Cappellacci, Prato, Soru, Palomba e Fantola, e l’insostenibile contraddizione politica dei dieci referendum regionali

Posted on 4 maggio 2012

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“Nonostante la troppa demagogia e il fastidio per lo strumentale esibizionismo di alcuni, andrò a votare e ricordo a tutti di farlo” afferma l’ex presidente della Regione e consigliere regionale del Pd, Renato Soru.

Andremo a votare. Ma dopo aver affrontato il merito dei quesiti, forse sarebbe finalmente il caso di parlare appunto anche della troppa demagogia e dello strumentale esibizionismo ostentato da alcuni leader referendari.

Dal punto di vista politico, questi sono diventati i referendum di Ugo Cappellacci. Non passa giorno che il presidente della Regione non inviti i sardi ad andare a votare sì con toni che contrastano con la pochezza dell’azione politica da lui portata avanti finora. Questo sostegno presidenziale sta diventando stucchevole e temo che spingerà molti a starsene a casa domenica. Perché è evidente che Cappellacci si sta aggrappando ai referendum per mascherare una inadeguatezza che emerge ogni giorno di più (il caso Eon a Porto Torres è solo l’ultimo episodio).

I referendum hanno fatto tornare in pista perfino l’ex assessore regionale all’Agricoltura Andrea Prato, smanioso di nuova visibilità politica. Eppure io mi ricordo che nelle tante proteste di piazza organizzate dagli agricoltori in questi anni, spesso per strada sfilavano degli asinelli ribattezzati dai manifestanti “Prato”. Qualcosa avrà pure voluto dire.

E che dire dei professionisti dei referendum? Ma sì, quei Riformatori di Massimo Fantola che (come bene ha ricordato qualche giorno fa la Nuova Sardegna) nel 2000 votarono a favore delle nuove provincie, non aprirono bocca tre anni dopo quando un referendum veramente popolare chiese ai sardi di abolirle, e ora pontificano e si ergono rappresentanti della politica che odia gli sprechi e che ha sempre attuato il buon governo. No comment.

Ipocrisia, cattiva coscienza, opportunismo.

Ma c’è dell’altro. L’istituto referendario è nato per consentire ai cittadini organizzati in maniera spontanea e alle minoranze di far sentire la propria voce alla politica. Dunque che senso ha un referendum appoggiato dal presidente della Giunta, da un partito che sta in maggioranza e da altri autorevoli esponenti dell’opposizione o addirittura interi partiti dello schieramento di centrosinistra come l’Idv? Non potevano mettersi d’accordo e votare in Consiglio anziché far spendere alla Regione sei milioni di euro per chiedere ai sardi di esprimersi su dieci quesiti oggettivamente complessi?

Il referendum ha un senso quando chiede in maniera semplice e comprensibile alle persone di esprimersi su questioni che non attengono solamente alla sfera politica ma che interessano la vita di tutti i giorni. Il caso del nucleare è stato esemplare.

E infatti il Comitato referendario nei suoi manifesti vuol farci credere che “meno stipendi ai politici uguale più lavoro”. Ma questa è demagogia. Oppure, se vogliamo usare parole più terra terra, una solenne cazzata. E con le cazzate non si va da nessuna parte.

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Posted in: Politica, Sardegna