“E ora, cosa faccio?”: dialoghi tra quarantenni disperati in tempo di crisi, alla ricerca di un po’ di speranza e solidarietà. E tanti auguri di buona Pasqua a tutti

Posted on 7 aprile 2012

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Vigilia di Pasqua, giro di telefonate con parenti e amici più cari. Gli auguri sono il pretesto per manifestare il proprio affetto e per cercare di capire realmente come sta la persona con la quale stiamo parlando. Per capire a che punto è la notte. E la notte forse è appena iniziata.

Dovendo fare la sintesi di tante telefonate, direi che noi della generazione tra i 40 e i 50 ci troviamo sostanzialmente al punto di partenza. Con poco o niente in mano, con serissimi problemi economici e soprattutto senza poter contare su un contesto favorevole, sia politico che economico. Molti di noi (con figli e famiglia, titolo di studio e un luminoso futuro alle spalle) non hanno più un progetto di vita che vada oltre la sussistenza, il galleggiamento.

Cerco di farmi coraggio: “Questo è il periodo storico nel quale ci tocca vivere”, dico al mio amico *. “Ad altri è toccata la guerra, ad altri la fame, ad altri il benessere: a noi questo”. “Sì”, mi risponde, “ma almeno nel periodo fascista si poteva essere antifascisti, c’era una alternativa. Oggi l’alternativa qual è?”. Non ho la risposta.

Mi dice **: “Qualche settimana fa ho sentito per caso parlare un operaio, uno di quelli che lavora ai cantieri stradali per conto dei comuni, gli ho sentito dire con un italiano stentato ad un amico che lui guadagnava 1200 euro al mese e aveva anche la tredicesima e la quattordicesima. Io ho pensato alla mia laurea, ai miei libri comprati in tutti questi anni, all’importanza di tutti i lavori che ho fatto; poi l’ho invidiato, perché lui ha uno stipendio e io no. Io non ho un lavoro”.

In tanti vivono (viviamo) grazie a genitori pensionati che a fine mese ci danno una mano. Anche la loro è una situazione penosa: perché non si capacitano di quello che sta accadendo e perché vorrebbero fare qualcosa per noi, ma non possono nulla.

Parlo con ***, e non abbiamo pudore a dirci che (come tanti, ormai) siamo entrambi in serie difficoltà economiche. “Non si possono fare progetti neanche a breve scadenza, si vive alla giornata ormai”, gli dico. “Cerco di recuperare quello che si può”, mi risponde, “sapendo che soldi in giro non ce ne sono, e che se la Regione non mette in circolo un po’ di risorse qui crolla tutto”.

La Regione. Non c’è giorno che il mio amico ****, un piccolo imprenditore, non mi parli della Regione. Gli deve un sacco di soldi che non arrivano mai. Ad arrivare sono invece le telefonate delle banche, sempre più insistenti. “Anche ieri questa stronza mi ha chiamato, manco la Pasqua in santa pace ti fanno passare”, mi ha detto.

Non parlo di cose che non conosco. Posso solo dirvi che la condizione economica di chi a Cagliari sta tra i 40 e i 50 anni e vive nel mondo della cultura, dell’informazione e della comunicazione, sta peggiorando a vista d’occhio, mese dopo mese. Se penso a come stavo solo un anno fa mi vengono i brividi. Proprio noi, che in questa fase della vita avremmo dovuto raccogliere quanto seminato in vent’anni di lavoro, siamo invece costretti a fare i conti con una crisi alla quale non eravamo preparati. “E ora cosa faccio?” è la domanda che ci poniamo sempre più spesso. E quasi mai c’è la risposta.

A questa situazione ognuno reagisce come può. Bisogna tenere duro, aspettare che la situazione si stabilizzi e prepararsi alla ripartenza. L’unica arma che abbiamo è quella della solidarietà. Non lo dico per dire, ma da quando le cose sono iniziate a peggiorare, molti mi hanno aiutato senza chiedere nulla in cambio, e anch’io sento di poter fare qualcosa di concreto per gli altri. Sono i paradossi della crisi.

Credere negli altri è una moneta che non viene mai sprecata.

Buona Pasqua a tutti.

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