“L’austerità di Berlinguer? Un rimedio contro il consumismo, quella malattia della vita che ormai contagia tutti”. Tutto per voi un saggio di Salvatore Mannuzzu

Posted on 2 luglio 2012

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Si riparla in queste settimane di Enrico Berlinguer. Ricorrono infatti i novant’anni dalla nascita del segretario del Partito Comunista Italiano, sicuramente uno dei grandi protagonisti del secondo Novecento del nostro paese. A Sassari (sua città natale) Berlinguer è stato ricordato nel corso di un’iniziativa a cui ha partecipato anche lo scrittore ed ex deputato del Pci, Salvatore Mannuzzu. Il suo intervento è stato pubblicato (anche se con qualche taglio) dal quotidiano La Nuova Sardegna. Quella che vi propongo è invece la sua versione integrale, che l’autore mi ha personalmente inviato perché la proponessi ai lettori di questo blog. Grazie Toti per questo bel regalo.

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Enrico Berlinguer aveva formulato la sua proposta politica di austerità nel gennaio 1977: quando già la cultura dello spreco prendeva piede, poco avvertita, la nostra nazionale orchestrina Titanic cominciava a suonare e il disastro, verso il quale scivolavamo dolcemente, era anche politico – o addirittura antropologico. Sicché quella proposta risultava certo tempestiva, perché non esisteva altro rimedio a quanto ci stava capitando e poi si sarebbe aggravato; ma insieme era una proposta controtempo, rappresentando l’opposto di quello che noi – sempre più viziati dai consumi – ormai chiedevamo dalla vita. Quando dico noi intendo tutti: anche le masse che votavano comunista; anche le schiere di compagni che dalle periferie al centro erano le strutture portanti e attive del partito, dentro le sezioni, i comitati cittadini, federali, regionali – e oltre: fino ai vertici.

Berlinguer allora fece la sua parte di leader che riesce a leggere la verità della storia, nell’essere e nel divenire; e il conflitto fra quella sua parte di leader, dalla vista troppo acuta e lunga, con lo spirito dei tempi e persino con l’anima del partito – come stava mutando, fino a perdersi – era un rischio professionale. Era un prezzo da pagare secondo le logiche, rettamente intese, del mestiere di guida politica; ma un prezzo assai alto, giacché poteva coincidere col destino minoritario del profeta. E ai profeti capita spesso di non essere compresi (anzi Gerusalemme li lapida e li crocefigge).

Berlinguer però non faceva di mestiere il profeta. Non era un impolitico e disarmato profeta: era invece il segretario nazionale del Pci. Sulla via politica dell’austerità doveva portare il suo partito e l’intero suo paese; se possibile dentro dinamiche internazionali congrue. E il cammino non era breve né poco accidentato: sono operazioni che hanno bisogno di tempo.

Questo tempo Berlinguer non lo ebbe, lo sappiamo. La partita era in corso quando lui uscì dalla gara per un ictus. Dunque nessuno può parlare d’un suo fallimento. Anche se poi avere successo in quell’impresa, sia pure nei modi incompleti e contaminati del possibile, era davvero arduo: dato che la necessità vitale dell’austerità veniva proprio dall’opposta piega delle inclinazioni collettive e degli approdi reali. L’esperienza di quegli anni dice che la proposta si scontrò con un’udienza refrattaria anche dentro il partito. Dove restava ancora un’abitudine alla disciplina, o addirittura al conformismo; ma le quotidiane lusinghe consumistiche già si mescolavano alle identità, nell’ascolto di mille sirene congeniali, specialmente mediatiche: ed erano ovviamente lusinghe molto forti.

Ci fu dunque anche nel popolo comunista la paura di dover rinunciare a qualcosa: molto o poco, in genere nemmeno tanto; a qualcosa che si era riusciti faticosamente a strappare proprio con le lotte politiche – e con le complicità degli anni delle vacche grasse, dei cosiddetti boom. Ci fu la paura di ritrovarsi fuori dal colorato tepore guadagnato solo di recente, e restituiti alle condizioni di prima: alle condizioni dei padri. La digestione della proposta fu subito armata da mille distinguo e mai entusiasta; risultò laboriosa e incompleta – con sostanziali fraintendimenti. Furono pochi a capire che proprio lì stava il nucleo strategico: se non si cambiava il modello di sviluppo, modificando le direzioni dei consumi – quindi i modi di produzione e le qualità delle merci – altro che socialismo: i bisogni generali veri restavano insoddisfatti, le disuguaglianze sempre più incolmabili e dolorose, e l’area degli esclusi sempre più vasta.

Poi le cose sono andate come sono andate: lo sappiamo ed è inutile perdere tempo andando a ripeterlo.

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Saltiamo allora ai giorni nostri, per farla breve. Si capisce che le contingenze immediate sono altre, ora che “austerità” è divenuta – non a torto – quasi una parolaccia (austerity), in qualcuna delle sue accezioni. E io non dico che non si debbano cercare, per queste contingenze, risposte specifiche. È urgente anzi farlo: ma guai a fermarsi qui; giacché ci troviamo dove ci troviamo perché abbiamo solo inseguito le varie contingenze, da stupide cicale (fin dentro il gelo dell’inverno): senza mai pensare a una qualche strategia, senza mai guardare al futuro e ai figli.

