Dalla fine del Teatro dell’Arco un monito per la Giunta Zedda: la politica dei bandi per gli spazi culturali rischia di provocare un disastro!

Posted on 3 marzo 2012

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La battaglia per salvare il Teatro dell’Arco dunque è definitivamente persa. Il teatrino di via Portoscalas a Cagliari diventerà qualcos’altro, probabilmente uno dei soliti locali della zona. Così ha voluto l’Agenzia del Demanio, così ha voluto il Comune di Cagliari che in tutti questi anni non ha fatto nulla per il Crogiuolo, la compagnia fondata nel 1982 da Mario Faticoni. Meno cultura, più birre alla spina dunque.

Scrivo anche per fatto personale. Ho iniziato a lavorare al Teatro dell’Arco nel 1991, avevo 21 anni. Grazie a Mario, all’Arco ho debuttato come autore nel 1993, in via Portoscalas ho conosciuto tanti attori e artisti straordinari, o giovani di belle speranze che poi hanno fatto carriere importanti. Date uno sguardo alla teatrografia e più in generale, al sito de Il Crogiuolo e resterete sorpresi.

Ho vissuto il travaglio del nostro primo sfratto (mi sembra fosse il 1992), quando i Gesuiti (che ci subaffittavano lo spazio) decisero che la sala doveva diventare un deposito di medicinali da mandare in Africa. Ci mobilitammo, organizzai una raccolta di firme, e alla fine l’intervento dell’allora sindaco Roberto Dal Cortivo salvò il teatro.

Poi un giorno ci dicono che ce ne dobbiamo andare perché devono iniziare i lavori di recupero dello stabile. Il demanio (proprietario dello spazio) voleva utilizzare i soldi del lotto per regalare alla città uno teatro rinnovato. Figuratevi la nostra gioia! Saremmo tornati in un teatro vero dopo pochi anni! Non lo sapevamo, ma la via crucis era solo all’inizio.

Proprio sotto la platea emergono dei resti della città romana: il progetto viene modificato, si allungano i tempi e i soldi non bastano più. Però il primo lotto è finito e il teatro già si delinea, anche con una piccola fossa scenica per assecondare la nuova vocazione musicale del Crogiuolo.

Poi succede una cosa incresciosa: la Soprindentenza ai Beni Culturali si mette di traverso. Io e Mario Faticoni otteniamo un incontro con Gabriele Tola. Il quale, con atteggiamento sprezzante e maleducato ci dice che non capisce come mai lo spazio è stato recuperato per ospitare un teatro, che fosse stato per lui ne avrebbe fatto degli uffici e un deposito. Gli facciamo notare che lo spazio è sempre stato un teatro, e sapete cosa ci risponde? Che a lui non risultava! Spettacoli dal 1982 e al dottor Tola non risultava, lui faceva finta di non vedere la rassegna stampa e di non capire! E comunque “arrivederci e grazie”. Con tanta, tanta scortesia.

Poi ci fu la farsa degli affitti non riconosciuti. La compagnia pagava un tot al mese ai Gesuiti, ma questo il Demanio non l’ha mai voluto riconoscere e ha chiesto anzi al Crogiuolo degli inesistenti “arretrati”! Una follia.

Poi ci fu i tentativo di far passare alla Regione la proprietà del bene. Anni di battaglie legali, finite nel nulla. E poi ci fu il silenzio della Giunta Floris, che si è sempre disinteressata del caso (ma l’assessore Pellegrini aveva altro a cui pensare, lo sappiamo tutti).

Facciamola breve. Sotto trovate la ricostruzione degli eventi fatta dalla compagnia. Io aggiungo una cosa: questa vicenda deve essere di monito per la nuova amministrazione comunale guidata dal sindaco Zedda e dall’assessore alla Cultura Puggioni.

I bandi per l’assegnazione degli spazi culturali (così come questa amministrazione li sta immaginando) non risolveranno nessun problema, anzi rischiano di aggravarli tutti. Perché, come spiega Faticoni, nessuna associazione culturale dispone delle risorse che può avere un imprenditore. Il Comune deve fare una scelta politica e innanzitutto assegnare gli spazi ai gruppi e alle compagnie che ritiene più meritevoli, più importanti e con maggiori prospettive di crescita. In cambio ovviamente di adeguate garanzie e dando l’opportunità anche alle nuove realtà di emergere (perché bisogna anche evitare che a vincere siano sempre e solo i più forti economicamente).

Ma la politica dei bandi è del tutto sbagliata se non è supportata da una valutazione politica e culturale che la accompagni. Le regole, in sé, non regolano nulla. E alla fine vincono sempre i ristoratori. La Giunta Zedda rischia di replicare il fallimento della Giunta Floris, che fece i bandi e poi insabbiò tutto quando si rese conto che la cultura non c’entrava più nulla e che gli spazi culturali si sarebbero trasformati i pizzerie e locali alla moda.

