Province, cda, stipendi dei consiglieri regionali: dopo i referendum è caos totale. E chi ha lanciato il sasso, ora nasconde la mano

Posted on 9 maggio 2012

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Tre giorni, tre giorni appena. Per capire che forse dietro ai referendum regionali non c’è alcun serio progetto riformatore ma soltanto una vampata retorica gestita maldestramente. Perché il “trionfale risultato anticasta”, lungi dall’avere ricadute immediatamente concrete, sta invece mettendo in crisi l’intero sistema istituzionale isolano.

Perché nessuno aveva immaginato che cosa dovesse succedere in caso di superamento del quorum. Perché nessuno aveva previsto come affrontare il terremoto derivante dall’abolizione delle quattro province, né aveva pensato come risolvere l’incredibile vuoto normativo che lascia ora i consiglieri regionali senza stipendio, né aveva capito che non tutti i cda degli enti regionali potevano essere aboliti. Tutto all’insegna dell’improvvisazione più imbarazzante che rischia di provocare una situazione di stallo e di ingestibilità. E dunque di aumentare la sfiducia della gente nella politica, in una spirale di retorica e di irresponsabilità.

L’obbligo politico di indicare una via d’uscita è tutta del Comitato promotore del referendum. Che però ben si guarda bene dal proporre una soluzione al pasticcio che ha provocato e ipocritamente fa finta di niente. Fantola, Segni, Parisi ora nascondono la mano dopo avere lanciato il sasso. Anche Soru dovrebbe dire qualcosa: è evidente che senza il suo apporto il quorum non sarebbe mai stato raggiunto.

Così come fa finta di niente il presidente Cappellacci. Ieri doveva presentarsi in Consiglio regionale, poi è stato tamponato ed è sparito. Io voglio credere nella buona fede del presidente, ma molti non sono disposti a farlo. E questo la dice lunga sul suo grado di credibilità.

Non a caso, non è più un mistero che il Consiglio qualcuno sta pensando di approfittare della situazione per liberarsi di questo esecutivo. Perché uscire da questo pasticcio non è semplice. E perché le convenienze e le cattive volontà sono sempre dietro l’angolo.

Insomma, cosa sarebbe accaduto in caso di vittoria dei sì qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo ai sardi prima di andare alle urne. Invece non lo ha fatto, e noi ci siamo bevuti tutto.

Resta il fatto che nella società sarda c’è una forte voglia di cambiamento. Si tratta di capire chi sarà in grado di interpretarla in maniera sincera e poco retorica. Con Cappellacci, i Riformatori e i soriani in libera uscita mi sa che è andata male.

 

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Posted in: Politica, Sardegna