Verifichiamo dunque se la proposta d’austerità di Berlinguer resta in qualche modo attuale, proprio in termini di strategia e di futuro. Partendo, di necessità, da una sommaria, rozza ricognizione delle condizioni date. Primo: l’ecosfera è evidentemente a rischio. O magari peggio che a rischio: il processo di deterioramento sembra già avviato e non si sa quanto sia reversibile; gli scricchiolii che continuamente ci turbano (o ci lasciano indifferenti) non fanno presagire nulla di buono. Secondo: nel côté economico e sociale la povertà cresce dappertutto. Su immense aree del pianeta Terra il tasso di mortalità infantile per fame e stenti è spaventoso. Ma anche fuori da questi estremi, e più vicino a noi, qui, si assiste a un continuo aggravamento della situazione: si inaspriscono le vecchie povertà, emergono fasce foltissime di povertà nuove. Dovunque, nel mondo, l’area dei titolari della ricchezza si restringe; e i ricchi diventano sempre più ricchi.

In particolare, adesso c’è questa crisi: strutturale, indotta e complicata dal capitalismo finanziario, con la prevalenza del mercato sulla democrazia. È una gravissima crisi dell’intero Occidente, e non solo; una crisi di lunga durata: di durata pressoché indeterminata, se indeterminata significa che non si sa quando finisce. Comunque la ripresa economica sarà lenta, molto lenta, e incerta. Mentre tarda, aumentano le disuguaglianze, le situazioni critiche di massa. Sono giaculatorie ben note: da noi crescono le folle di giovani senza lavoro, quasi per destino generazionale, mentre nell’Africa nera e in vaste plaghe del Sud America la miseria diventa totale desolazione e disastro. E il mondo più infelice preme sul mondo meno infelice: preme materialmente, fisicamente: fatalmente; in un crescendo naturale e a volte minaccioso.

La verità di questa tragedia è che il modello di sviluppo vigente, basato sul vigente modello dei consumi, è fallito: definitivamente fallito. Ma c’è una tenace viscosità di questo modello: il consumismo – anche quando non ci sono più risorse per praticarlo – è assoluta cultura di massa: dato divenuto identitario, antropologico; appunto come una malattia che si fa vita: la vita. Una malattia che non risparmia nessuno, contagia – ha contagiato – tutti: anche i più miseri. Non spontaneamente: il modello di sviluppo vigente, vale a dire al potere, per mantenere e incrementare i suoi profitti si è imposto con mezzi di persuasione capaci di scendere al livello delle anime, di modificare con gli sprechi le persone. Ed è qui che si incontra l’ostacolo più consistente al cambiamento: se quelli che dovrebbero operarlo non hanno voglia di cambiare.

Quale cambiamento? Consumo è una parola neutra. L’attuale caduta dei consumi è un dato negativo dell’economia e un segno della crescente infelicità sociale. Non lo vogliono capire i fautori di un’austerità tutta di destra che soffoca, in Europa, ogni prospettiva di sviluppo. E intanto l’Africa nera ha una disperata e inesaudita fame – fame e sete – di estendere in misura straordinaria la massa dei propri consumi. L’umanità ha necessità, complessivamente, di consumare di più, non di meno. Ma occorre modificare alla radice la qualità dei consumi: sopprimendo i molti che soddisfano solo bisogni indotti dalle suggestioni del mercato – Marx li chiamava «bisogni immaginari» – e introducendo consumi altri, nuovi, vitali, con una estensione mondiale dell’area dei consumatori.

È evidentemente una grande questione politica: una questione di potere. E l’impasse è politica, giacché la crisi impegna proprio il livello della politica. Coloro che dovrebbero essere gli attori del cambiamento, i portatori degli interessi relativi, i potenziali promotori dei controlli democratici sul mercato, non mostrano – si è già detto – molta voglia di cambiare. Appaiono in genere depoliticizzati, spompati, anestetizzati: prigionieri del proprio particulare. Il sale sta perdendo sempre più il suo sapore. Il disastro che ci minaccia – ecologico ed economico in termini planetari – può essere preso in mano solo dall’homo sapiens. Ma l’homo sapiens non sembra più all’altezza.

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Berlinguer, che pure era capace di vedere il «qualcosa di vero che sta sotto la pelle della storia» (come lui lo chiamava), non poteva fare i conti con questa disperazione: che si è manifestata, tanto imponente, solo dopo di lui. Ma l’idea di austerità che lui ci consegna ha in sé un’indicazione del rimedio, dell’unico possibile rimedio: perché disegna un’austerità con una forte accezione soggettiva, culturale. Un’austerità di vita che i viventi devono scegliere, conquistare per sé e per tutti. E allora la chiave sta in un cambiamento molecolare delle coscienze. Fuori da ogni logica dei due tempi, s’intende: senza essere esentati da ogni altro adempimento. Ma non mancando un attimo di lavorare sulle coscienze, a cominciare dalla propria.

Potrà sembrare detto per scherzo, oppure con troppa enfasi; ma io non trovo altre parole adeguate, nella loro accezione laica: viviamo in terra di missione, e ci dobbiamo convertire, tutti. Altrimenti finisce male. Berlinguer aveva visto giusto, aveva ragione: ma guai se non restituiamo al sale il suo sapore.

È un’impresa disperata? Sì. O quasi: quasi disperata. Chi è avanti negli anni non si faccia illusioni: non la vedrà compiersi. Gli altri possono – anzi devono – sperare nel quasi.

Salvatore Mannuzzu

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Posted in: Cultura, Politica