L’ho già detto ma lo ridico: come per il nucleare, ora serve un referendum contro le servitù militari in Sardegna

Posted on 9 luglio 2011

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Questo articolo è stato pubblicato oggi sul Sardegna Quotidiano con il titolo “Spazziamo via le servitù con un nuovo referendum”.

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L’ordine del giorno approvato ieri dal Consiglio regionale può segnare una decisa svolta sul tema delle servitù militari. Perché il documento (presentato dai sardisti e approvato con la benevola astensione dell’opposizione del centrosinistra) invita adesso la Giunta Cappellacci ad aprire un confronto con il Governo per “procedere alla dismissione definitiva di tutte le servitù militari nell’isola”. Un obiettivo che non era mai stato dichiarato in maniera così netta, peraltro da uno schieramento politico (il centrodestra) che sul tema si è sempre contraddistinto per le ambiguità (ricordiamoci che il sottosegretario Cossiga quando sente parlare di “servitù militari” storce il naso: chissà come vorrebbe che fossero definite).

L’ordine del giorno però non basta. E ha fatto bene il centrosinistra a presentare una mozione urgente che costringerà il Consiglio ad aprire il dibattito sulle servitù militari entro dieci giorni. Ma se si vuole veramente arrivare almeno alla dismissione dei grandi poligoni (Quirra, Teulada e Capo Frasca) e ad una loro riconversione, la volontà politica da sola non basta. È necessario che i sardi dicano la loro: serve un referendum.

Una consultazione popolare (sull’esempio di quella recente sul nucleare) farebbe esprimere i sardi su un tema centrale per il loro futuro, costringerebbe la politica a mettere da parte tutte le ambiguità e darebbe più forza alla Regione nel suo confronto con lo Stato. Perché da sempre la politica nazionale è compatta nel far finta di non vedere il problema. E infatti da dieci anni, anche se cambiano i governi, al ministero della Difesa c’è sempre un sardo: tra il 2001 e il 2006 il sottosegretario Cicu nei governi Berlusconi, poi il ministro Parisi nella parentesi del governo Prodi, poi il sottosegretario Cossiga nell’attuale esecutivo. Come se la situazione dovesse essere sempre tenuta sotto controllo per impedire ogni fuga in avanti.

Un referendum spezzerebbe questa logica perversa. E un quesito ben posto difficilmente potrebbe essere bocciato dalla Corte Costituzionale (come accadde per quelli proposti nel 1988 e nel 2004), anche perché stavolta il referendum non interesserebbe la presenza nell’isola di basi straniere ma solo di quelle italiane.

Le servitù militari in Sardegna sono ormai antistoriche, non hanno prodotto alcun tipo di sviluppo, anzi lo hanno bloccato. Forse adesso inizia a capirlo anche il centrodestra. Ma serve lo slancio popolare per raggiungere lo storico risultato di chiudere le basi. Diamo la parola ai sardi, perché non è più tempo di servitù. Ora serve un referendum.

 

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Posted in: Politica, Sardegna