Storie di vita vissuta: altro che l’Inno a scuola! Quella volta che la Patria mi costrinse a cantare Fratelli d’Italia fissando… un albero!

Posted on 6 marzo 2012

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Devo essere sincero: non ho ancora capito se il progetto all’attenzione del governo Monti preveda che nelle scuole l’Inno di Mameli sia solo studiato o anche cantato ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni.

Fantasticando su questa seconda ipotesi (assai suggestiva) mi sono ovviamente ricordato di quel periodo della mia vita in cui “Fratelli d’Italia” me la sono dovuta sorbire quasi tutte le mattine.

A Macomer a noi del quinto scaglione del ’94 fu riservato un trattamento non molto diverso da quello conosciuto dalle schegge che ci avevano preceduto e da quelle che vennero dopo. Il Car è il Car, amen.

Poi ci fu l’entusiasmante parentesi a Perdasdefogu. L’alzabandiera era il primo momento in cui fare drammaticamente i conti con l’estate foghesina. Alle sette già si sudava, e ai pochi militari di leva destinati a fare da camerieri o poco più agli ufficiali che sparavano missili a tutto spiano poco importava quella bandiera che si alzava lentamente, accompagnata dalle soavi italiche note.

Quell’anno il vero inno era quello che si cantava prima delle partite dell’Italia: erano i mondiali americani, quelli di Baggio che rimonta due gol contro la Nigeria e fa esplodere le burbe in libera uscita alla pizzeria “La ruota”.

(La finale invece me la guardai in nave. Siccome noi schegge dell’esercito dovevamo sparare con il fucile in dotazione alla Marina, e siccome in Sardegna i poligoni in estate sono chiusi, la sera di Italia-Brasile ci imbarcarono su di un traghetto per Civitavecchia e finimmo a Furbara, nel Lazio. I rigori sciagurati me li gustai vestito di tutto punto di una scintillante mimetica, a tipo Rambo. Ero impressionante).

Comunque, io allora già facevo il giornalista. Per cui la Patria (nella persona del colonnello Gianfranco Scalas) decise che piuttosto che lasciarmi compilare ogni mattina i buoni mensa per gli ufficiali di Perdas, era meglio farmi tornare a Cagliari per scrivere comunicati stampa e preparare rassegne stampa per i generali del Comando Regione.

Quasi subito mi fu assegnata una stanzetta nella foresteria di via Torino: un privilegio garantito a quei pochissimi militari di leva che dovevano garantire i servizi essenziali ai generali: e una rassegna stampa dei quotidiani locali alle sette di ogni mattina rientrava evidentemente nel novero delle necessità ineludibili.

Per qualche settimana però soggiornai alla caserma Villasanta. Quella degli accozzati, quella dei ragazzi già laureati e o che comunque erano chiamati a offrire servizi di un qual certo livello soprattutto nella sede del Comando di via Torino.

Ed è alla Villasanta che avvenne l’episodio che vi voglio raccontare.

A Perdasdefogu l’alzabandiera era comunque una cosa seria. Alla Villasanta no. Intanto perché le note dell’Inno di Mameli uscivano gracchianti, come se prodotte da un antichissimo 78 giri. E poi non si vedeva la bandiera, non si vedeva proprio! Il tricolore in realtà era nascosto da un grandissimo albero. Per cui noi militari stavamo ritti sull’attenti (si fa per dire) davanti a questo grande albero, manco stessimo celebrando una specie di rito pagano, ascoltando note ormai irriconoscibili tanto forte era il gracchiare del disco.

Per questo, quando ho letto della proposta dell’Inno nelle scuole, mi sono rivisto in piedi, immobile davanti ad un albero.

Questo vi volevo dire, e questo vi ho detto.

 

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