Anche Gigi Riva lo ha capito: “La Sardegna è senza speranza”. Perché senza una classe dirigente credibile, nessun progetto di rilancio è credibile

Posted on 1 settembre 2012

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Non ce la fanno, non ce la fanno proprio. Non ce la fanno a dire la verità i nostri politici, a dire che il progetto integrato carbone Co2 non ha speranze, che è troppo costoso e poco convincente, che il governo non lo sostiene (e l’Enel nemmeno), mentre settori sempre più larghi della società sarda comprendono che il futuro del Sulcis e della Sardegna non è nelle miniere. Non ce la fanno. Dire la verità è un peccato mortale per i politici, sia di destra che di sinistra. Meglio prendere tempo, allora.

Non a caso, l’unico risultato degli incontri romani è stato questo: un altro anno di tempo per mettere a punto il fantomatico progetto chiamato a salvare le sorti del carbone Sulcis. Tutto qui. Un anno durante il quale forse i minatori staranno buoni e qualcosa ci si inventerà. Magari a fine 2013 si strapperanno altri dodici mesi, e così 200 minatori potranno andarsene serenamente in pensione.

In mezzo poi ci sarà la campagna elettorale nazionale, le fanfaronate si sprecheranno. Le ricette di destra e sinistra sono le stesse. E perfino Grillo (il nuovo che avanza ma che ci fa arretrare tutti quanti) sul suo blog non è saputo andare oltre due banali parole di circostanza.

Ma qui non c’è progetto di sviluppo credibile senza una classe politica credibile. Lo hanno detto bene Francesco Pigliaru e Alessandro Lanza l’altro giorno sulla Nuova Sardegna:

“La vera emergenza per il Sulcis non è una fabbrica che va via o una miniera che chiude. È invece una qualità delle istituzioni che oggi non dà garanzie sufficienti a coloro che devono affrontare le profonde e anche dolorose (socialmente ed economicamente) trasformazioni necessarie per raggiungere una nuova sicurezza economica”.

Dov’è dunque la nuova classe dirigente sarda che deve guidare la Sardegna verso un futuro diverso e migliore? Dove sceglieranno i partiti i prossimi consiglieri regionali e i prossimi parlamentari? E le università? Come stanno selezionando i loro professori? E i giornali? Chi fa carriera nei nostri quotidiani? Chi orienta le opinioni parlando dalle prime pagine o dai telegiornali?

Il Sulcis intanto continua ad essere nelle mani di Giorgio Oppi, Ugo Cappellacci, Claudia Lombardo, Mauro Pili, Tore Cherchi ed Antonello Cabras. Sono loro che in questo anno dovrebbero preparare un nuovo progetto di sviluppo, condividerlo con le parti sociali, sostenerlo politicamente a livello nazionale. Vi sembra una prospettiva credibile? Il Sulcis vuole ancora affidarsi a loro?

Nel frattempo, continuiamo a prenderci in giro. Giorgio Macciotta sulla Nuova Sardegna di oggi ripropone la ricetta del Piano di Rinascita che fu. Uno straordinario momento di crescita per la Sardegna, “andato in crisi per la mancata verticalizzazione e per una nuova divisione internazionale del lavoro cui l’Italia (non la sola Sardegna) ha risposto in ritardo e in modo inadeguato”. Cioè? Di chi è la colpa? Di chi le responsabilità?

Ce lo dice Gigi Riva di chi è la colpa. Sì proprio lui, il calciatore. Che sul Fatto Quotidiano, in una intervista di estrema efficacia (dal titolo “Sardi fregati e disperati, non c’è via d’uscita”), spiega con parole semplici ciò che neanche Macciotta proprio riesce a dire:

“La crisi è una cosa che nasce da lontano, da quando c’era la cosiddetta ‘Rinascita della Sardegna’ (il Piano di rinascita è del 1962, ndr) e hanno regalato soldi a questo e quell’altro: gente che veniva qui portandosi dietro macchinari usati e facendoseli pagare per nuovi. E adesso si vedono i risultati (..) Questa gente, ai tempi della rinascita, è stata presa per il culo mentre si regalavano miliardi a imprenditori del continente e stranieri”.

Chi le dice queste cose, chi le spiega alla gente normale? Nessuno.

Ha ragione Riva: alla domanda “E la stampa? Come si occupa della Sardegna?”, ha risposto: “
I giornali benestanti mettono la notizia, dicono che c’è la crisi, ma non la spiegano, non la trattano. Non ne hanno bisogno”.

E più chiaro e più giusto di così non poteva essere.

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