Presunzione, veti, disconoscimenti, nessuna leadership: ecco come il centrosinistra sardo si sta organizzando per perdere le prossime elezioni regionali

Posted on 29 maggio 2012

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Questo post è dedicato a tutti coloro che pensano che per il centrosinistra sardo alle prossime regionali sarà una passeggiata: anime candide anzichéno. Perché gli opposti si attraggono: se da una parte ci sono gli sprovveduti del web, quelli che guardano a Facebook come se fosse la società (e che sono caduti dal pero quando Soru ha perso tre anni fa, inebriati dalle cliccate e sturrati alle urne), dall’altra ci sono i vecchi volponi della politica, che pensano di poter capitalizzare il consenso in fuga dal centrodestra “sic e simpliciter”, senza cambiare nulla e soprattutto senza intaccare le loro rendite di posizione.

Il risultato è il paradosso che i più “puri” consolidano a loro insaputa la posizione degli “impuri”, di quelli che sulla carta sarebbero i loro primi avversari nella lotta per il rinnovamento della politica. Perché entrambi non vogliono cambiare nulla di questo centrosinistra. Ma proprio niente.

Eppure questo centrosinistra se non si rinnova, perderà. Già diversi commentatori nazionali lo hanno evidenziato in maniera inequivocabile. Bisogna cambiare dunque. Ma come? Quello che sta succedendo dalle nostre parti può aiutarci a capirlo.

In Sardegna le novità in campo sono due. Da una parte c’è Beppe Pisanu che, da instancabile e abilissimo tessitore qual è, sta cercando di mettere in campo un’alternativa isolana al disfacimento del Pdl. Il progetto è quello di creare un partito dei moderati, autonomista, in grado di contrapporsi al governo nazionale e allo Stato. Perché Pisanu ha capito che per la classe dirigente sarda non c’è alternativa ad uno scontro duro con Roma e che la sigla Pdl ormai è da buttare. Il centrodestra, per disperazione e per necessità, lavora dunque ad una alternativa vera.

L’altra novità è l’asse Sardisti-Sel. Anche in questo caso, si parte dall’analisi che la Sardegna deve aumentare i suoi spazi di sovranità, perché (fatti due conti) i governi nazionali sia di centrodestra che di centrosinistra hanno avuto nei confronti dell’isola lo stesso atteggiamento di distaccato fastidio riguardo le nostre vertenze. L’obiettivo è quello di spaccare il bipolarismo italiano (Manichedda lo ripete da tempo) che tiene imbrigliate le potenzialità dell’isola.

Il progetto di Pisanu non ha oppositori, quello di Sel e dei Sardisti sì. Chi sono? Che obiezioni avanzano?

Qui casca l’asino. Cioè la capacità del centrosinistra di parlare di politica senza preconcetti e non per slogan. Qual è la colpa dei sardisti? Che stanno col centrodestra? Ma il centrodestra tre anni fa ha avuto forse remore ad accogliere nell’alleanza i sardisti, per decenni stabilmente inseriti in uno schieramento progressista? No.

Con ciò non voglio dire che i sardisti siano indispensabili per la vittoria del centrosinistra: voglio solo dire che militanti e dirigenti di questo schieramento stanno dimostrando di essere incapaci di entrare nel merito delle questioni e di ragionare in prospettiva. L’alleanza Sel-Sardisti sarà anche una stupidaggine inutile e dannosa, ma non può essere liquidata con argomenti che con la politica non hanno niente a che fare.

Ad esempio, dire ogni volta che “i sardisti hanno regalato la bandiera a Berlusconi” è solo uno slogan, non un ragionamento politico. Sfido chiunque ad usare questo argomento nel corso di un confronto vero con politici veri: verrebbe preso in giro, perché questa della bandiera è una stupidaggine che può forse rinsaldare le convinzioni di qualcuno ma è come una banconota del Monopoli: vale solo se si gioca a Monopoli appunto. Ma la realtà è un’altra cosa.

A volerla dire tutta, innanzitutto bisognerebbe chiedersi come mai i sardisti siano stati lasciati al centrodestra. Bisognerebbe valutare in che modo questo partito sta partecipando al governo regionale, con quali uomini, con quali politiche e con quali distinguo. Niente di tutto questo sta avvenendo. Anzi, la confusione aumenta.

Volete una prova? L’ex assessore regionale Massimo Dadea non perde occasione per scagliarsi contro i sardisti, salvo poi auspicare l’allargamento del centrosinistra… ai Riformatori! Perché i sardisti no e i fantoliani sì? Solo perché questi ultimi hanno sostenuto i referendum? La confusione è tanta, gesucristummiu.

Insomma, è evidente che con questo livello di argomentazione fatto di slogan e sparate ad effetto non si va da nessuna parte, nessun tipo di cambiamento sarà mai possibile.

