meno tradendo quello delle raichinas, è il sardismo “concretista” o “problemista” che il PSd’A bellieniano trasse da Salvemini e grazie al quale divenne quel protagonista della  storia nuova, nei primi anni ’20, da meritare la citazione di Piero Gobetti, prossimo al martirio.

Dentro una cornice che recupera le idealità della pur minoritaria cultura democratica italiana – cultura di sinistra riformatrice e non dottrinaria, che dalla Sardegna attraverso Tuveri ed Asproni raggiunge il Mazzini sempre attuale della Giovine Italia e della Giovine Europa ed il Cattaneo del Politecnico e delle proiezioni federalistiche -, c’è tanto da ripensare il sardismo adulto che interloquisce con chiunque altro nel dibattito sulla riforma costituzionale della Repubblica, ma inizia già qui… dalla moralità organizzativa e finanziaria delle istituzioni territoriali, del Consiglio regionale, dei gruppi consiliari, e guarda alla qualità della produzione legislativa che qui prende forma il più spesso confusa. Il filologo di valore, l’intellettuale dalla schiena dritta, il politico che non mercanteggia la sua indipendenza pur nella lealtà ai sodali del sentimento, sappia che è lui – nuovo sardista – a dare le ultime residue speranze ai sardisti antichi e oso dire autentici (fra i quali, per fraternità repubblicana, sono anch’io, con mille testimonianze, fin dalla mia adolescenza).

Gianfranco Murtas

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Posted in: Politica, Sardegna