Ai referendum? Sette no, due sì e un nì. Perché le province non meritano di morire. E perché solo la Costituente può cambiare la Sardegna

Posted on 1 maggio 2012

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Accetto l’esortazione di Giovanni Maria Bellu che ci invita a guardare al merito delle questioni proposte dai referendum e non a chi li propone. Perché, per quello che si è visto nell’ultimo mese, ci sarebbe da rimanere a casa, tra appelli improbabili di Cappellacci, spettacoli di ex assessori inverosimili come Andrea Prato, i proclami dei grillini e compagnia cantante.

Per cui entro nel merito e vi dico la mia.

Cinque no contro l’abrogazione delle province. Secchi e sinceri. Per questi enti intermedi (presenti in Costituzione, e qualcosa vorrà pur dire) il governo Monti ha già previsto un drastico ridimensionamento nel numero e nelle funzioni. Verranno trasformati in assemblee di rappresentanza dei comuni, con un numero di componenti ridotto (al massimo dieci), senza oneri aggiuntivi per la pubblica amministrazione (perché saranno tutti consiglieri comunali) e senza assessori ma con solo un presidente. Le province verranno anche ridotte di numero, in ossequio all’ordine della Banca Centrale Europea che ne sollecita un accorpamento (a me questa storia che la Bce dica che il problema dei costi della politica italiana siano le province mi sembra un gentile maggio fatto da Draghi al suo sodale Monti, ma forse sono troppo cattivo).

Le province a mio avviso sono importanti per diversi motivi. Il primo: serve un ente intermedio tra i comuni e la Regione che rappresenti i diversi territori in maniera omogenea. Senza le province, i comuni dovrebbero rapportarsi direttamente alla Regione e sarebbero molto più deboli, e dunque più ricattabili. Il secondo: le province servono per consentire ad una classe dirigente di formarsi e di approcciare a problemi più complessi di quelli che si affrontano quando si governa una piccola amministrazione. Senza una classe dirigente all’altezza della situazione la Sardegna non esce dalla crisi. E per formarla servono luoghi di rappresentanza democratica. Il terzo motivo per cui sono contrario all’abolizione delle province attiene proprio al tema della rappresentanza. In un futuro prossimo i consiglieri regionali verranno ridotti a sessanta (la legge è già all’esame del parlamento), così come i deputati e i senatori sardi saranno meno degli attuali 27. Se scomparissero le province, la classe politica democraticamente eletta conterebbe in tutto in Sardegna appena un centinaio di persone: una follia. Con il pretesto della crisi non si possono restringere a dismisura e senza criterio gli spazi di rappresentanza democratica.

Insomma, abolire le province sarebbe secondo me, a conti fatti, un pessimo affare.

E veniamo agli altri quesiti (tutti consultivi, mentre quelli riguardanti le province sono abrogativi e avrebbero un’efficacia diretta e immediata).

Un sì convintissimo al quesito sei. Perché un’Assemblea Costituente per la riscrittura dello Statuto di Autonomia darebbe uno scossone benefico alla politica e alla società sarde. La Costituente è il vero spauracchio dei partiti, altroché.

Un “nì” al quesito sette. Scegliere “attraverso elezioni primarie normate per legge” i candidati alla presidenza della Regione ha un senso in una dimensione di maggioritario spinto, cioè con appena due candidati in rappresentanza di altrettanti schieramenti. E gli altri che fanno? Alle ultime regionali, insieme a Soru e Cappellacci, erano candidati alla presidenza anche Gavino Sale, Gianfranco Sollai e Peppino Balia. La domanda è la seguente: le primarie valgono anche per i partiti che si presentano da soli? Da approfondire.

Un sì convinto al quesito otto, che dietro il suo tecnismo ci chiede di azzerare la norma che regola le indennità dei consiglieri regionali.

Il quesito nove mi sembra invece che proponga ai cittadini una furba semplificazione della realtà: 
“Siete voi favorevoli all’abolizione dei consigli di amministrazione di tutti gli Enti strumentali e Agenzie della Regione Autonoma della Sardegna?”. Il marcio della politica sarda non si annida (solo) nei cda, ma nelle nomine assurde spesso decise dai partiti che mettono nei cda personaggi improbabili. Se di valore, i cda servono. Altrimenti gli enti strumentali e le agenzie della Regione avrebbero solo un presidente, ovviamente deciso dall’esecutivo. In nome di un sentimento anticasta, si rafforzerebbe un potere che non avrebbe contrappesi. Anche in questo caso, temo che i rischi superino di gran lunga le opportunità. A questo punto perché non abolire direttamente enti e agenzie anziché solo i cda? Sarebbe stato molto più sensato.

Il quesito dieci che ci chiede di ridurre a cinquanta il numero dei consiglieri regionali. No: il parlamento sta già lavorando ad una ipotesi che porti a 60 il numero dei consiglieri. Mi sembra una rappresentanza più congrua. Il rischio è che la selezione della nostra classe politica avvenga sempre più per censo.

Questo è quello che penso dei referendum. Le cattiverie su Cappellacci, i Riformatori e l’ex assessore Prato stavolta le lascio solo a voi.

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Posted in: Politica, Sardegna