Lo psicodramma Alcoa, Francesco Masala, il Piano di Rinascita e il mito del “nuovo modello di sviluppo per la Sardegna”

Posted on 14 gennaio 2012

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Un anno e mezzo fa la Sardegna si era mobilitata per salvare l’Alcoa, e adesso siamo punto e a capo. Ma a quanto pare stavolta gli americani non vogliono sentire ragioni. La fabbrica di alluminio di Portovesme è in forte perdita, e quei quattro o cinque signori che stanno a Pittsburgh devono rendere conto agli azionisti, mica al Sulcis. Può piacere o no, ma non venitemi a dire che credete nella responsabilità sociale delle imprese, nel capitalismo dal volto umano, e a cose così. Perché, se ci credete, siete pregati gentilmente di non frequentare più questo blog.

La decisione peraltro era nell’aria. Tutti i politici sapevano (e lo dicevano perfino, anche se a microfoni spenti) che alla fine della tregua siglata nel 2009 gli americani avrebbero lasciato la Sardegna. E infatti.

Ora un po’ tutti si chiedono: ma perché nel frattempo non è stato fatto niente per non arrivare impreparati a questa situazione? Non si poteva elaborare “un “nuovo modello di sviluppo”? Risposta breve: come se “un nuovo modello di sviluppo” si potesse elaborare in un anno e mezzo. Come se lo potesse elaborare questa Giunta regionale. Come se le classi dirigenti della Sardegna oggi avessero la lucidità e la forza per farlo. E poi, siamo sicuri di potercelo permettere questo benedetto “nuovo modello di sviluppo”?

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Qualche giorno fa, subito dopo l’annuncio di Alcoa, il mio amico Gianluca Floris ha postato sul suo blog una dura invettiva (poi integralmente ripresa da Michela Murgia) dal titolo Chiude l’Alcoa e penso a quel rompicoglioni di Cicito Masala”.

Io non penso che Masala oggi ci aiuti a capire quello che sta succedendo a Portovesme e il processo di deindustrializzazione in atto. Masala si muoveva infatti su un piano utopico, letterario. La sua era, a mio avviso, una denuncia fortemente ideologica contro le imposizioni del capitalismo che si innestavano (in Sardegna come dappertutto nel sud Italia) su una civiltà preindustriale, creando evidenti sconquassi. Un vero e proprio terremoto antropologico, secondo Masala. Ma è andata veramente e solamente così? Quella stagione è stata completamente negativa per la Sardegna? Poi ci torneremo.

Peraltro, prendere alla lettera Masala dovrebbe portarci, per coerenza, ad accettare anche la sua mitizzazione della civiltà nuragica, intesa come età dell’oro per la Sardegna. Perché per lo scrittore le industrie non dovevano proprio nascere nell’isola, ma si sarebbe dovuta sviluppare un’economia basata sull’agricoltura ma soprattutto sulla rete delle nostre piccole comunità. Insomma, lo scrittore ipotizzava una società completamente diversa, utopica (dunque irrealizzabile, se non altro in quel determinato momento storico), e all’interno di questo contesto lanciava il suo celebre anatema al Dio Petrolio.

Il valore letterario di Masala non si traduce dunque automaticamente in lezione politica. La sua è una interpretazione poetica degli anni della Rinascita, non certo una indicazione di carattere storico. Questo non significa che alcune intuizioni di Masala non fossero giuste. Ma a confondere la Storia con la Letteratura (e ancor peggio, con la Geografia) si rischia di essere bocciati. O di non sapere esattamente a che punto si è della storia (e infatti c’è ancora gente in Sardegna che cita ancora Carlo V e i suoi maledetti pocos, locos y mal unidos).

La verità è che la Storia siamo noi, ma anche loro. In altri termini, non si può dividere il mondo in due, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, le cose giuste da una parte e quelle sbagliate dall’altra.

