Video del Brotzu, un caso di scuola per chi si occupa di comunicazione: l’errore fatale è stato metterlo su Youtube

Posted on 11 ottobre 2011

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Un video scherzoso sui trapianti e sulla vita degli operatori sanitari in un reparto ospedaliero viene proiettato al termine di un congresso medico, e tutti sono contenti. Lo stesso video finisce su Youtube e scoppia un pandemonio. Non è una polemica sul nulla (come dice chi oziosamente fa polemiche sulle polemiche, incapace di andare al cuore della questione), ma uno straordinario caso che andrebbe studiato nelle scuole di comunicazione.

Perché questo è il punto: non stiamo parlando di trapianti, ma di comunicazione sui trapianti. E stiamo parlando della potenza della rete, della fine dei mass media e l’avvento dei messanger media (c’è tutto sui libri, non sto sproloquiando).

E non ci vuole una laurea per capire che un prodotto di comunicazione, tolto dal contesto per il quale è stato prodotto (un congresso medico) e scaraventato su Youtube è destinato a generare, bene o male, nuove e altre reazioni. Reazioni che, chi ha messo il video on line evidentemente, non aveva ben calcolato. Errore fatale. Fatto da chi evidentemente non ha capito con funziona la rete.

Immagino che al Brotzu mai si sarebbero sognati di usare questo prodotto per una campagna televisiva; non allo stesso modo hanno capito che quel video non doveva essere pubblicato su Youtube.

Certo, il parere che il Brotzu ha chiesto alle associazioni dei trapiantati è segno che l’ospedale qualche scrupolo se lo era anche messo: ma evidentemente il popolo della rete fa ragionamenti e valutazioni diverse. Ed il popolo della rete, che piaccia o no, in questo sistema di comunicazione ha lo stesso peso delle associazioni dei trapiantati.

La confusione ha fatto il resto, e c’è da capirlo. Perché in questo mondo in cui tutti è comunicazione, non tutti (anzi, molto pochi) sono in grado di decodificare correttamente un prodotto di comunicazione e le sue implicazioni.

E questo è grave, perché lascia noi tutti candidamente esposti non solo a prodotti nati con uno scopo ed usati per un altro (come nel nostro caso) ma anche a spericolate operazioni di spin doctors, di manipolatori senza scrupoli che usano la comunicazione per alterare la realtà. Certo, non avevamo bisogno di questo innocuo video per sapere quanto rischiamo di essere deboli e impreparati davanti alla Comunicazione. Ma per ricordarcelo, sì.

Non ha poi senso buttarla in politica o ricordare quanto sono bravi gli operatori del Brotzu (e chi lo mette in discussione?). Però un ospedale consapevole del ruolo centrale della comunicazione, viste le prime critiche (quelle disinteressate ovviamente, e sono tante), avrebbe dovuto chiedere scusa e togliere il video da internet. Niente di più, niente di meno. Perché si fa così.

Ma le parole di Bruno Munari sono sempre valide. Sentite cosa scriveva il grande artista nel suo “Design e comunicazione visiva”:

Il punto nero, visto che parliamo di punti e linee […] è il rapporto […] tra lo studente che avrà imparato tutto sulla comunicazione e il datore di lavoro che generalmente non sospetta nemmeno che questo genere di studi esista. Quando lo studente entrerà nel vivo della società e avrà contatti con i dirigenti di industrie o addirittura capi, si troverà facilmente di fronte a un muro invalicabile. Se noi, che da autodidatti ci siamo fatti una conoscenza dei problemi di comunicazione visiva pensandoci e studiando continuamente, insegniamo queste cose ai giovani, dovremo mettere una scuola per i datori di lavoro, se non altro perché si possa stabilire un contatto di intelligenza.
Molti industriali hanno loro uffici di consulenza anche per la comunicazione visiva, ma la confondono con la pubblicità, con le pubbliche relazioni, con l’ottica e con le hostess. E poi quando hanno studiato, ai loro tempi, non esisteva il problema che si studia adesso come non esisteva la psicologia (che molti confondono con la psicanalisi). E poi sono persone importanti, non si può insegnar loro niente.
[…] E’ anche per questa ragione che molte comunicazioni visive, nella nostra epoca, sono sbagliate, dalle segnalazioni stradali alla pubblicità, dalla impaginazione dei periodici alla forma degli oggetti. Però tutto va bene lo stesso, perché non si possono avere statistiche per controllare l’efficacia di una campagna pubblicitaria, per esempio. Il Vietnam, l’andamento della guerra tra le minigonne e i capelloni, il successo di una canzonetta, determinano alti e bassi nelle nostre distratte comunicazioni visive”.

Bruno Munari, 1968.

Post scriptum
Il “però tutto va bene lo stesso” di Munari è la risposta a chi dice che “bello o brutto, però del video e dunque dei trapianti se ne è parlato”. Paradossale: perché accettare che si parli male di una cosa quando si fa un prodotto proprio perché tutti ne parlino bene?

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