Ecco perché le miniere del Sulcis sono destinate alla chiusura. Ma l’insipienza della nostra classe politica non può essere un pretesto del governo per affossare la Sardegna

Posted on 2 settembre 2012

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Le miniere di carbone del Sulcis non sono salve, manco per idea. I titoli dei giornali strillano questo, ma le cronache raccontano ben altro. Ci dicono cioè che il governo Monti, dopo avere chiaramente espresso la sua contrarietà al progetto di gassificazione del minerale e di stoccaggio delle scorie perché troppo oneroso (un miliardo e mezzo di euro di fondi statali e comunitari), ha chiesto alla Regione Sardegna di rivedere radicalmente i suoi piani, e di farlo in appena quattro settimane. Non in un anno (come inizialmente si era creduto), ma in un mese.

Questo termine viene confermato da Ugo Cappellacci, in una intervista resa oggi all’Unione Sarda, il cui titolo è (appunto), “Nuovo piano in un mese”. “Ridurremo un po’ il progetto, per pesare meno sulle bollette”, dice con nonchalance il presidente della Regione.

Prima considerazione: riuscirà Cappellacci a fare in trenta giorni quello che non ha voluto fare per anni, cioè presentare un progetto credibile e in grado di superare le perplessità avanzate a più riprese dall’Unione Europea? Io penso di no, e dopo vi dirò il perché.

Seconda considerazione: se i minatori non avessero occupato le gallerie, la Regione avrebbe continuato a puntare su di un progetto totalmente perdente. La mobilitazione ha costretto la dunque Regione ad aprire gli occhi. Il fatto che la Regione debba oggi riscrivere un progetto di questa portata, certifica clamorosamente il suo fallimento e quello di tutto il management della Carbosulcis e della Sotacarbo.

Trenta giorni per salvare la miniera, dunque. Ma in che modo? Torniamo a Cappellacci: “Ridurremo un po’ il progetto, per pesare meno sulle bollette”.

Quanto pesasse il progetto rigettato dal Governo (perché non in linea con le indicazioni richieste dall’Unione Europea, senza il cui sostegno economico l’iniziativa non potrebbe essere avviata) ce lo racconta la Nuova Sardegna di oggi, nel pezzo a pagina 2 “Carbosulcis, si aspetta un nuovo piano”, a firma di Giuseppe Centore: “65 milioni per la miniera, 965 per la centrale e 534 per la sezione della cattura e stoccaggio della Co2”. Totale 1,564 miliardi di euro. Che sarebbero stati pagati dalle bollette degli italiani o botte da 200 milioni all’anno per otto anni.

Ma la Nuova ci dice qualcosa di più importante. Perché non basterà, come afferma Cappellacci, “ridurre il progetto per pesare meno sulle bollette”. No, ed ecco il motivo:

“Risulta alla Nuova che gli uffici del ministero non stiano pensando a una proroga per il bando di gara definita nel tempo, un anno, come le altre due, ma solo per il tempo necessario alla definizione del nuovo progetto, le cui caratteristiche dovranno essere profondamente riviste. Non un “restyling” come si augurava sino a ieri il presidente della Sotacarbo (e direttore generale della Carbosulcis) Mario Porcu, con una cura dimagrante del vecchio progetto che riducesse di un terzo i costi, ma un vero e proprio cambio di passo, un altro progetto, con altre caratteristiche, e soprattutto con una diversa filosofia, che stacchi la centrale dalla miniera e non obblighi il costruttore della centrale ad acquistare per contratto una elevata parte della materia prima dalla Carbosulcis”.

Eccolo qua, il punto. Ecco il motivo per il quale il progetto di gassificazione e stoccaggio è praticamente inattuabile. Non perché sia troppo oneroso o tecnologicamente impossibile da realizzare. Sotto questo aspetto anzi, potrebbe anche essere una sfida da cogliere, come spiega bene su chicagoblog il fisico Angelo Spena in un post dal titolo “Il Sulcis paradigma e sfida se l’Italia vuole fare sistema”. Sarebbe, se non ci ritroviamo questa classe dirigente isolana (ma non ditelo al direttore dell’Unione Sarda, Paolo Figus: per lui “lo Stato centrale è l’unico responsabile”).

Il motivo vero per cui il progetto molto probabilmente non riuscirà ad avere il via libera dall’Ue è che le norme comunitarie non possono consentire che la nuova centrale venga alimentata solo ed esclusivamente dal carbone del Sulcis. Come ci ricorda sempre la Nuova, è stata proprio l’Unione Europea, poco più di un mese fa, ad avvertire la Regione che un progetto che prevedeva l’acquisto del carbone in gran parte dalla miniera sarda non sarebbe stato accettato perché lesivo delle norme sulla concorrenza.