Perché poi scatta quella che un’amica mia chiama “la dialettica del disconoscimento”. È, più banalmente, un tutti contro tutti che non salva nessuno. Un gioco al massacro (politico) che fa solo il gioco di chi vuole mantenere lo status quo, nella speranza di poter vincere senza cambiare nulla. Tutti i politici alla fine sono uguali, tutti i partiti sono uguali, nessuna novità è possibile al di fuori di uno schema già codificato. Maninchedda? “No”. Soru? “No”. Silvio Lai? “No”. Luciano Uras? “No”. E quindi? La nostra classe dirigente è questa, da Marte non arriverà nessuno. Ma c’è sempre un motivo per porre un veto. Anche in questo caso i militanti del web distruggono e non costruiscono. E le vecchie volpi dei partiti si sfregano le mani, perché tutto resta così com’è.

Eppure cambiare si deve. E sono state proprio le recenti elezioni amministrative ad aver dimostrato che, ad esempio, che Sel è un partito che non sfonda e che ha bisogno di un nuovo progetto. In Sardegna infatti ce l’ha, e questo spaventa.

Spaventa innanzitutto il Pd, dove è dibattito è incentrato semplicemente sulla questione dei due mandati e niente di più. Eppure questo partito è quello che dovrebbe guidare l’alleanza. Peccato che al momento non riesca neanche ad esprimere una leadership. L’unica, che vi piaccia o no, è quella di Renato Soru. Tutte le altre andrebbero costruite a costo di duri scontri interni, perché al momento non c’è nessuno che svetti in prospettiva regionale.

E a proposito di ledership, per dirci proprio le cose come stanno, al momento ci sono solo altre due figure credibili. La prima (che vi piaccia o no) è quella di Paolo Maninchedda, che nell’ambiente politico gode di grande stima per il modo con cui lavora e che ha radicato la sua azione nel territorio. Disconoscere il valore di Maninchedda significa non capire quale sia la qualità media della nostra classe dirigente. Questo non vuol dire che tutto quello che dice sia giusto, non è questo il punto. Ma disconoscere la qualità della sua azione è segno di fragilità e di poca conoscenza di ciò che sta avvenendo nella politica sarda.

L’altra leadership è quella di Massimo Zedda. Sì, il sindaco di Cagliari. Che se la legislatura regionale dovesse arrivare per disgrazia a scadenza naturale (cioè nel 2014) potrebbe anche pensare di candidarsi.

Il dibattito sulla possibile alleanza Sel-Sardisti ci dimostra dunque la pochezza del livello di elaborazione politica del centrosinistra. Incapace di trovare nuove formule, con il rischio di essere spiazzato dalle dinamiche nazionali. Perché chi oggi sbraita solo all’idea di dover riaccogliere i sardisti nell’alleanza di centrosinistra, potrebbe poi dover ingoiare la presenza dell’Udc, decisa a Roma da Bersani & co.!

Peraltro, il centrosinistra rischia di rimanere spiazzato anche dalla nascita dei liste civiche. Perché le prossime elezioni saranno caratterizzate dalla presenza di movimenti nuovi, raggruppati intorno a personalità di spicco. Il modello è quello che sta portando avanti l’ex assessore regionale all’Agricoltura, Andrea Prato. E il centrosinistra? Sarà in grado di acchiappare un nuovo consenso accettando di allearsi con nuove formazioni o penserà di fare il pieno con la solita formula? Certo, come no: il classico schieramento Pd, Sel, Federazione delle Sinistre, Italia dei Valori, Rossomori, varie ed eventuali? Con le solite facce, con le solite dinamiche?

Insomma, oggi il centrosinistra non parla di politica, parla per slogan. Che lo facciano i suoi dirigenti per coprire l’incapacità di tratteggiare un percorso che ci porti da qui alle regionali è un conto (infatti Cappellacci, morto vivente, è ancora presidente della Regione). Ma che lo facciano i militanti, credendo di dare in questo modo un contributo al rinnovamento della politica, è sinceramente inverosimile e inaccettabile.

Chi ha idee, le metta in campo. Laicamente, senza dogmi né verità assolute. L’alleanza Sel-Sardisti apre prospettive inedite che meritano di essere esplorate. Chi è contrario, avanzi un’altra proposta di cambiamento e di innovazione che tenga conto della realtà e dei rapporti di forza e lasci gli slogan agli sprovveduti e ai disperati in cerca di visibilità e candidature.

 

Post scriptum
Anticipo la domanda canonica: “E gli indipendentisti?”. Gli indipendentisti chi? Si uniranno tutti assieme? Hanno un leader? Vogliono allearsi con uno dei due schieramenti? Rispondere, grazie.

 

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Posted in: Politica, Sardegna