Cultura in Sardegna: senza critica nei giornali, ci restano il marketing e il reading. E l’ “abuso di posizione dominante” di Michela Murgia e Marcello Fois

Posted on 4 maggio 2011

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Ho fatto una domanda, ho avuto una risposta.

Penso che questo dovrebbe succedere più spesso in Sardegna, dove siamo malati di silenzio e di retropensieri, dove ogni confronto degenera in scontro e poi in faida, e dove ogni critica deve nascondere per forza il virus dell’invidia. Peccato però che dall’accusa di invidia non ci si possa praticamente difendere. E infatti non mi difenderò e la lascerò scorrere insieme a tante insinuazioni e insulti. Se questo è il prezzo da pagare per avere un dibattito serio su un tema per me cruciale come quello dell’informazione in Sardegna, lo pago volentieri. Ho scelto io di complicarmi la vita affrontando pubblicamente, da giornalista, questioni che rischiano di trasformare gli amici in nemici. Ma io voglio confrontarmi su temi veri con le persone che stimo e che penso che valgano qualcosa. E per me Marcello Fois e Michela Murgia valgono molto.

Apprezzo quello che fanno e anche il ruolo intellettuale che hanno voluto assumersi oggi in Sardegna. Questo non significa che su singole questioni non siano criticabili, anche duramente. Mi sono già scontrato in passato con loro, pubblicamente e privatamente, senza per questo aver pregiudicato, credo, un rapporto di stima reciproca e, nel caso di Michela, di amicizia. Ritengo che questo faccia parte del gioco. Per innalzare, si spera, il livello del dibattito, non certo per immiserirlo.

Certo, poi c’è chi fa uno sforzo per capire e chi invece non vuole proprio farlo e stravolge il tuo pensiero anche quando è chiaro. Ma io solo ai primi mi rivolgo.

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Dunque Michela Murgia mi ha risposto, e mi ha detto: “Sì, non solo trovo corretto, ma anche lodevole e necessario che il giornale più letto nel nord Sardegna abbia messo a fuoco con tanta chiarezza l’importanza della notizia costituita dall’associazione di sei operatori dello stesso settore in un consorzio”.

E no, le cose non stanno così! Diciamo le cose come stanno: la notizia non era quella della costituzione del consorzio, perché altrimenti sarebbe finita nelle pagine di economia e non in quelle di cultura. La notizia era il reading di Fois e Murgia che veicolava la costituzione del consorzio. È stata la presenza dei due scrittori a dirottare la notizia sulle pagine della cultura. e che notizia: trattata con ben tre pagine in quattro giorni: un record.

In ogni caso, per Michela Murgia tutte queste attenzioni erano la necessaria copertura per un evento del genere.

Da questa affermazione possono discendere le seguenti considerazioni:

a: il reading e la nascita di questo consorzio sono stati degli eventi veramente straordinari, la cui importanza non è stata da me compresa. Ma vorrei conoscere un altro giornalista in Sardegna (non direttamente interessato da questa vicenda) pronto a dire pubblicamente che è stato giornalisticamente corretto dedicare tre pagine in quattro giorni a “Storie di Vite”. Lo voglio conoscere. Vi sfido.

b: Michela Murgia e La Nuova Sardegna hanno una concezione di notizia (e dunque di giornalismo) diversa dalla mia.

c: Michela Murgia sopravvaluta questa sua iniziativa per il semplice motivo che non conosce il panorama delle produzioni culturali e di spettacolo che ogni giorno in Sardegna si contendono (al netto delle Giorgapalmas, dei Marcocarta e delle Isole dei Famosi che anche sulla Nuova non mancano mai) i pochi spazi a disposizione sui giornali.

A, b o c: la questione potrebbe concludersi qui. Ma in realtà il punto è un altro. Perché io devo darmi una spiegazione più profonda sul perché realmente Michela Murgia ritenga che la bellezza di tre pagine in quattro giorni per un semplice reading (benché suo) fossero “corrette, lodevoli e necessarie”.