Nel suo blog, Roberto Bolognesi ha appena postato un pezzo dal titolo “Ribelli o servi?”. Si parla di noi sardi e della nostra storia antica, e il refrain è sempre lo stesso: perché in quanto a corsi e ricorsi, a noi isolani modestamente Vico ci fa una pippa, visto che nell’immaginario nostrano ogni processo storico ha una dinamica molto semplice: loro ci invadono e noi veniamo invasi. I sardi come gli indiani in un infinito film western, dall’epoca nuragica a Silvio Berlusconi.

Ma è andata sempre e solamente così? Loro hanno costruito le fabbriche e noi le abbiamo subite? E dalle fabbriche volute negli anni della Rinascita discende l’attuale disastro?

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Gli anni della Rinascita sono stati molto travagliati, e vi consiglio la lettura del saggio di Sandro Ruju sul volumone dedicato alla Sardegna dall’Einaudi, per comprenderlo. Che la Rinascita abbia fallito era evidente anche a molti intellettuali dell’epoca (Pigliaru in testa). Ma il fallimento dell’Alcoa non è il fallimento del Piano di Rinascita. Eppure oggi c’è chi si scaglia contro le industrie nate negli anni ’60, quando dovremmo invece riflettere su come quel processo di industrializzazione è stato condotto.

In giro si sente dire: “Chiudiamo le fabbriche di Portovesme e bonifichiamo!”, “Chiudiamo la Saras!”. Ma lo sapete quanto costano le bonifiche ambientali? Centinaia e centinaia di milioni di euro. Sarebbe molto più economico convincere l’Alcoa a restare.

Ma la retorica masaliana, da feconda provocazione contro il sistema capitalistico, è diventata un luogo comune di vacuo orgoglio isolano. Ormai ogni nuova fabbrica che nasce in Sardegna è una “cattedrale nel deserto”, e viene percepita come lo stravolgimento dei nostri valori. L’industria è il simbolo della negazione della nostra identità. Ma perché? Ma quando mai? Parafrasando Bolognesi, “perché i Sardi dovrebbero sempre essere differenti dagli altri popoli, sempre speciali?”. Per quale arcano motivo, la Sardegna doveva restare esclusa da quel tumultuoso e contraddittorio processo di industrializzazione che ha caratterizzato il secondo dopoguerra europeo? Perché le industrie dovrebbero lasciare la Sardegna?

Per nessun motivo. Ed è anche per questo che i sindacati e la sinistra non hanno in buona sostanza elaborato negli ultimi anni nessun nuovo modello di sviluppo della Sardegna. Perché quello ereditato dalla Rinascita, nel bene e nel male, gli andava benissimo. Perché quelle grandi fabbriche impiegano centinaia di lavoratori e farne a meno è praticamente impossibile. Nessun nuovo modello può, nel breve periodo, assorbire i lavoratori dell’industria. E con il livello di infrastrutture e di istruzione presenti in Sardegna, forse neanche in un medio periodo.

Il futuro dello stabilimento di Portovesme è dunque quello di essere acquisito da un altra società, non ci sono alternative. D’altronde, come ci ha ricordato ieri Salvatore Cubeddu su Sardegna 24, la stessa Alcoa era subentrata nel 1996. Ora il governo Monti si deve impegnare a mantenere in vita la produzione dell’alluminio. Niente di più, niente di meno.

In Sardegna invece è esploso uno psicodramma. Da una parte non si fa alcuno sforzo concreto per immaginare un futuro che si avvicina sempre di più e nel quale l’industria di base rischia di non avere posto. Dall’altra, l’industria viene vista come la causa dei nostri mali, e viene maledetta. Salvo poi mobilitarci tutti per la Vinyls e fare il tifo per gli operai autoreclusi all’Asinara. Non abbiamo le idee molto chiare, evidentemente.

E se domani l’Eni impazzisse e decidesse di riaprire il petrolchimico di Porto Torres, con i suoi diecimila lavoratori diretti e indiretti, noi saremmo a favore o contro? Chi avrebbe il coraggio di dire di no?

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Figuratevi allora negli anni ’60. Ruju ci racconta bene cos’era la Sardegna di allora. Devastata dalla miseria, con i giovani che emigravano in modo massiccio, con un tasso di analfabetismo alto e una criminalità feroce. Fra mille contraddizioni, il processo di industrializzazione ha indubbiamente portato benessere e creato una cultura di classe in un’ampia fascia di popolazione. Ha dato un nuovo ruolo alle donne e ha portato nell’isola una nuova cultura del lavoro.

