Io sto con i minatori, ma non con la miniera. La Sardegna chiuda definitivamente con il carbone: perché il vero sviluppo sta altrove

Posted on 29 agosto 2012

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(Donne in miniera: la foto è di Doriana Goracci)

 

Con suprema ipocrisia, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affermato: “Io sto con i minatori”. Dichiarazione generica, capace solo di assecondare l’aspetto emotivo della vicenda, ma che non dice nulla e non spiega niente di ciò che sta succedendo e di quanto ancora dovrà accadere dalle parti di Nuraxi Figus. Perché il punto non è se stare con i minatori o meno, ma se la miniera può essere ancora un posto di lavoro credibile nella Sardegna del 2012. Questa è la domanda.

Emotività e razionalità si confrontano in un gioco impari, perché i protagonisti di qualunque vicenda ormai conoscono bene i meccanismi perversi dell’informazione: un gesto disperato vale più di qualsiasi ragionamento. Però ragionare è necessario.

Nel caso Sulcis pochi hanno la coscienza a posto. La politica non ha governato nulla, se non in funzione delle strepitose carriere dei vari Pili, Oppi, Cabras, Lombardo. O di gente sconosciuta come Antonello Mereu. Non sapete chi è? Strano: perché un è deputato sulcitano giunto già alla sua terza legislatura.

I partiti non hanno fatto alcun programma che garantisse un futuro certo al territorio. Sul Sole 24 Ore di oggi il ministro dell’Ambiente Clini ha ricordato come già nel 1995 fosse chiaro che “era molto difficile continuare a sostenere nel Sulcis uno sviluppo industriale basato sul carbone e in particolare su quel carbone, che aveva un contenuto di zolfo altissimo”. 1995 dunque: politica e sindacati ci prendono in giro da diciotto anni e in questi giorni continuano, come se niente fosse. Quando finirà questa farsa?

Di che parla dunque Napolitano quanto esprime la sua solidarietà ai minatori? Ci vuole forse dire che il progetto che loro caldeggiano (e che costerebbe la bellezza di un miliardo e mezzo di euro di soldi pubblici) va sostenuto? Oppure che, in ogni caso, anche se Nuraxi Figus dovesse chiudere, i lavoratori hanno diritto ad avere un’altra opportunità?

La domanda non è banale. Perché io sto sicuramente con i minatori, ma non con la miniera. Perché le contraddizioni del progetto che loro sostengono sono tali e tante (leggetevi “Piani cattura Co2, i dubbi dell’Ue”“Tra Cagliari, Roma e Bruxelles, sfide e pasticci”, pubblicati dalla Nuova Sardegna) che mi sento di dire che assecondare le richieste dei minatori asserragliati a Nuraxi Figus sarebbe sbagliato. La politica deve invece assicurare loro un posto di lavoro alternativo alla miniera. Ma perché in questi anni non ha creato le condizioni perché questo avvenisse? Perché ha continuato, e continua, a proporre ricette impossibili? Risposta semplice ma che rischia anche di essere qualunquista: perché la Carbosulcis ha assicurato a tanti carriere politiche e sindacali, e disfarsene non conveniva.

Anche l’economista Giulio Sapelli (uno che peraltro conosce bene il sistema industriale sardo e non può essere tacciato di complicità con i grandi potentati) sul Corriere della Sera ha detto chiaramente come stanno le cose (purtroppo in un pezzo dal titolo assolutamente fuorviante: “Ecco perché hanno ragione quegli operai coraggiosi”):

“Il piano sino a oggi elaborato per salvare la miniera di Nuraxi Figus non è praticabile per gli alti costi e per le sue immense difficoltà tecniche. (…)Il rischio di ricadere in un nuovo disastro occupazionale ed economico è elevatissimo. (…) Un’alternativa più praticabile esiste ed è quella percorsa in Europa in tutte le aree ad antichissimo insediamento carbonifero: la trasformazione dei siti in complessi culturali ed espositivi secondo i canoni dell’archeologia industriale, disciplina in cui noi italiani siamo maestri. La riconversione è generalmente riuscita. L’occupazione salvaguardata attraverso l’azione formativa”.

Questo è il vero futuro: la cultura e uno sviluppo industriale diverso. Il carbone è morto, ed è strategico solo per le carriere di chi ha gestito il consenso in quella zona della Sardegna.

Ma in questa vertenza l’emotività sta battendo la razionalità. Succede sempre così, per ogni cosa. Anche la vicenda grottesca che vede protagonista il Cagliari Calcio percorre gli stessi assurdi binari. Dopo lunghi anni di latenza, un problema esplode improvvisamente e richiede di essere risolto in pochi giorni. I lavoratori protestano e  minacciano sfracelli, i politici si mobilitano, tutti gridano e pochi ragionano. Tutti gli interlocutori vengono messi in un angolo, ogni questione diventa di vita o di morte.

Tutto questo succede quando il tempo delle scelte consapevoli è già passato. Irrimediabilmente.

In questi vent’anni qualcuno avrebbe dovuto immaginare un futuro industriale alternativo alla miniera: non è stato fatto. Ma non si può rimediare ad un errore con un altro errore. L’era del carbone è finita. Qualcuno abbia il coraggio di dirlo ai minatori. Che vorrei stringere forte, uno ad uno.

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