 ***

Da tempo non si parla più di arte ma di artisti. Le leggi del marketing culturale hanno infatti spostato l’attenzione dal prodotto (un film, uno spettacolo, un romanzo) all’autore. È una mossa che l’industria culturale ha ritenuto necessaria per vendere quanti più prodotti senza star troppo a riflettere sulla qualità. Infatti le pagine culturali dei giornali sono sempre lì, strapiene di interviste e presentazioni, ma senza più quelle critiche o recensioni che una volta ne erano il cuore. La critica militante (cioè in grado di inserire ogni opera creativa in un giusto contesto di valutazione critica) praticamente non esiste più.

Ma in realtà non esiste più proprio la critica! Spesso sono gli autori a recensire i loro colleghi, meglio se della stessa casa editrice; oppure con recensioni incrociate (“io parlo di te, tu parli di me”). Guardate, questo giochetto degli autori che fanno cordata è tollerato ai massimi vertici editoriali italiani, da La Repubblica in giù, lo fanno praticamente tutti: se ne può dare la valutazione che si vuole, ma è un andazzo ormai condiviso e con cui bisogna fare i conti.

Gli autori dunque non sono più, per motivi di marketing, umili servitori nella vigna dell’arte ma delle aspiranti superstar con l’obiettivo di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi più svariati. Questo meccanismo è utile a tutti: ai giornali perché gli autori sono firme e qualunque cosa dicano va bene; agli autori perché sono sempre sui giornali e questo garantisce loro una visibilità enorme, necessaria per vendere il loro prodotto.

Il patto tra autori e mezzi di informazione è dunque raffinato: i giornali fanno diventare gli autori superstar, li trasformano in tuttologi, in cambio danno visibilità e il silenzio della critica. Un piano perfetto. Perfetto, ma terribile.

Perché le pagine culturali dei giornali si sono trasformate in orrendi marchettifici. Perché straordinarie intelligenze, invece che assecondare la loro arte, sono costrette dal mercato a sfornare in continuazione prodotti editoriali di qualunque genere. Se partono come giornalisti diventano sceneggiatori cinematografici, autori di fiction, attori dei loro testi. Se scrivono un romanzo, poi inevitabilmente passeranno al teatro, ai reading, anche loro inizieranno a recitare. I risultati talvolta saranno tragici, ma che importa? Dov’è la critica? Non c’è! Da firme, gli autori si sono dunque trasformati in brand, in marchi. Ogni autore è oggi un marchio, il suo nome è il nome del prodotto.

E i prodotti, per essere venduti, vanno pubblicizzati. Ed ecco dunque torme di autori affannarsi per finire in tv, in qualunque contesto (dal più nobile al più squallido) perché alla fine è la visibilità che conta.

A questo punto il gioco, è fatto. Al centro dell’attenzione non c’è più il prodotto artistico ma solo gli autori. La loro vita, la loro stessa esistenza, è un’opera d’arte. Qualunque cosa facciano e dicano, questa è ritenuta un’opera d’arte. Infatti, gli autori contemporanei non si possono criticare ma solo adorare. E non si può più distinguere tra ciò che fanno perché tutto ciò che producono è ricondotto fittiziamente ad una unità: un grande romanzo, un mediocre spettacolo, un commento qualunque su un fatto di cronaca qualunque, una pessima ospitata televisiva non sono prodotti diversi ma epifania di un’unica grande opera d’arte: l’artista stesso.

Ecco perché se, per esempio, Saviano dice una cazzata (anche lui le dirà, mischino) non si può dire apertamente, pena l’accusa di essere collusi con i Casalesi. Perché il contesto in cui ormai lo scrittore opera è tale che la sua arte coincide con la vita stessa. E la critica, in questa situazione, non può che essere destinata ad andare a farsi fottere: le singole esistenze non si possono giudicare. Per questo che oggi stroncare un romanzo equivale a stroncare l’autore: un gioco perverso che bisognerebbe interrompere, tornando a distinguere l’artista dal suo prodotto.