Ha devastato la cultura sarda? Ha distrutto la nostra identità? Lo ha fatto veramente o quel processo di cambiamento era inevitabile? E soprattutto, di che identità stiamo parlando? Quella statica della costante resistenziale di Giovanni Lilliu, o quella mobile e sfuggente de Il figlio di Bakunin di Sergio Atzeni?

Il dramma della Rinascita (e questo lo dico io) è che in Sardegna si è giocata una partita enorme che ha visto in campo i colossi dell’industria e della politica nazionali. E allora è subentrata (in senso lato) la corruzione. Le classi dirigenti sarde sono rimaste schiacciate (nel migliore dei casi) o sono state complici (nel peggiore) del tradimento della Rinascita, con le risorse destinate praticamente solo alla chimica di Rovelli. Ma gli interessi erano enormi. E quella classe politica è stata miseramente travolta.

Il quadro era terribilmente complesso e Michela Murgia pecca di ideologismo quando lo semplifica fino a banalizzarlo, scagliandosi in maniera diretta contro Pietro Soddu. Gli indipendentisti ogni tanto sono così: ritengono che tutto quello che è stato fatto finora per l’isola è stato fatto in modo sbagliato. La loro è una cattedra comoda. Ma se la Sardegna non è indipendente è solo perché in sardi finora non lo hanno voluto abbastanza, e non perché qualcuno ha impedito loro di autodeterminarsi. Se non si esce dalla dicotomia “servi o ribelli” non andremo mai da nessuna parte.

Ed è per questo che dico che rinunciare a quel processo di industrializzazione (con tutte le sue contraddizioni) sarebbe stato da irresponsabili. Meno male che c’è stato il Piano di Rinascita, meno male che sono nate le industrie.  Non avere nulla sarebbe stato molto peggio. E anche oggi, pensare ad una Sardegna senza industrie, serve forse a fare bella figura su Facebook ma dal punto di vista politico non ha nessuna attinenza con la realtà.

Certo, le fabbriche di Portovesme inquinano. Ma nel tavolo delle trattative proprio questo ci deve essere, non certo lo smantellamento di un sistema produttivo. 

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Alternative al momento non ce ne sono. La Sardegna può e deve difendere con le unghie e con i denti l’Alcoa e tutte le altre industrie che rischiano di chiudere. Ogni nuovo modello di sviluppo necessita di infrastrutture e di un livello di istruzione che al momento la Sardegna non ha, e che potrebbe raggiungere in non meno di dieci anni.

Dove sono le forze intellettuali e politiche in grado di elaborarlo, e non solo di evocarlo?

Il Piano di Rinascita si è avvalso del contributo critico di di intellettuali come Antonio Pigliaru e del gruppo di Ichnusa, di Michelangelo Pira. La scena politica isolana era dominata da Renzo Laconi, Paolo Dettori, Antonio Segni, Sebastiano Dessanai, il giovane Cossiga, Pietro Soddu, Michele Columbu, Emilio Lussu, e chissà quanti altri mi sto dimenticando.

Una classe politica vera e intellettuali veri che immaginarono un futuro per la Sardegna. E oggi chi dovrebbe fare uno sforzo identico, se non superiore? I politici di razza e gli studiosi in grado di dare un contributo concreto si contano veramente sulle dita di una mano. e quel che è peggio, non abbiamo a disposizione quelle enormi risorse che lo Stato ci mise a disposizione negli anni del secondo dopoguerra. Oggi i soldi sono finiti.

Il dramma della Sardegna non sono solo le industrie che chiudono, ma l’assenza di un dibattito serio sul nostro futuro. A differenza di quella degli anni ’60, la nostra classe politica non ha più alcun peso nei centri decisionali italiani ed europei. Il fantomatico “nuovo piano di sviluppo per la Sardegna” è solo uno slogan che i politici tirano fuori nei momenti di disperazione come questo. Perché non contiamo niente e non elaboriamo più niente. E si vede.

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