Identità, lingua sarda, giovani e sovranità: quello che i dirigenti del centrosinistra non vogliono capire (ma che la loro base sa da tempo)

Posted on 1 giugno 2012

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Sono d’accordo con Gianfranco Pintore quando afferma sul suo blog che “a destra si muove qualcosa di cui la sinistra non è capace”. Bene la lettera in sardo a Monti e bene anche (concettualmente) la flotta sarda: le avesse fatte Soru queste cose, l’allora presidente sarebbe stato celebrato da tutti i giornali nazionali e avrebbe mandato in giuggiole i suoi fans. Invece le ha fatte l’improbabile Cappellacci e a molti non resta che far finta di niente. Però queste due cose Ugo ha fatte, anche se temo che tutto questo slancio identitario si esaurisca in una sorta di inutile cossighismo di ritorno e niente di più.

Ma sono d’accordo anche con Roberto Bolognesi quando afferma sul suo blog che c’è “molta gente di sinistra schierata senza ambiguità per la limba e per la non-dipendenza della Sardegna”.

E infatti sono soprattutto d’accordo con Adriano Bomboi quando si chiede sul suo blog “il Partito Democratico Sardo che cosa vuole fare? Rinnovarsi e vincere in senso autonomista o perdere e proseguire nella classica retorica unitarista destinata a celare i particolarismi delle sue correnti?”.

Sono tre post tutti molto interessanti, che vi consiglio di leggere.

Detto questo, io vorrei aggiungere una piccola riflessione.

Da diversi anni partecipo a numerosi incontri di natura politica e culturale, organizzati soprattutto da gruppi, partiti e associazioni della sinistra cagliaritana. Da tempo ogni volta, inevitabilmente, si finisce a parlare di cultura sarda e di indipendentismo: sempre. I giovani della sinistra cagliaritana prendono in considerazione questa ipotesi in maniera molto laica e senza preconcetti. Preconcetti che trovo invece nei dirigenti del centrosinistra sardo. Che ignorano evidentemente cosa frulla nella testa della loro “base”.

Dirigenti che non credono nella lingua sarda, che non credono nella forza della nostra identità e nelle sue potenzialità. Il loro schema è quello (a mio avviso, molto datato) che ha ben rappresentato recentemente Andrea Raggio in un interessante post su Democrazia Oggi dal titolo “Indipendentismo di governo”, e che riassumo con questo passaggio.

“Il centrosinistra sardo non deve andare impreparato al dopo Monti. Deve impegnarsi da subito nel non facile ma ineludibile compito di rianimare la politica regionale, utilizzando a tal fine l’esperienza maturata negli anni della rinascita. (…) Quell’esperienza ci ha insegnato che la rivendicazione verso lo Stato non accompagnata dalla partecipazione alle politiche nazionali e dall’assunzione di responsabilità scade a rivendicazionismo, ad alibi, a copertura delle nostre debolezze e delle nostre magagne”.

In che misura la debolissima Sardegna può immaginare di partecipare oggi alle “politiche nazionali” italiane se è proprio lo Stato ad abbandonare l’isola al suo destino? E cosa significa “assunzione di responsabilità” se non un sovranismo capace finalmente di ignorare quelle “politiche nazionali” in nome delle quali oggi la Sardegna è allo sbando, e in nome delle quali la nostra classe dirigente (nominata sostanzialmente a Roma) ha subordinato ogni nostro interesse concreto?

Per la vecchia guardia della sinistra, indipendentismo equivale a separatismo, identità equivale a disordine, se non a violenza. E sbaglia: perché il lavoro fatto negli ultimi anni dall’Irs di Sale e Sedda è stato impressionante. Forse non raccoglierà mai nulla in quanto a seggi o assessorati, ma quell’indipendentismo moderno, europeo, aperto al mondo, non violento, ha conquistato culturalmente una generazione. Si può essere indipendentisti o meno, ma non si può dire che l’indipendentismo di oggi sia uguale a quello degli anni ’70 o ’80. Per i dirigenti del centrosinistra invece non è cambiato nulla.

E a nulla serve mostrare i risultati della ricerca condotta dalle Università di Cagliari e di Edimburgo, secondo cui i nostri giovani si sentono più sardi che italiani. Quei risultati avranno un senso o no? Nessun commento: meglio ignorare.

Eppure la sinistra da dieci anni cerca di emanciparsi da Roma. Vi ricordate di Democratzia? Fu il tentativo di un’area progressista (radicata soprattutto nei Ds di allora) di rilanciare in maniera originale i temi dell’autonomismo. Poi non se ne è fatto nulla e io penso anche di sapere il perché.

