Carbone e alluminio, game over. Il Sulcis è morto, ucciso dalle promesse impossibili dei sindacati e dalla cattiva politica

Posted on 27 agosto 2012

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Questa vignetta è stata tratta dal profilo Facebook di Lorenzo Carrogu.

 

Tutti i nodi vengono al pettine, si tratta solo di capire quando. Per il Sulcis il momento è arrivato. È inutile affannarsi dietro le notizie sempre più drammatiche: operai che si buttano in mare, altri che si barricano sottoterra, altri ancora che chissà cosa faranno nei prossimi giorni. Senza uno sguardo d’insieme (capace cioè di comprendere le dinamiche storiche a costo di lasciare per strada elementi rilevanti ma non fondamentali) di questa vicenda prevarrà solo l’aspetto emotivo.

Certo, chi lotta per il proprio posto di lavoro ha diritto a portare avanti la sua battaglia in tutti i modi possibili. Ma il rischio che si corre quando la lotta diventa estrema è che anche le forme di protesta diventino estreme. E quindi sostanzialmente inutili. Cos’hanno risolto gli operai della Vinyls barricandosi per un anno all’Asinara? Nulla.

Le dinamiche storiche, dunque.

La stagione delle miniere di carbone nel Sulcis è finita negli anni ’80. La battaglia condotta dai lavoratori nei primi anni ’90 non è riuscita ad arrestare un declino inevitabile. I vari progetti per utilizzare il minerale estratto per produrre energia attraverso la gassificazione sono serviti solamente a illudere il territorio e a placare le tensioni sociali, perché erano (e sono) progetti sostanzialmente impossibili dal realizzare. Perché sono troppo onerosi e perché necessitano di una coesione politica che le forze isolane non hanno mai avuto, tanto meno adesso.

Ecco perché le nostre classi dirigenti, in capaci di imporre a livello nazionale il problema del Sulcis, hanno ritenuto più opportuno gestire una lunghissima agonia piuttosto che gettare le basi per una vera riconversione industriale.

Nella difesa ad oltranza dell’esistente e nella contemporanea volontà di illudere tutti con progetti faraonici difficilmente realizzabili, si sono distinti i sindacati. Si sa da almeno vent’anni che il sistema Sulcis andava verso il collasso. I sindacati sardi hanno però sempre chiesto una cosa e il suo esatto contrario, cioè il mantenimento di tutte le produzioni e dei relativi livelli occupazionali, ma anche un nuovo fantomatico modello di sviluppo. Chiedevano ben più della proverbiale moglie piena e la botte ubriaca insomma, perché dappertutto l’economia cambiava radicalmente, le viti addirittura venivano estirpate e vino in giro non ce n’era più.

Se il Sulcis è in crisi, una grossa responsabilità è dunque anche dei sindacati e della loro politica schizofrenica, incapace di fare i conti con la realtà. Anche recentemente il governo Monti è stato chiaro: il progetto carbone non è sostenibile. Eppure ancora oggi si afferma che “Regione, Provincia, azienda e sindacati sostengono il progetto integrato CCS Sulcis (…) cioè il progetto integrato di cattura e stoccaggio della CO2. Il Sulcis non può privarsi di questa opportunità. Chiederemo al Governo l’applicazione della Legge 99 del 2009, che prevede la realizzazione di una centrale termoelettrica basata sulle tecnologie CCS (Carbon Capture and Storage)”, dice Cappellacci. “E’ nostro compito convincere il Ministero del fatto che l’investimento è garanzia di innovazione, sviluppo e occupazione per il territorio”.

Il ministero non si lascerà convincere, è chiaro. E le nostre classi dirigenti daranno la colpa del loro fallimento a qualcun altro. E su questo scarico di responsabilità qualcuno sta già costruendo la sua prossima campagna elettorale. Funziona così in Sardegna.

La vicenda Carbosulcis si intreccia con quella dell’Alcoa, la cui crisi però è di natura completamente diversa. Dopo la fine della stagione delle partecipazioni statali, le imprese di Portovesme sono passate ai privati. Il polo dell’alluminio è stato per anni strategico, poi è arrivata la crisi. Da almeno due anni si sa bene che Alcoa prima o poi avrebbe lasciato l’isola. Ora si cerca affannosamente un acquirente, che però dovrebbe accollarsi una fabbrica che almeno per i prossimi tre anni sarà in perdita. Perché il mercato dell’alluminio è mondiale e l’ingresso dei cinesi ha sconvolto gli equilibri. La politica sarda ora si appella al governo, ma i buoi ormai sono scappati. Non è questo governo che doveva affrontare il problema, ma quello Berlusconi. Lo ha fatto? Evidentemente no.

Adesso è troppo tardi: per tutto. La Carbosulcis non ha speranza, l’Alcoa ancor meno. E quindi che si fa? In attesa di farce venire un’idea geniale, diamo la colpa a qualcun altro. Funziona sempre. In realtà, le responsabilità delle nostre classi dirigenti sono enormi.

La prima. Questa crisi ricorda altre crisi del passato. Ad una di queste (quella degli anni ’90) si rispose con l’unico progetto serio che finora ha interessato il Sulcis-Iglesiente: quello del Parco Geominerario. L’idea era giusta, perché in altre zone d’Europa le miniere sono state riconvertite ad un uso culturale e turistico. In Sardegna invece questo parco è stato massacrato dalla politica. Dopo averne riconosciuto le finalità e gli obiettivi, l’Unesco ora minaccia di togliere il suo patrocinio ad una iniziativa fallita perché lottizzata dalla politica. Il problema non è che l’Alcoa e la Carbosulcis stanno chiudendo e che il governo nazionale non dà risposte, ma che l’unica alternativa seria alla chiusura delle miniere è stata affossata dalla politica stessa.

La seconda responsabilità, dunque: la politica. Non si può dire che questa zona della Sardegna non abbia avuto negli ultimi vent’anni i suoi rappresentanti nelle istituzioni. Il presidente Cappellacci si vanta di avere origini iglesienti, di Iglesias è il deputato Pdl ed ex presidente della Regione, Mauro Pili. Di Carbonia è la presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo, di Iglesias è il potentissimo padrone dell’Udc, Giorgio Oppi. E a sinistra, ci vogliamo dimenticare di Tore Cherchi e di Antonello Cabras?

I politici sulcitani hanno avuto in questi anni costanti e qualificatissimi rapporti con il livello nazionale dei loro partiti. Rapporti che però sono serviti (nella stragrande maggioranza dei casi) a rafforzare le loro posizioni clientelari, non certo a dare una prospettiva nuova al territorio di cui sono espressione.

Ieri minatori hanno occupato Nuraxi Figus. Proprio come vent’anni fa. Solo che nel frattempo sono passati vent’anni, e adesso il tempo è finito. Amen.

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Posted in: Politica, Sardegna