Usare la lingua sarda a scuola? L’Italia e l’Europa dicono che si può fare. Ma quanti di noi isolani lo vogliamo veramente?

Posted on 11 marzo 2012

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Ha ragione Gianfranco Pintore quando scrive nel suo blog, in un post dal titolo “L’Italia si accorge della Carta europea delle lingue e ratifica” che “faremo finta di credere che la insufficiente iniziativa della Regione in merito di insegnamento del sardo a scuola (insufficiente, non assente, va sottolineato), derivasse dalla mancata ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie”, giunta invece due giorni fa da parte del Governo Monti.

Posto che, secondo me, per la ratifica vera e proprio servirà ancora un passaggio in Parlamento, è bene ricordare che il sardo nelle scuole già si insegna: sono 90 i progetti finanziati dalla Regione. Che ha stanziato però complessivamente la miseria di 50 mila euro.

E anche per quanto riguarda “la diffusione di programmi culturali e attraverso i principali mezzi di comunicazione” (citati dal Governo quali positiva ricaduta della fantomatica ratifica), la Regione fa da anni la sua parte. Con poca convinzione, però. Anzi, sempre minore.

Il punto è dunque questo: la politica isolana e le nostre classi dirigenti, la nostra “intellighenzia” (l’ho detto, e vi chiedo scusa) quanto credono alla lingua sarda? Quanto pensano che il suo uso nelle scuole, nei mezzi di comunicazione, nelle pubbliche amministrazioni, possa essere motore di sviluppo? A parole, tantissimo. Nei fatti, pochissimo.

Volete qualche esempio? Vogliamo ricordarci dell’Università di Sassari che vorrebbe utilizzare i fondi regionali per formare i futuri insegnanti di sardo usando… l’italiano?

E vogliamo ricordarci che per le politiche linguistiche nella penultima finanziaria la Regione Sardegna ha stanziato appena lo 0,4 per cento del bilancio dell’assessorato alla Cultura (meno di un milione di euro su quasi 250)?

E non venitemi a dire “Sì, ma quale sardo?”. Questa è la cassica domanda che si pongono (in buonafede) quelli che non conoscono il tema, e (in malafede) quelli che al sardo nelle scuole non ne vogliono proprio sentire parlare. A tutti quelli in buonafede consiglio di farsi un giro nel blog di Roberto Bolognesi che da tempo e ripetutamente si dimostra che le differenze fra le due varianti (superficialmente definite “campidanese” e “logudorese”) sono al massimo di natura lessicale e non sintattica (la costruzione della frase è la stessa, al massimo si usano parole diverse).

Per cui, prendiamo il toro per le corna e rispondiamo alla domanda diretta: siamo d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole si insegni il sardo e si insegni in sardo? Perché l’Italia e l’Europa ce lo consentono. Quindi ora dipende solo da noi. Quindi ognuno adesso dica la sua.

Posted in: Sardegna, Scuola