Questo non esclude che qualche spazio debba essere messo a bando, non c’è dubbio. Ma perché, ad esempio, fare una gara per la Vetreria? Lo spazio di Pirri è dei Cada Die, che lo hanno recuperato trent’anni fa! Le regole senza politica sono solo un alibi per chi non sa fare politica. L’alternativa è chiara, e l’ha espressa, con grande chiarezza, Gianluca Floris nel suo blog, avanza cinque proposte low cost per dare risposte immediate agli operatori culturali cittadini.

Insomma, il destino del Teatro dell’Arco forse era già segnato da anni. Ma questa sconfitta ci insegna qualcosa e non tenerne conto sarebbe l’ennesimo errore.

 ***

“Non avendo partecipato al bandi di gara dell’Agenzia del Demanio statale di Cagliari, Il crogiuolo chiude l’esperienza del Teatro dell’Arco di via Portoscalas e diffida il vincitore della gara ad usare la relativa denominazione protetta da un marchio depositato.


Il bando di gara prevedeva l’assegnazione del bene soltanto per sei anni rinnovabili e poneva a carico del vincitore, oltre al canone, il costo del completamento dei lavori di ristrutturazione intrapresi nel 2003 dalla Soprintendenza ai beni culturali, interrotti tre anni dopo, lavori il cui costo veniva calcolato approssimativamente intorno a i 150-200.000 euro.
Il crogiuolo perviene alla rinuncia a partecipare, oltre che per motivi economici, reduce com’è dall’aver subito in questi anni sostanziosi tagli al contributi regionale, anche per motivi di politica culturale.

La vicenda trentennale del Teatro dell’Arco ha messo in livida evidenza il coagulo di vizi che frenano la nascita e lo sviluppo della creatività artistica e culturale nella provincia italiana.


Nel 1996, il mancato rinnovo ai Gesuiti della concessione scaduta aveva spinto, ad esempio, il Crogiuolo a sollecitare il passaggio del bene alla Regione e la concessione esclusiva teatrale; due anni di vana lotta contro insipienze burocratiche assortite; si ripiegò su uno stanco rinnovo.

Lo spirito d’intrapresa individuale di Mario Faticoni e quello aziendale de Il crogiuolo, volto a fare di uno sconosciuto localino parrocchiale, il cui solo cambiamento d’uso ipotizzato fu quello di deposito di indumenti da inviare in Africa, un teatro professionale inserito nelle agende del miglior teatro italiano, sono stati osteggiati pervicacemente e in modo continuo dalla dirigenza del Demanio.

L’ostracismo arrivò nel 2003 a intimare il pagamento di 22.000 euro di uso abusivo del locale per gli ultimi cinque anni, pur essendo a conoscenza che per i quindici anni precedenti il crogiuolo aveva pagato sostanziosi affitti ai concessionari Padri Gesuiti, con i quali vigevano regolari contratti, di cui evidentemente non era stata data notizia al Demanio proprietario. Cifra rivalutata nel frattempo a 27.000 e pagata come condizione per partecipare alla gara.

Fallitrono i tentativi per suggerire al Demanio dapprima una novazione di contratto ( Il crogiuolo figurava come la parte culturale dell’azione dei Padri Gesuiti), poi l’introduzione nel bando di requisiti professionali che si riferissero alla destinazione teatrale e alla precedente esperienza di direzione gestione di teatri, mentre emergeva e poi si affermava il suo contrario, il nulla, mascherato dal riferimento-lapsus alla denominazione Teatro dell’Arco. Il che apriva la porta ad un uso qualunque. Infatti ha vinto un ristoratore. Cui va peraltro il nostro rispetto.


Lo storico teatro di Stampace, identità pregiata del quartiere, presenza mitica della cultura cittadina, in virtù della quale è conosciuto più da quelli che non vi sono mai entrati che da quelli che lo hanno frequentato, è chiuso dunque da dieci anni. Vi si sono formati o vi hanno fatto le prime prove registi, attori, musicisti, costumisti, giornalisti operanti oggi brillantemente altrove; vi si è prodotto teatro musica, cinema, ospitato l’eccellenza del teatro italiano di ricerca e giovani gruppi sardi emergenti.

All’Arco sono avvenute prime nazionali di Harold Pinter e Natalia Ginzburg, presente alla prima di Dialogo, ha tenuto una conferenza Josef Svoboda, mentre i suoi bozzetti trionfavano alla cittadella dei musei, una mostra apparsa in Italia solo a Cagliari e Torino. All’Arco ha cominciato il suo magistero artistico Rino Sudano ed è andato in scena il capolavoro poetico di Giovanni Dettori. All’Arco il sodalizio Petilli Faticoni ha condotto al successo per una serie di esauriti Aspettando Godot. Il teatro dell’Arco è il teatro di Tiziana Dattena, Carla Chiarelli, Vito Biolchini, Bruno Venturi, Rita Atzeri; di Enzo Moscato, Danio Manfredini, Marco Parodi, Francesco Origo….


Il teatro dell’Arco è il teatro di Mario Faticoni, “il grande orchestratore, il deus ex machina, l’eroe peregrinante per le vie contorte e troppo spesso disselciate del teatro”.

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