Ma così non è. I poveri autori sono costretti dal mercato ad una vita frenetica alla ricerca della visibilità. Una volta gli scrittori avevano un mestiere, un impiego: quasi sempre la scrittura non era per loro un lavoro da cui campare. Ora questo è un lusso che nessuno si può più permettere: perché o fai il colpaccio, oppure devi stare alle regole del mercato che ti impone di scrivere la qualunque se vuoi pubblicare un romanzo (cioè convincere la casa editrice a farlo in virtù della visibilità che ti sei guadagnato).

Regole spietate ma tremendamente seduttive: perché gli autori fanno notizia con la loro stessa presenza. Sono uomini e donne “notizia”: qualunque cosa facciano, qualunque cosa dicano. Basta la loro stessa presenza a trasformare un momento in un “evento”. Queste regole valgono per tutti: autori validi, validissimi, che hanno molto da dire oppure no, mediocri e senza speranza. Per tutti, dai migliori ai peggiori.

Ma questa inevitabile dinamica, propria del panorama nazionale, quando si cala in una dimensione locale crea effetti ancora più distorsivi e devastanti. Fois e Murgia (con tutto il peso del loro meritato successo amplificato dalla poderosa macchina editoriale che li sostiene) sono fuori scala per il limitato panorama culturale isolano. La loro credibilità nazionale qui si trasforma in egemonia. Se a livello nazionale il loro potere (perché di potere si tratta) è limitato da altri poteri, qui invece è senza limiti. Ma loro non se ne rendono conto. Ed è per questo che non provano nessun imbarazzo se “il giornale del nord Sardegna” (in realtà oggi molto vicino ad essere il più venduto dell’isola) dedica tre pagine in quattro giorni non al loro ultimo romanzo ma ad un semplice reading commissionato da un consorzio di produttori di vino. Il loro è un vero e proprio “abuso di posizione dominante”.

“Ma se La Nuova dà loro tanto spazio, cosa ci possono fare?”, potrebbe chiedermi un ingenuo. Niente, risponderei io. Che infatti ai due scrittori mi limito a chiedere di rendersi conto che tutto questo non è normale.

Altrimenti lo vadano a dire a quelle decine e decine di gruppi, di associazioni, di compagnie isolane che intanto combattono una battaglia persa in partenza per avere non solo un minimo di visibilità, ma anche un riconoscimento da parte dell’opinione pubblica. Perché per la gente normale, se uno non finisce sul giornale, il suo lavoro non vale nulla.

Ma nei giornali dei piccoli gruppi (piccoli poi per modo di dire) se ne fottono. Perché soprattutto La Nuova Sardegna è rimasta abbagliata, a partire dagli anni di Soru, dalla sciagurata logica delle “eccellenze”: professionalità riconosciute e di successo nazionale o internazionale, legittimate ad avere la massima visibilità possibile su ogni questione. E tutti gli altri? Inutili o invisibili. Come se la cultura non fosse in realtà una rete, una trama, un sistema di relazioni in cui tutti, grandi e piccoli, interagiscono.

Le logica delle eccellenze ha impoverito la cultura sarda, ha innalzato pochi per deprimere tutti gli altri. Perché due sono le alternative: o si è dei geni riconosciuti o non si vale nulla. Ma l’attività culturale in Sardegna è fatta di migliaia di persone che con grande passione e fatica scrivono, immaginano, organizzano ogni giorno una miriade di eventi culturali e di spettacolo. Un sottobosco fitto da cui ogni tanto si spera cresca una quercia. Ma se il sottobosco non viene curato o peggio, viene distrutto, cosa succede? Se le persone non vengono aiutate a crescere perché nessuno parla mai di loro, perché le colonne dei giornali sono egemonizzate dai soliti noti che non si accontentano di mezza pagina ma ne vogliono addirittura tre per ogni piccola cosa che fanno.

