Qualcuno parli in sardo al presidente Napolitano. Così forse capirà che i nostri problemi sono diversi da quelli del resto del paese

Posted on 18 febbraio 2012

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Cosa può aspettarsi la Sardegna dalla visita di Napolitano prevista le lunedì e martedì prossimi? Ragionevolmente, poco o nulla. E questo per due motivi che provo ad esporre sinteticamente.

1 – I poteri del Capo dello Stato sono quelli che sono. A lui ci si rivolge come ci si rivolge ai santi: sperando che interceda presso Dio, cioè il governo. Non è granché. Eppoi la Sardegna che disagio deve rappresentare al Presidente della Repubblica che il governo già non conosca? La crisi dell’industria? È da anni che si susseguono gli incontri nei vari ministeri. La crisi provocata da Equitalia? Il governo sa tutto. I trasporti? Idem. Napolitano può solo promettere di parlare con Monti per accelerare le trattative già in corso. Di più non può fare.

2 – Ma mettiamo pure che Napolitano dopo la sua gita in Sardegna vada da Monti e che gli dica: “Professore, la Sardegna è incasinata male, qui bisogna allentare i cordoni della borsa”. E secondo voi il presidente del Consiglio cosa gli risponde?

A – Non abbiamo soldi;
B – In questo momento non abbiamo soldi da dare alla Sardegna;
C – Non abbiamo soldi, ma se anche ce li avessimo non li daremmo alla Sardegna.

È in grado Napolitano di orientare le scelte economiche di Monti? Per la risposta vedi alla voce “Olimpiadi a Roma”.

A cosa serve dunque la visita di Napolitano in Sardegna? In questa situazione, giusto a sollecitare il Presidente della Repubblica ad affrontare questioni non di sistema. La più importate di tutte è quella che riguarda il rapimento di Rossella Urru. Napolitano incontrerà i genitori della cooperante di Samugheo scomparsa lo scorso 23 ottobre in un campo profughi dell’Algeria meridionale. Da questo incontro tutti ci aspettiamo un maggiore impegno da parte del governo perché riporti a casa la ragazza. Napolitano deve prendere degli impegni. E li prenderà.

Poi magari i sindaci di Cagliari e Sassari e i rettori delle due università chiederanno al presidente qualcosa di particolare, Napolitano farà un cenno con il capo, e tutti contenti.

Per il resto, la visita del presidente della Repubblica è solo un grande rito, un gioco delle parti dove i protagonisti recitano un brutto testo senza gradi colpi di scena e dove i poteri locali ribadiscono la loro sottomissione a quelli nazionali da cui discendono. L’omaggio al signore, un rito feudale.

Volete poi che Cappellacci, o chi per lui, non ce la meni con la retorica della Brigata Sassari e dei due presidenti della Repubblica sardi? Il copione è sempre quello: “Siamo un’isola fedele, per questo ci dovete aiutare. Dai, per favore, aiutateci che stiamo facendo la fame per colpa vostra! Ci aiutate?”.

La visita di Napolitano potrebbe però essere un’occasione per la Sardegna di rappresentare in maniera diversa la propria crisi. Perché il rischio è quello di essere assimilati ad altre aree del paese, deboli quanto noi ma diverse da noi. Non a caso, iI sindacati questo lo hanno capito da tempo e infatti chiedono che sia l’Europa a riconoscere alla Sardegna maggiori oneri derivanti dal suo status di insularità.

Ma se la crisi si rappresenta in maniera banale, la crisi diventa banale.

Per riportare veramente l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulla situazione che l’isola sta vivendo, basterebbe poco. Basterebbe che qualcuno si rivolgesse in sardo al presidente della Repubblica. Ma non con i soliti auguri, le solite frasi ad effetto che aprono i discorsi. No: con un discorso lungo, articolato, politico, per comprendere il quale Napolitano dovrebbe avere bisogno di un interprete.

Non sarebbe un atto per niente provocatorio, perché i sardi sono riconosciuti quale minoranza linguistica da una legge dello Stato italiano. Ma che effetto avrebbe secondo voi nell’opinione pubblica nazionale? Quale visibilità avrebbero i nostri problemi? Enorme.

Ma questa non sarebbe solo una trovata. Da tempo un settore sempre più vasto dell’intellettualità diffusa isolana ritiene che la soluzione della nostra crisi passi attraverso la cessione di sovranità dall’Italia alla nostra comunità regionale. Qualcuno lo dirà al presidente? Si prepari, perché Napolitano verrà invece a propagandare la vulgata ultraconservatrice dell’Unità d’Italia come panacea di tutti i mali.

Rivolgersi in sardo a Napolitano significherebbe dunque rappresentare al presidente della Repubblica non solo l’esistenza di una crisi che è più grave di quella che si sta vivendo in altre parti del paese, ma anche che gli strumenti culturali che la Sardegna vuole utilizzare per crescere e intraprendere la strada del suo sviluppo non sono quelli che l’establishment nazionale propaganda.

Rivolgersi in sardo a Napolitano non avrebbe sono una ricaduta di natura mediatica, ma avrebbe anche un profondo significato politico. Significherebbe che la Sardegna vuole e può farcela da sola, e che pretende di essere messa sullo stesso piano degli altri territori. Non sarebbe un segno di separazione, ma di autonomia culturale e politica. Sarebbe orgoglio vero, non retorica da quattro soldi su Cossiga-Segni-Brigata Sassari-regnod’italiachenascedalregnodisardegna e cazzate simili.

Vi prego dunque di immaginarvi la scena. A prendere la parola è uno dei nostri rappresentanti. Inizia a parlare in sardo: iniziale compiacimento. Poi continua a parlare in sardo: sconcerto, imbarazzo. Napolitano si volta verso qualcuno, gli dice “Ma cosa sta dicendo?”. I prefetti vorrebbero sprofondare. Il nostro rappresentante continua a parlare il sardo, e l’imbarazzo si trasforma in fastidio, disappunto.

Sarebbe bello, vero? Ora riaprite gli occhi. Perché nessuno dei rappresentanti delle nostre istituzioni politiche e culturali oserà lunedì e martedì rivolgersi in sardo al presidente Napolitano, se non con poche parole di sapore folckloristico che manderanno in sollucchero i Francesco Cesare Casula di turno.

Questa visita in Sardegna è già scritta. Come i testi degli interventi dei nostri rappresentanti, probabilmente già al vaglio dei solerti funzionari del Quirinale per un preventivo controllo. Dicono si faccia così, non lo sapevate?

 

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