Ci scrive Matteo: “Addio Sardegna: sono emigrato in Olanda. Lavapiatti con laurea in Lettere: 1260 euro al mese, e soprattutto nessuna umiliazione”

Posted on 1 giugno 2012

61


Dopo un po’ di tempo mi scrive nuovamente Matteo. Ci eravamo persi di vista, qualche mese fa mi aveva segnalato alcune storture di Sardegna Tirocini, avevamo commentato assieme il disastro della situazione sarda per i giovani (ma, a questo punto, anche i meno giovani) che sono o restano senza lavoro. Poi ieri trovo una sua mail: “Mi sono trasferito in Olanda”. Resto senza parole. Poi mi ricordo che in Olanda ci vive da qualche anno un mio cugino. E un altro sta in Spagna. E un altro ancora appena un mese fa si è trasferito al nord e lavora tra la Lombardia e la Svizzera.
La lettera di Matteo la trovate anche sul suo blog. In bocca al lupo amico mio, a te alla tua compagna. Salutatemi mio cugino.

 ***

Era il 31 Marzo anno 2012.

Due mesi or sono, bagagli alla mano e biglietto di sola andata, siamo partiti alla volta dell’Olanda, io, la mia compagna e una montagna di desideri e di speranze.

Antefatto: perché?

La situazione italiana, da tutti conosciuta sulla propria pelle, mi ha portato alla drastica decisione di lasciare la Sardegna, ma al contrario della volta precedente quando partii alla volta del Piemonte, la destinazione è stata oltreconfine, laddove mia sorella vive con soddisfazione da dodici anni e io mi accingo a costruire la mia esistenza, lontano dai malumori della disoccupazione, della supposta crisi o della crisi supposta e da ciò che negli ultimi mesi isolani ho vissuto tanto volente quanto nolente.

Stanco di barcamenarmi fra i ricatti degli imprenditori nostrani, oggi, dopo soli due mesi, posso dire senza timore di smentita che sì, amici e famiglia sono lontani, mi mancano il sole e il mare, mi manca la mia terra, ma mai scelta fu più azzeccata di quella alla quale mi ha portato la mia ultima, penosa esperienza lavorativa sarda.

Sono lontano, lontano a tutti gli effetti. Lontano temporalmente dall’astio verso il sistema, lontano umoralmente dal caldo infernale dei nervosisismi e dei sismi recenti, lontano spazialmente dai finti costruttori di sogni che sono la maggior parte degli imprenditori italiani. Imprenditori o piuttosto prenditori?

L’ultima mia esperienza lavorativa a Cagliari parlerebbe da sola, la precedente algherese ancora di più.

Un anno or sono ero in procinto di partire alla volta della città catalana, Alguer, Alghero, destinazione albergo con contratto (contratto?) come animatore sportivo a ben cinquecento (cinquecento, sì avete letto bene) cinquecento euro al mese dei quali solo centottanta (sì, centottanta) in busta paga. Una truffa, accettata dal sottoscritto pur di non dover affrontare le paternali del sistema che mi avrebbe accusato di provare immenso piacere e godimento nello stare a casa dei miei genitori con la paga mensile come l’ultimo dei bamboccioni (alè, riecco la tanto amata parola).

Dodici ore al giorno di lavoro, sei giorni e mezzo su sette, al sole e al caldo con l’idea, altrui, di vivere una vacanza pagata, quasi in dovere di dover anche ringraziare chi mi ha dato questa grandissima opportunità, chi vive sul lavoro altrui per potersi costruire una vita di non lavoro, di non produzione, di semplice riposo sul sangue del prossimo, il tutto con commercialista connivente che ti segue a distanza e ti prepara la busta paga perfetta, tanto perfetta da non superare al centesimo lo scaglione che ti farebbe pagare più tasse.

Tre mesi, millecinquecento euro al mese, le lamentele dei turisti di ogni genere, le chiacchiere inutili, le recensioni su tripadvisor, la parlata sgrammaticata del capo durante le serate in un albergo pluristellato e tu lì, con la tua laurea in Lettere che ti vergogni di ricevere così pochi soldi da uno al quale mangeresti la pastasciutta in testa un giorno sì e l’altro pure. E ingoi. Ingoi. Ingoi.

Aspetti tempi migliori, ti ripeti che la Sardegna è una bellissima terra con bellissime persone e ti ripeti come una cantilena che non c’è posto al mondo dove sia più bello vivere. Menti, sapendo di mentire.