Succede che, paradossalmente, secondo questa logica perversa, la cultura sarda in sé non esiste ma subordina il riconoscimento delle sue qualità a fattori esterni ad essa. È l’Italia che ci dice che cos’è la cultura sarda. Perché noi da soli non siamo in grado di dire cosa è valido e cosa no, non abbiamo gli strumenti critici per farlo. Ci deve essere un premio o un critico nazionale o internazionale a darci la patente di artisti sardi “eccellenti”. Oggi se non hai una pagina su Repubblica, non sei nessuno. E come cazzo faccio a farmi fare una recensione da Repubblica se sono fuori dal giro o non ci voglio entrare?

E poi: la nostra cultura isolana non era diversa, non rifiutava l’omologazione? Ripeto: la mistica delle eccellenze omologa la nostra produzione artistica, perché gli dà valore solo in base ai criteri fissati dalla grande industria nazionale culturale. Per invertire la rotta bisognerebbe che le università sarde formassero i critici e i giornali riprendessero a pubblicare recensioni. Perché in Sardegna non manca l’arte, ma la critica.

***

Michela Murgia risponde ad una mia domanda ma, a sua volta, me ne rivolge una: “La domanda la rivolgo quindi io a te, caro Vito: oltre a denunciare i furbi e i malandrini di ogni camarilla, in che modo gli intellettuali e quanti come te detengono spazi pubblici di narrazione possono sostenere attivamente gli esempi nobili di cittadinanza, le forme intelligenti di economia e tutti quei casi virtuosi (singoli o collettivi) che possono attivare buone prassi sul territorio? Te lo chiedo con la convinzione che la possibilità di essere considerati rilevanti ogni tanto possa passare anche da quella risposta”.

Ecco la mia risposta: io faccio il giornalista e in quanto tale cerco di dare correttamente le notizie che mi sembrano meritevoli di essere diffuse. Questo è il mio contributo pubblico che tutti possono giudicare.

Poi sono anche un autore teatrale e in quanto tale (perdonatemi la volgarità) non me ne fotte nulla di sostenere attivamente gli esempi nobili di cittadinanza, le forme intelligenti di economia e tutti quei casi virtuosi (singoli o collettivi) che possono attivare buone prassi sul territorio. Quando scrivo i miei spettacoli, do risposta alle mie domande più profonde, non a quelle degli altri. Scrivo perché ne ho bisogno, perché ho un’urgente bisogno di darmi delle risposte. Se le mie urgenze coincidono con quelle del pubblico, lo spettacolo ha successo. In caso contrario, no.

Certo, ogni tanto mi hanno chiesto di mettere la mia scrittura teatrale al servizio di qualche nobile causa economica o sociale per la quale, di mia spontanea volontà, non avrei mai scritto una riga: ma l’ho fatto nella maniera più onesta possibile, ho preso i soldi (mai fatto una marchetta gratis, cari Michela e Marcello; solo per gli spettacoli a cui tenevo di più mi è capitato di non prendere una lira) e ho ringraziato. E a chi mi chiedeva cosa stessi scrivendo, rispondevo: “Sto facendo una marchetta per…”. Ma io posso permettermi di dirlo senza sentire la mia arte offesa da questa ammissione. Qualcun altro, evidentemente, no.

***

Scatterà la faida, adesso? Non penso. Non mi interessa, non la voglio, non serve a nessuno, faremmo davvero una brutta figura. Voglio continuare a considerare Michela Murgia una mia amica. Poi certo, lei può essere libera di pensare che abbia fatto tutto questo casino solo per un puro pretesto, per invidia o chissaché. Il suo post scriptum è molto velenoso e poco onorevole. Ma io agli amici consento questo ed altro.

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