Dice Andrea: “Per i giovani sardi dovrebbe essere obbligatorio passare sei mesi della loro vita all’estero”. Giusto, ma se poi non tornano? Meglio per loro!

Posted on 1 dicembre 2011

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Andrea Atzori è un amico mio, di quelli svegli. Ha scritto “Brogliaccio del Nord”, un libro sulla sua esperienza da studente sardo Erasmus in Estonia. Ieri lo abbiamo presentato e il dibattito è stato molto interessante e coinvolgente, anche perché alla fine si è giunti a due conclusioni che meritano di essere discusse.

La prima è questa. Dice Andrea: “I giovani sardi dovrebbero obbligatoriamente passare sei mesi della loro vita all’estero. La Regione dovrebbe finanziare e sostenere questa iniziativa che servirebbe ad aprire loro la mentalità, a capire che c’è un orizzonte più vasto rispetto a quello che possiamo percepire stando nella nostra terra”. La proposta è utopica e, per questo, terribilmente seria. Una sua variante più concreta potrebbe essere questa: nell’ambito del nuovo accordo sulla continuità territoriale, le compagnie aeree si impegnano a regalare biglietti omaggio ai giovani sardi tra i 18 e i 25 anni, in modi e forme ovviamente da regolare.

Seconda conclusione. Sollecitato dal moderatore, interviene dal pubblico il giornalista Giacomo Mameli. Che porta due esempi straordinari di altrettanti giovani sardi che, partiti all’estero per studiare, hanno trovato lontano dall’Italia una piena realizzazione professionale. “Che ce ne facciamo di queste intelligenze? Che cosa possiamo proporre loro, una volta tornati qui? Nulla”.

Andrea oggi vive in Germania, si occupa di giornalismo e di editoria, ha preso una specializzazione ad Oxford e, sinceramente, in Sardegna non ci sta a far niente. Non perché uno come lui non ci serva, anzi; ma perché è il contesto nel quale sarebbe costretto ad operare che renderebbe vano il suo ritorno.

Sotto questo aspetto, è chiaro che una società cresce tutta assieme, oppure non cresce. E a nulla servirebbe il ritorno dei cervelli, se la politica non funziona, se le imprese non funzionano, se la pubblica amministrazione non funziona, se l’Università non funziona.

Rischiare però bisogna. E dunque anch’io sposo l’utopica proposta di Andrea. I giovani sardi vadano per il mondo per almeno per sei mesi. Torneranno diversi, meno pavidi e maggiormente pronti ad affrontare la crisi che ci sta per travolgere. Se poi resteranno “fuori”, meglio per loro. Saranno sicuramente delle persone più felici e più realizzate, senza frustrazioni e senza rimpianti. Con un po’ di nostalgia di casa, certo. Ma con internet e i voli low cost tutto cambia, gli emigrati di una volta non esistono più.

Voi dite: “Ma allora che ne sarà della Sardegna se le migliori intelligenze andranno via?”. Ma scusate, questa domanda se le devono porre i politici, non i giovani disoccupati! Perché dobbiamo far cadere su di loro la responsabilità del futuro di un popolo? I giovani pesino alla loro felicità, al loro futuro e non si lascino schiacciare dalla cattiva coscienza sarda. O no?

 

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Posted in: Sardegna