Come nel ’91 e nel ’93, è il referendum l’arma letale. Berlusconi sprofonda e trascina nel baratro Cappellacci. E gli italiani puniscono anche il giornalismo asservito alla politica

Posted on 13 giugno 2011

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La storia non insegna mai niente a nessuno ed è per questo che, ogni tanto, si ripete. Nel 1991 fu il referendum sulla preferenza unica a creare le condizioni perché, due anni dopo, un altro quesito (sul maggioritario) desse la spallata definitiva alla cosiddetta “Prima Repubblica”. Vent’anni fa fu Craxi ad ordinare agli italiani di andare al mare, stavolta è stato Bossi a incitare all’astensionismo, ma il risultato è lo stesso: in assenza di altri strumenti, gli italiani hanno usato il referendum per abbattere un sistema di potere che ora si avvia al tramonto ad una velocità impressionante.

Anche su ruolo della magistratura, sullo scoppio di Tangentopoli e sui processi a Berlusconi dobbiamo intenderci. Perché non è vero che all’inizio degli anni ’90 furono le toghe a decidere le sorti della politica italiana, anzi: l’avvento di Berlusconi immediatamente dopo quella stagione convulsa sta lì a dimostrarci che la magistratura si limitò a certificare il grado di insostenibilità di quel sistema di potere basato sulla corruzione della Dc e del Psi, e sull’esclusione a qualunque costo della sinistra da un’alternanza democratica. Se i magistrati avessero avuto quel potere eversivo che il centrodestra ha sempre rimproverato loro, perché nel 1994 vinse Berlusconi?

Allo stesso modo oggi, i processi al Presidente del Consiglio non c’entrano nulla con la fine ormai certificata del berlusconismo. Gli italiani si sono proprio stancati di un modo di fare politica basato sulla finzione e sulla negazione della realtà e lo hanno dimostrato democraticamente col voto: prima alle elezioni amministrative, poi in questo referendum. Per questo che fa pena sentire le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza (e Brunetta ad Annozero la scorsa settimana è stato memorabile) che accusano ancora il centrosinistra di essere ossessionato dall’antiberlusconismo. La verità è che Berlusconi è stato battuto sia culturalmente che politicamente. Come ha detto oggi Bersani, “Berlusconi sta diventando irrilevante”. E soltanto un centrodestra senza alcuna dignità e senso di responsabilità ora non prende atto del suo fallimento e rimette il mandato al Presidente della Repubblica. Ma non tarderà a doverlo fare.

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Anche in Sardegna l’esperienza del centrodestra di Ugo Cappellacci è giunta di fatto al termine, anche se forse il presidente della Regione non se ne è reso perfettamente conto. Inconsciamente sta replicando l’unico modello che conosce bene, cioè quello della Giunta Masala nella quale fu assessore alla Programmazione. Era il 2003 e la legislatura, apertasi con lo scandalo del ribaltone che negò a Gian Mario Selis la presidenza della Giunta, vide alternarsi in viale Trento prima Mario Floris, poi Mauro Pili e infine Italo Masala, esponente sassarese di An. I suoi furono nove mesi di governo caratterizzati da una pochezza inverosimile. La maggioranza contava si e no trenta consiglieri e alla fine fu fatta morire dissanguata dal centrosinistra mentre tutti i problemi della Sardegna giacevano irrisolti e nella gente montava la rabbia che poi avrebbe portato prima alla candidatura poi all’elezione trionfale di  Renato Soru.

Ugo Cappellacci non ha ancora capito che, politicamente, è un morto che cammina: proprio come fu Italo Masala. Continua a convocare vertici, a minacciare dimissioni che probabilmente non presenterà mai, non per convenienza ma proprio perché non ha ben compreso che la sua stagione è finita, che la sua giunta ha fallito, che Berlusconi è finito. A legittimare la sua vittoria era stata la decisione dei sardi di avere un’alternativa al governo soriano e la volontà di poter beneficiare della benevolenza romana. Ora in tanti iniziano a rimpiangere Soru e Berlusconi ormai viene tenuto lontano anche dalle campagne elettorali del Pdl: non c’è dunque più alcun motivo politico concreto perché Cappellacci resti ancora al suo posto. La sua è una sconfitta totale, senza ombre.

Come accelerare allora la nascita di un nuovo governo regionale? Il centrodestra sardo vive ore convulse. Già si parla apertamente di elezioni anticipate, addirittura a settembre, al massimo a febbraio 2012. L’opposizione di centrosinistra deve però dare un segnale, deve forzare la mano e far capire ai sardi che ha un progetto: entro l’anno devono tenersi le primarie per identificare il candidato alla presidenza. Non c’è tempo da perdere, perché bisogna impedire a Cappellacci di trascinare questa agonia oltre ogni decenza, perché a farne le spese saremmo noi, i sardi che vivono sulla loro pelle una crisi allucinante.

Con le primarie poi si eviterebbero i rischi di ritrovarsi alleate, per via di alchimie nazionali e locali, formazioni che invece con Cappellacci hanno condiviso in tutto e per tutto questi anni sciagurati. Ha senso che in Sardegna il centrosinistra imbarchi alle prossime regionali l’Udc e i Riformatori? Secondo me no. Sono formazioni che in Sardegna sono sempre state col centrodestra. Diverso invece il discorso dei sardisti, che comunque a questo punto dovrebbero dare un segnale netto di discontinuità e mostrare finalmente la loro indipendenza dalle logiche di Cappellacci. Altrimenti anche loro moriranno berlusconiani.

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Infine una considerazione sull’informazione. Se il 57 per cento degli italiani va a votare ai quattro referendum questo vuol dire anche che controllare il Tg1, il Tg2, il Tg5, Retequattro e Italia Uno, non serve a niente, che inquinare l’informazione con titoli inverosimili su Libero, il Tempo e il Giornale non serve più a niente: la gente non è stupida, la gente ormai si accorge quando la politica controlla l’informazione e la mortifica. Lo abbiamo visto anche a Cagliari per le elezioni comunali: è servito a qualcosa a Fantola avere la benevolenza (chiamiamola così) del gruppo Unione Sarda? A niente. Con questo referendum gli italiani hanno bocciato la politica di Berlusconi ma anche i giornalisti servi del potere. Anche loro stanno diventando irrilevanti e lo saranno sempre di più.

Per il giornalismo italiano si apre dunque una straordinaria stagione di libertà. A patto però di stare lontano dalla politica. Da tutta la politica: di destra e di sinistra.

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