Volete voi una Rai Tre Sardegna Bis? Io no. Perché non risolverebbe nulla, tantomeno il problema di Santoro in onda… su Tcs!

Posted on 29 ottobre 2011

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Non so a voi, ma a me la proposta del segretario nazionale della Fnsi (il sindacato unitario dei giornalisti) Franco Siddi, di far nascere in Sardegna una Rai Tre Bis sembra assai bizzarra. Resto in attesa di conoscere motivazioni più approfondite, ma quelle riportare oggi dai giornali mi appaiono labili, seppur avanzate con l’obiettivo di aumentare il pluralismo dell’informazione nella nostra isola.

Il primo elemento di bizzarria lo ritrovo nel contesto scelto per avanzare questa proposta: una manifestazione svoltasi anche a Cagliari per difendere la Rai dalle ingerenze della politica. Ora, io mi chiedo: chi ci assicura che la futura Rai Tre Sardegna Bis sarebbe immune da questo vizio? Chi ci assicura che anche la Bis non avrebbe il “peccato originale”?

Peraltro, vorrei andare anche oltre e chiedermi: perché ogni volta che i giornalisti Rai chiedono la solidarietà dei cittadini per stigmatizzare le ingerenze della politica nelle loro redazioni, parlano sempre dei tg nazionali e mai di quelli locali? Esiste dunque una Rai buona ed una cattiva? Esiste un’azienda pubblica che a Roma censura Saviano e Santoro, che informa alla Minzolini, e una che invece vive nelle sedi regionali, dice sempre di no alle pressioni della politica locale e offre un servizio pubblico ineccepibile? Fatte le debite proporzioni (e vista anche la benevola attenzione di cui gode da anni dalle nostre parti un politico come Pisanu e, fino a poco tempo fa, Cossiga) io penso che di Rai ne esista una sola.

Nel merito poi, ritengo che la nascita di una Rai Tre Bis in Sardegna non risolverebbe nessuno dei problemi di cui soffre oggi l’informazione in Sardegna.

Il primo è il pluralismo. Nascerebbe una tv in più è vero, ma per effetto dell’ingresso nel mercato di un soggetto di tale forza (che drenerebbe necessariamente su di sé ingenti risorse pubbliche e private), tante imprese private di telecomunicazione scomparirebbero.

Prima domanda: e noi per far nascere una Rai Tre Bis, probabilmente influenzata (come la casa madre) dalla politica, condanniamo alla chiusura tante tv private sarde? La Rai Tre Bis assorbirebbe tutti i tecnici e i giornalisti in esubero? Difficile.

Ma già la sento l’obiezione: “Ma perché dobbiamo salvare queste informazione privata così scadente, così compromessa col potere?”. Prima risposta: non tutta l’informazione sarda è compromessa col potere, e se permettete l’esperienza della radio che dirigo da anni lo dimostra (e non siamo i soli a farlo). Seconda risposta: storicamente, il pluralismo dell’informazione è cresciuto quando sono cadute le barriere del monopolio pubblico. Questa proposta andrebbe in una direzione assolutamente contraria a ciò che ovunque è stato fatto per favorire lo sviluppo del settore informazione.

Io penso che il mercato non vada chiuso con nuove posizioni dominanti, ma aperto realmente alla possibilità che si realizzi un pluralismo.

Oggi questo in Sardegna non è possibile. Perché, per effetto di politiche regionali scriteriate, il mercato accentua il naturale oligopolio di questo settore economico. Ce lo ha raccontato il rapporto del 2008 della Fondazione Rosselli, e da allora la situazione forse si è anche accentuata: il cinquanta per cento del fatturato del comparto media lo realizza il Gruppo Unione Sarda, e un altro trenta per cento finisce a La Nuova Sardegna. Agli altri restano solo le briciole.

“E’ il mercato, è il mercato!”, dite voi? Bene, allora vi rimando alla recentissima inchiesta di Sardegna 24 sull’uso discrezionale dei fondi della Regione per la pubblicità istituzionale. E non aggiungo altro.

Le imprese editoriali sarde andrebbero aiutate a crescere con politiche precise che oggi nessuna forza politica ha voglia neanche di immaginare. Conviene a tutti tenersi buoni Zuncheddu, l’Unione, Videolina, La Nuova e Rai Tre, allungare qualcosa a Sardegna Uno perché resti in questa situazione di coma vigile a cui la gestione Mazzella l’ha condannata, e poi tutti contenti.

Che tipo di informazione vogliamo per la Sardegna? Polarizzata su pochi soggetti o capace di consentire a tante imprese di proporsi nel mercato con progetti innovativi, più vicini alle esigenze delle comunità locali? Perché le nuove tv, i giornali e le radio sarde oggi non possono che essere a dimensione limitata, non ci sono risorse per creare organi di informazione regionali (e il recentissimo ridimensionamento di Sardegna 24 mi sembra che stia lì a dimostrarlo).

Il pluralismo è fatto soprattutto di realtà di piccola e media grandezza, ma di qualità.

E’ chiaro che in questo contesto di oligopolio, frutto di rendite di posizione di lunghissima data, di cattive volontà e di convenienze politiche soltanto i più sprovveduti possono sorprendersi che la trasmissione di Santoro vada in onda in Sardegna su Tcs, una rete legata al Gruppo Unione e a Sergio Zuncheddu.

Dopo l’iniziale stupore bisogna prendere atto che non c’è proprio nulla di cui scandalizzarsi: a questo punto siamo arrivati in Sardegna, al punto che la trasmissione cacciata dalla Rai perché simbolo della libertà di informazione, finisce su una rete di Zuncheddu. Perché nessuno ha gli strumenti reali per fargli concorrenza.

Questi sono i problemi dell’informazione in Sardegna, lo sfacciato e ben alimentato strapotere di pochissimi a danno di tutti gli altri. E la nascita di una Rai Regione Bis, caro Franco, non ne risolverebbe nemmeno uno e probabilmente li accentuerebbe tutti.

 

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