Peccato però che il progetto sia stato pensato solo e solamente in funzione della sopravvivenza della miniera! La gassificazione è una scusa, un pretesto per rendere appetibile un minerale di bassissima qualità, quale è quello estratto a Nuraxi Figus. Se il carbone sardo non fosse più zolfo che altro, la miniera sarebbe in attivo e potrebbe esportare in tutto il mondo.

Invece no. Guardate: questa è la relazione Carbosulcis per il 2012: la società guadagna più dallo stoccaggio dei reflui che non dalla vendite del minerale. Incredibile, vero?

Non solo: posto e non concesso che Cappellacci riuscisse in un solo mese a presentare un nuovo e innovativo progetto, poi ci sarebbe da fare i conti con la gara internazionale a cui saranno chiamate a partecipare le imprese private che dovranno materialmente realizzarlo. E se alla fine non si dovesse presentare nessuno, che si fa?

Insomma, il carbone del Sulcis non lo vuole nessuno, né si può costringere l’Enel a continuare a comprarlo, né si può pretendere dall’Enel di credere in un progetto in cui in realtà pochissimi hanno fiducia.

Non solo: il sottosegretario De Vincenti è stato chiaro oggi sull’Unione Sarda: “Non è mai esistita e non esiste una scadenza per la vita della miniera”. E il motivo è molto semplice: la miniera è di proprietà al cento per cento della Regione, non è dello Stato. Quello di fare credere che il futuro dei minatori dipendesse dal governo è stato solo un artifizio mediatico.

La miniera presto dovrà finalmente essere privatizzata. Peccato che molto probabilmente nessuno la vorrà comprare. E questo non per colpa né di Clini, né di Monti, né di Cappellacci, ma del minerale stesso estratto da Nuraxi Figus: “zolfo con un po’ di carbone, e non carbone con un po’ di zolfo”, come ha scritto bene Roberto Bolognesi.

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E dunque che si fa?

In un suo editoriale, Nicola Porro del Giornale sintetizza efficacemente un sentimento comune a tanti. Scrive Porro:

“Il governo Monti, come quelli che lo hanno preceduto, è davanti ad un bivio: o salva la miniera del Sulcis o salva l’economia italiana. È inutile girarci intorno. La questione va oltre i minatori sardi, che sono ottimi e onesti lavoratori, per i quali si deve trovare una soluzione. Il punto è che si deve una volta per tutte dire che la presa per i fondelli non può continuare. Ha senso salvare 460 posti di lavoro scaricando sulla bolletta elettrica una mini-tassa di 250 milioni all’anno, spalmata su tutti gli italiani?”.

Domanda suggestiva, non c’è che dire. Ma concentriamoci sul titolo dell’editoriale: “O salviamo il Sulcis o salviamo l’economia”. Cioè, in altri termini: “Se muore il Sulcis, si salva l’economia italiana”. Ed è esattamente il progetto del governo Monti: abbandonare al loro destino le are più deboli del paese per salvare le aree forti.

Sulla Tirrenia il governo ha fatto così: ha preferito favorire Onorato piuttosto che garantire i diritti dei sardi alla mobilità; sulla chimica ha fatto la stessa cosa: ha preferito subire il diktat dell’Eni piuttosto che salvaguardare le produzioni di Porto Torres. Ora sta facendo così anche per il carbone, solo che stavolta questa strategia è resa più accettabile dalla pochezza della nostra classe dirigente, incapace di presentare un piano serio per il futuro del Sulcis.

Sostenendo ad oltranza un progetto ormai irrealizzabile, Cappellacci, Pili e compagnia cantante stanno infatti facendo solamente il gioco di Monti: dimostrare che il disastro isolano è causato solo da una classe dirigente locale inadeguata, “e peggio per i sardi se hanno votato gente così”.

Peggio per noi, certamente: ma ciò non giustifica l’atteggiamento del governo centrale. Come ho scritto qualche giorno fa, chiudere le miniere non significa abbandonare i minatori. Il Sulcis non può perdere dall’oggi al domani 500 posti di lavoro: non può. E se la nostra classe dirigente non è in grado di immaginare a breve un piano credibile, questo lo deve fare il governo romano. Monti, Passera e Clini non possono nascondersi dietro un dito.

Invece l’impressione è che ancora una volta le aree periferiche saranno abbandonate al loro destino. Perché, come dice bene l’organo della destra conservatrice italiana, “Se muore il Sulcis (cioè la Sardegna), si salva l’economia italiana”.

Ecco perché bisogna usare tutte le nostre forze per pretendere piani credibili in grado di creare lavoro vero e duraturo, per pretendere una politica che non affondi le aree depresse, per creare una nuova classe dirigente isolana capace e responsabile: non per le miniere.

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Posted in: Politica, Sardegna