La Sardegna ha deciso: qui i giornalisti non servono. Meglio cercare altro, arrangiarsi, o inviare il proprio curriculum alla Conad. Una storia vera

Posted on 1 agosto 2012

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Da giovedì 2 a domenica 5 agosto a Pattada si parlerà di lavoro. Organizza l’iniziativa “S’ischola de su trabagliu” l’associazione Lamas, che ha messo assieme un bel gruppo di studiosi per affrontare il tema più importante di cui oggi si può e deve dibattere. Io modererò l’incontro di venerdì pomeriggio (ecco il programma completo). Sono molto curioso di sentire anche gli interventi degli ospiti degli altri dibattiti, tutti molto qualificati, perché vorrei che avessero qualche parola concreta per chi come me (ma spesso anche peggio di me) in questa fase della vita si trova più o meno disoccupato (non vi piace la parola? Vi spaventa? Dirò “diversamente occupato” così siamo tutti contenti).

Non vado certamente lì a farmi dire come un diversamente occupato debba personalmente uscire da questa situazione di crisi, ci mancherebbe altro: la politica si occupa di tutti e di nessuno. Però mi attendo un quadro chiaro della realtà in cui viviamo.

Ad esempio: quanti oggi hanno la consapevolezza che in Sardegna non c’è più bisogno di giornalisti? Nessuno investe più in comunicazione né in informazione. Perché l’informazione (che pure è percepita come un valore: provate a stare un giorno senza notizie) costa troppo e nessuno oggi ha i soldi per mettere su o sostenere anche un piccolo giornale, una piccola testata. Per carità, so bene che esistono valide realtà che da qualche tempo cercano di sopravvivere. Ma si tratta, appunto di sopravvivenza. Intorno c’è il deserto.

Tele Nova a Oristano è in profonda crisi, a Olbia Cinquestelle resiste a fatica. Della crisi di Sardegna Uno c’è poco da dire, sul mercato radiofonico taccio per carità di patria. Nei quotidiani storici continua per i collaboratori non assunti la vergogna dei compensi da fame, mentre tanti giovani vengono spremuti e mandati via a fine contratto. Nei nuovi giornali si tira maledettamente la cinghia.

La verità è evidente: alla Sardegna non servono né giornali né giornalisti, non servono proprio. E i professionisti che restano senza lavoro (ogni mese sempre di più) si arrangiano come possono. Ci si rifugia nella famiglia (quasi tutti vengono aiutati dalle famiglie di origine o dal proprio coniuge), si fanno lavoretti (ogni settore ha i suoi), qualcuno alla fine decide di cambiare mestiere.

Il mio amico Giovanni Maria Bellu si scaglia da tempo contro la Regione che distribuisce le risorse in maniera discrezionale. Ha ragione, ma secondo me il problema è molto più grave e più complesso, perché attiene alla scelta (consapevole o meno) operata dalle nostre classi dirigenti che hanno deciso che quello dell’informazione non è un settore sul quale vale la pena investire. Brutalmente, un qualunque imprenditore preferisce sostenere la squadra di calcio di seconda categoria del suo paese piuttosto che aiutare una piccola testata.

Neanche la politica ha bisogno di fare informazione: con tutti i soldi che il Consiglio regionale dà ai singoli gruppi, nessuno ha mai pensato di mettere in piedi una rivista, un organo di informazione. E chi ce l’aveva, l’ha chiuso.

Questa è la realtà. Per cui non stupitevi davanti a chi ha la forza di dire la verità: Francesco Giorgioni (giornalista professionista e laureato) sul suo blog ha pubblicato un post con questo titolo: “Ho fatto domanda alla Conad”. Vi sembra una cosa normale? A me no. Per questo non deve passare sotto silenzio.

L’informazione costa ma nessuno oggi la vuole pagare. Non è solo una questione di crisi economica, ma di priorità. Le nostre classi dirigenti (non solo la politica dunque) sono totalmente disinteressate all’argomento, salvo poi stracciarsi le vesti se i soliti poteri editoriali non raccontano la realtà per quella che è. Ma a lamentarsi, si sa, son capaci tutti.

Grazie Francesco per la tua testimonianza, per il coraggio e la dignità delle tue parole. Sappi che non sei solo.

 

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