Per vivere una vita dignitosa, stando come stanno le cose al giorno d’oggi, devi lavorare o per lo meno guadagnarti in qualche modo il pasto quotidiano, gli svaghi, qualche concerto, una birra con gli amici la sera. Non bastano il sole, il bel mare, la bella gente: niente di tutto questo è gratis, a meno che non ti accontenti di vivere sempre dai tuoi “vecchi”.

E allora aspetti, continui ad inviare curricula con la finta speranza che il telefono squilli o che la tua casella di posta segnali qualche novità.

Silenzio. Costante.

Non un sì, non un no, solo silenzio.

E aspetti.

Fino a che un tuo amico, vedendoti in crisi depressiva da nullafacenza, ti segnala all’azienda in cui lavora come tirocinante e sì, cogli l’occasione, nonostante la paga, nonostante l’assurdità del pubblico che favorisce così smaccatamente il privato in barba a qualsiasi diritto alla dignità.

L’amico ha ragione, fin tanto che stai qui è sempre meglio di niente.

Inizi il tirocinio come magazziniere.

Magazziniere, tirocinio, ovvero imparare un mestiere che sai già fare, ovvero apprendere da ex responsabile di magazzino in una nota azienda della grande distribuzione un lavoro che già conosci a menadito. Il tutto a cinquecento cinquecento cinquecento euro al mese sborsati interamente dalla Regione Sardegna, e quindi anche dai miei genitori, dalla mia famiglia, da te e da me.

Trentadue ore alla settimana, quattro giorni su sette, cinquecento euro al mese: dignità, questa sconosciuta.

Tengo, continuo, vado avanti, fino a che lo stipendio non tarda ad arrivare per questioni burocratiche, fino a che non mi rendo conto che ogni giorno che passa il nervoso aumenta, fino a che non mi rendo conto, finalmente, che la Sardegna e così l’Italia non sono posti che mi vogliono, non sono posti dove qualcuno mi darà mai fiducia, troppo ingessati dal clientelismo, dalla vecchiaia a tutti i livelli, dal finto perbenismo, dalla totale assenza di dignità del lavoro.

Non voglio più lamentarmi, non voglio più essere affamato davanti al mio titolare di turno a cui dire grazie mentre non posso permettermi nemmeno un affitto in una bettola mentre lui vive in un attico da un milione e più euro, porta le Hogan ai piedi, veste firmato dalla testa ai piedi e non tira fuori nemmeno un centesimo per i mio stipendio e nemmeno ti saluta anzi, ti guarda quasi con supponenza.

Basta, tre mesi or sono ho detto basta, ho fatto i preparativi per la partenza con la mia ragazza, anche lei disillusa, anche lei laureata in materie umanistiche e senza uno straccio di speranza nel futuro, anche lei pronta a confrontarsi con un Paese diverso dove la dignità ha un compenso, dove anche fare il più umile dei mestieri ha una paga decente e dove il nero quasi non esiste.

Ora faccio il lavapiatti, ogni tanto l’aiutocuoco, il mio primo stipendio è stato di 1260 euro netti senza essere sfruttato nemmeno mezzo secondo, con contributi pensione e quant’altro e con a breve un altro lavoro in arrivo, il mio lavoro. Nemmeno due mesi e mi sono già tolto piccole soddisfazioni che in Sardegna e in Italia non mi sarei tolto nemmeno fra cinque anni.

No, non voglio insegnare niente a nessuno, non voglio parlare dal pulpito, è semplicemente la mia esperienza personale e non invito nessuno a seguirla né biasimo chi resta nella mia bella isola, né biasimo chi ancora crede che le cose possano cambiare. Coraggioso io, coraggiosi voi che restate, vigliacco io, vigliacchi voi che restate, non ha alcun senso giudicarci a vicenda, ognuno fa ciò che crede, ognuno segue la propria strada.

Io, dalla mia, ero semplicemente stanco di trascinarmi, di vivere nel lamento, di muovermi con la sensazione di stare fermo, di aspettare risposte che non sarebbero mai arrivate.

Intanto, per la cronaca, aspetto ancora i cinquecento euro lavorati a febbraio con Sardegna Tirocini.

E, onestamente, me ne fotto

Matteo

 

Advertisements
Posted in: Politica, Sardegna