Sergio Zuncheddu non conosce la congiura di Camarassa e fa mettere alla gogna tre giornalisti per far recuperare un po’ di credibilità all’Unione Sarda: invano

Posted on 26 aprile 2011

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Sicuramente suggestionato dalle mie attuali letture (“Storia della Sardegna” di Leopoldo Ortu, edizioni Cuec), quando sabato ho visto nuovamente schiaffata sull’Unione Sarda la vicenda dei colleghi Giorgio Melis, Antonio Cipriani ed Enrico Fresu, condannati dal tribunale per aver diffamato il quotidiano cagliaritano di Sergio Zuncheddu, ho pensato alla congiura di Camarassa.

Accadde dunque che nel 1668 fu ucciso a Cagliari in una imboscata nell’attuale via Canelles nientemeno che il Vicerè, il marchese di Camarassa. La torbida vicenda ebbe una conclusione processuale clamorosa perché, interpretata come la volontà di una ribellione dei sardi contro la Corona spagnola, portò al carcere e alla condanna a morte in contumacia di un gruppo di nobili, accusati di congiura.

“I loro beni vennero confiscati, alcune delle loro case rase al suolo e sugli stessi siti, dopo avervi passato l’aratro e cosparso il sale, furono innalzate lapidi infamanti, una delle quali è ancora visibile oggi sulla parete esterna della casa Asquer, in via Canelles 32”, scrive Ortu.

Qualcuno riuscì a scappare, tre furono uccisi, mentre il Marchese di Cea e il suo servo furono catturati. Per loro la Corona organizzò un macabro corteo che partì da Sassari e raggiunse Cagliari. Scrive Ortu: “Dinanzi a tutti procedeva il boia a cavallo, con un lungo tridente sulle cui punte erano conficcate le teste piene di sale dei tre uccisi; seguiva l’anziano marchese, con il servo a piedi, poi un folto corteo con grande spiegamento di forze”. Arrivata a Cagliari, la parata diventò ancor più lugubre e solenne, e il marchese e il servo furono rinchiusi nella Torre dell’Elefante. Il marchese di Cea dopo una settimana fu decapitato nell’attuale Piazza Carlo Alberto, il suo servo arrotato.

Le teste dei congiurati rimasero poi “esposte entro una gabbia per molti anni, nelle due torri dell’Elefante e di San Pancrazio, a turno”.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma quando sabato ho visto il titolo dell’Unione Sarda ho pensato subito alle tre teste esposte sulle torri. Perché la vicenda della condanna dei giornalisti dell’allora “Giornale di Sardegna” Melis, Cipriani e Fresu, per come il quotidiano cagliaritano l’ha raccontata, sembra più frutto di un delitto di lesa maestà che non di una normale querela per diffamazione che giunge ad una prima conclusione, cioè la sentenza di primo grado.

La volontà di intimidire chi si voglia occupare criticamente di Sergio Zuncheddu e del suo gruppo editoriale mi sembra evidente: la notizia non meritava tutto questo risalto (addirittura cinque colonne in cronaca con tanto di foto, senza parlare poi del titolo sparato sul web), tanto più che era già stata data sei mesi fa! Cosa c’era di nuovo? Le motivazioni della sentenza. Che però sono state rese note a gennaio: tre mesi fa. Mi dicono che in viale Regina Elena le avevano da almeno dieci giorni, ed evidentemente hanno aspettato una delle poche occasioni in cui nelle case, complici le festività, una stessa copia viene letta per due giorni.

Perché l’Unione Sarda si è prodotta in un attacco così sconsiderato? Perché l’equivalente della lapide in via Canelles nella Cagliari del Seicento? Solo perché Giorgio Melis ha riaperto il suo blog Altravoce (e ora in un articolo spiega, dal suo punto di vista, la vicenda)? Perché Soru è stato assolto e c’era bisogno di sviare l’attenzione? Sicuramente Sergio Zuncheddu è nervoso e si sente sotto pressione. Non gradisce le critiche, nemmeno quelle che provengono da questo umile blog: messaggio ricevuto, dottore.

Ma l’editore deve stare attento a non gettare nel ridicolo i suoi zelantissimi cronisti. Perché l’intenzione espressa dall’Unione Sarda di interessare della questione l’Ordine dei Giornalisti fa ridere i polli. Chi ha un minimo di dimistichezza con le leggi, sa bene che l’Ordine deve attendere che ogni vicenda giudiziaria che riguarda un suo iscritto deve passare in giudicato, mentre qui siamo appena al primo grado. Delle due l’una: o all’Unione Sarda ignorano questo piccolo particolare (ed è il massimo vedere un quotidiano che disinforma sulle leggi che regolano la professione giornalistica!) oppure, a costo di sembrare ignoranti, gli zelantissimi cronisti hanno voluto far credere ai loro lettori che le “infamanti accuse” rivolte all’integerrimo gruppo editoriale sarebbero state sanzionate senza dubbio dall’Ordine, giusto il tempo di aprire il procedimento: quanto di più sbagliato. Anzi, secondo me proprio chi ha scritto l’articolo di sabato meriterebbe di avere un po’ di tempo libero per ripassarsi il nostro codice deontologico. 

Se Melis, Cipriani e Fresu hanno sbagliato lo diranno i tribunali al termine dei regolamentari tre gradi di giudizio, dopodiché l’Ordine dei Giornalisti farà le sue valutazioni. Una cosa però è già evidente: questa vicenda giudiziaria è stata proposta ai lettori dell’Unione Sarda in maniera del tutto sproporzionata, sottoponendo i colleghi ad una vera e propria gogna mediatica. Per questo motivo vorrei dar loro la mia solidarietà.

Caro Zuncheddu, non è facendo credere che qualcuno ha attentato al buon nome del giornale che Lei e l’Unione Sarda riguadagnerete un po’ di credibilità. Tutti abbiamo visto come sabato, a pagina due, il suo giornale ha dato la notizia del clamoroso esito del processo Saatchi & Saatchi: “Tutti assolti”, e non “Soru assolto”. E dell’ex presidente della Regione in pagina non c’era nemmeno una foto. Sotterfugi talmente piccini che l’Ordine non ha, ahimè, gli strumenti per sanzionarli.

Post scriptum
Dopo molti anni, la Corona spagnola riconobbe che i “congiurati” erano innocenti e che il Vicerè Camarassa era stato ucciso per questioni private.

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