Proprio ora che ne avevamo bisogno, Sa Die de Sa Sardigna è morta! Chi l’ha ammazzata? Ecco l’elenco dei sospettati

Posted on 27 aprile 2011

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Ogni festa esiste nella misura in cui la si celebra: per cui Sa Die de Sa Sardigna non esiste più. Il calendario delle iniziative presentato dalla Regione per questa edizione 2001 è talmente scarno da sembrare quasi irridere all’importanza della ricorrenza sbandierata dagli stessi organizzatori. 

Sa Die è morta. Nessuno ci crede più. O meglio, continuano a crederci solo coloro che, a metà degli anni ’90, capirono che la Sardegna aveva bisogno di una sua festa nazionale per unire idealmente l’isola intorno a valori condivisi. Un gruppo che organizza il prossimo 21 maggio a Seneghe un incontro durante il quale verranno formulate cinque nuove domande intorno ad altrettante questioni cruciali per la nostra isola: dall’assetto istituzionale alle emergenze sociali, dal ruolo degli intellettuali al nuovo modello di sviluppo, fino alla riflessione sulla qualità della politica.

Sa Die però ha perso la sua forza propulsiva. Eppure oggi tutti (da Cappellacci in giù) si riempiono la bocca di “nazione sarda”. Ma allora perché il 28 aprile non ha più significato, quanto meno nella generalità dell’opinione pubblica isolana?

La festa nacque già con delle fortissime resistenze. Ricordo il dibattito accesissimo sulla Nuova Sardegna, con gli storici e studiosi sassaresi inferociti contro una ricorrenza che ricordava la sollevazione del popolo cagliaritano contro i piemontesi, il 28 aprile del 1794. Il campanilismo ebbe un ruolo assurdo in quel dibattito, e ricordo ancora con sgomento le prese di posizione di alcuni accademici del Capo di Sopra che, senza vergogna, ragionavano come ultrà della Torres.

La retorica sardisteggiante molto in voga negli anni ’90 rese poi difficile il compito di credere nella ricorrenza. La festa pagava le contraddizioni della politica, come se solo il 28 aprile la gente potesse accorgersi di quanto scadenti fossero i nostri rappresentanti, visto che Sa Die diventava la più clamorosa occasione per misurare la distanza tra il dire e il fare della nostra politica.

Poi è chiaro che quella parte di società isolana che ha lucrato su una posizione di intermediazione tra i grandi poteri nazionali e le necessità dell’isola, non poteva certo sopportare una festa che invitava alla ribellione contro un potere lontano e distratto. Così la festa ha subito una mutazione.

Alla destra sa Die non piaceva perché rischiava di sembrare una festa “para indipendentista”.  La destra cossighiana invece la trasformò in “festa sarda, dunque italiana”, secondo il classico schema di Francesco Cesare Casula. Alla sinistra Sa Die piaceva invece solo nella misura in cui magnificava i risultati dell’autonomismo e rilanciava la lotta per un nuovo piano di Rinascita. Per cui alla fine ogni maggioranza ha usato la ricorrenza per festeggiare qualcos’altro: agghiacciante l’accostamento nel 2004 alla Brigata Sassari, evocativo ma secondo me ugualmente fuorviante quello ad Antonio Gramsci negli anni di Soru presidente.

Anche agli indipendentisti Sa Die è piaciuta poco, soprattutto ad Irs che ha preferito ai moti cagliaritani il ricordo della battaglia di Sanluri.

Insomma, sembra che la Sardegna non riesca a festeggiare nulla di suo ma solo qualcosa di riflesso. Ma forse è giusto così, è meglio per pudore non festeggiare nulla. Da 426 giorni gli operai della Vynils sono autoreclusi all’Asinara: parlare di orgoglio sardo, di ribellione sarebbe effettivamente di cattivo gusto.

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