Per lo stesso motivo per il quale nessuno crede al tentativo del Pd attuale di staccarsi da quello nazionale e di rendersi autonomo. Perché si tratta solo della necessità di un gruppo dirigente di non dipendere più dagli equilibri romani che, ci piaccia o meno, hanno ancora una parola decisiva riguardo le candidature e gli incarichi nell’isola.

Al Pd della lingua sarda non gliene cale sostanzialmente nulla, della cultura sarda ancora meno. A meno che non siano inserite in un contesto “unitario” italiano (le “politiche nazionali” di cui parla Raggio), in cui tutto si sterilizza, tutto si accomoda. Tutto torna, in sostanza. Ma qui non torna più niente. Ed è evidente che con questo sistema bloccato, un eventuale centrosinistra al governo nazionale non potrebbe dare molto di più di quello che ha dato il centrodestra in questi anni. Serve un cambio radicale nell’impostazione del rapporto con lo Stato. Moltissimi giovani di centrosinistra lo hanno capito, i dirigenti dei loro partiti no (o fanno finta di non capirlo, chissà).

In questa situazione il centrodestra teoricamente è avvantaggiato (ed è per questo che Pintore ha ragione), ma per un motivo semplice: il Pdl non esiste più. In un clima da “liberi tutti” bisogna inventarsi qualcosa per non sparire, e le mosse ad effetto di Cappellacci lo dimostrano. Ma Bomboi ricorda bene come Pisanu questa storia del partito autonomista la spacci da oltre trent’anni, poi non se ne fa nulla. Ora la cavalca nuovamente e ritengo che sarà un buco nell’acqua anche stavolta. La dimostrazione è sotto i nostri occhi: anche Mario Floris (uno che in quanto a fiuto politico non lo batte praticamente nessuno) dieci anni fa preferì dar vita all’Uds piuttosto che confluire in un partito “italiano”. Il tempo gli ha dato ragione. Il punto è che Floris è stato nazionalitario solo nel nome e nelle intenzioni.

Il centrosinistra sardo sui temi dell’identità non punta neanche per scherzo. Cosa voglio dire? Che nel prossimo programma elettorale uno dei punti centrali dovrebbe essere ad esempio il bilinguismo: soprattutto nelle scuole, con modi e forme in grado di mettere d’accordo tutti (e si trovano di sicuro, se si ha il buon senso di non confondere il punto di arrivo con il punto di partenza, e progettare in maniera graduale ma decisa un’innovazione di questo genere).

Una proposta di questo tipo, semplice semplice, secondo me troverebbe l’appoggio convinto dei giovani del centrosinistra, ma ai dirigenti farebbe venire l’orticaria. Eppure la Sardegna ha un disperato bisogno di ridefinire il suo rapporto con lo Stato, di prendersi più responsabilità e più potere.

Sessant’anni di autonomia non sono serviti soprattutto perché le nostre classi dirigenti erano sostanzialmente eterodirette da Roma. È una frase fatta alla Francesco Masala? forse, ma non saprei come esprimere meglio il concetto.

Da poco un pezzo grosso del centrosinistra mi ha detto che con la sconfitta di Soru alle ultime regionali, i sardi avevano rigettato un progetto politico che metteva al centro l’isola e scelto l’Italia. Come dire: “Con Renato abbiamo fatto il massimo, per cui adesso puntare sui temi della sovranità è perdente”. Il guaio è che Soru ha soltanto accennato (se non proprio simulato) un impegno capace di dribblare le richieste e le imposizioni romane. In Soru c’è stato un deficit di Sardegna, non un eccesso. e infatti si è visto come è finita.

I giovani del centrosinistra, a quanto vedo, questo lo sanno benissimo, e non hanno paura di confrontarsi con soluzioni istituzionali nuove, con uno scenario inedito. Per loro il sovranismo è la naturale evoluzione dell’autonomismo. Per i loro dirigenti invece no. Loro, senza Roma che avalla o impedisce, sono perduti. E forse è anche di questo che il Pd dovrebbe parlare, non solo della questione dei due o tre mandati.

Perché a vincere le prossime elezioni regionali sarà lo schieramento che avrà le idee più chiare sulla capacità della Sardegna di autogovernarsi. Perché l’Italia ormai ha pochissimo da darci. Che ci piaccia o no.

 

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