Cultura a Cagliari: il centrosinistra inizia a pensare con la sua testa. Ma un regolamento non fa primavera

Posted on 30 settembre 2012

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Un regolamento non fa primavera, ma finalmente la nuova amministrazione comunale di Cagliari si confronta concretamente con le tematiche della cultura in maniera organica. E soprattutto propone qualcosa di nuovo, laddove le prime mosse erano apparse in linea con quanto già visto (e subìto) in precedenza.

L’ho già detto e lo ripeto: in molti ambiti dell’amministrazione Zedda la discontinuità con il centrodestra è stata evidente; nella cultura, invece, la continuità con l’impostazione precedente è stata disarmante. Ora con questo nuovo regolamento per l’assegnazione dei contributi comunali, il centrosinistra fa di testa sua: finalmente.

Il documento è molto complesso e merita di essere analizzato con grande attenzione prima di dare giudizi che rischiano di essere sbagliati (in un senso o nell’altro). Molto pragmaticamente, io avanzo una proposta molto terra terra, anzi due.

La prima è quella di chiedere agli operatori un parere qualificato. Già in occasione del Piano Comunale per la Cultura, la commissione consiliare e l’assessorato avevano sollecitato le associazioni e i gruppi ad inviare le loro osservazioni. Penso che a maggior ragione lo si dovrebbe fare stavolta, vista la complessità del documento. Nessuno meglio degli operatori può aiutare l’amministrazione a varare il miglior regolamento possibile.

La seconda proposta è di fare una simulazione sulla base delle richieste giunte al Comune nell’ultimo anno e sulla base delle risorse stanziate per il 2012. Perché le simulazioni servono sempre e più di tante parole fanno comprendere dove il regolamento può presentare delle criticità.

Anche perché non è la prima volta che il centrosinistra affronta in questo modo il tema dei fondi alla cultura. Nel suo primo anno di attività, la Giunta Soru varò il sistema delle premialità. Il risultato fu tale che però, alla fine dei conti, alcune manifestazioni di grande valore si trovarono incredibilmente con decine di migliaia di euro in meno rispetto all’anno precedente. La situazione fu sanata in maniera ovvia: Soru attinse al fondo della pubblicità istituzionale e salvò capra e cavoli. Ma in questo modo svelò anche la contraddittorietà del nuovo sistema utilizzato.

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Questo rischio di varare un regolamento slegato dalla realtà lo corre anche la Giunta Zedda se non àncora il documento a due certezze che ancora mancano: una visione della cultura a Cagliari e la questione delle risorse.

Partiamo da quest’ultima. Se negli anni prossimi la Giunta Zedda destinerà alla cultura la miseria stanziata quest’anno (cioè meno di 400 mila euro), anche il migliore regolamento del mondo servirà a poco. Il primo problema della cultura a Cagliari è che le risorse a disposizione sono clamorosamente inadeguate. Mille euro sono sempre mille euro, sia col vecchio che col nuovo regolamento.

L’amministrazione Zedda deve dunque considerevolmente aumentare le risorse a disposizione: secondo me, ragionevolmente servono tra i 700 mila e il milione di euro. Altrimenti, ripeto, il nuovo regolamento è solo un inutile esercizio di stile.

La seconda questione invece è più complessa e riguarda la visione della cultura che questa nuova amministrazione ha (o dovrebbe avere).

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Nel regolamento si legge che sarà la giunta a decidere ogni anno come ripartire le risorse nelle quattro macro aree individuate (Arti performative; Arti visive, grafiche, artigianato artistico; Attività letterarie e laboratoriali; Attività culturali diverse).

Ora, sulla base di quali criteri, conoscenze e competenze la giunta Zedda deciderà che alle arti performative andrà il tot per cento anziché il tot meno uno? Qual è il documento nel quale questa amministrazione di centrosinistra fotografa l’esistente e immagina il futuro? Questo documento al momento non c’è, non esiste.

Perché il Piano Comunale della Cultura è tutto tranne quello che dice di essere. Il Piano riguarda solo l’utilizzo degli stabili di proprietà comunale destinati alla cultura e allo spettacolo, niente di più.

A questa amministrazione serve invece, ora più che mai, una fotografia chiara e precisa dell’attività di cultura e spettacolo portata avanti a Cagliari quanto meno negli ultimi cinque/dieci anni. Per prendere decisioni consapevoli serve capire quante risorse sono arrivate, da dove e a chi sono state erogate. Serve capire quali spazi sono stati utilizzati, quanti posti di lavoro sono stati creati, quale fatturato è stato prodotto. Perché solo sulla base di questi dati si possono spendere le poche risorse a disposizione nel migliore modo possibile.

La Giunta Zedda avrebbe dovuto lavorare da subito alla predisposizione di questa analisi: invece ha perso un anno e mezzo di tempo.

Senza dati oggettivi, anche la Giunta Zedda sarà condannata ad operare come le altre giunte che abbiamo visto: cioè senza bussola. Dovrà muoversi senza riferimenti, di nessun genere. Anzi, il centrodestra di Floris alcune vaghe linee guida ce le aveva pure: grandi eventi, lotta alle piccole associazioni, attenzione alle avanguardie artistiche del Novecento. E gli assessori del centrodestra (Filippini e Pellegrini) avevano un rapporto con gli operatori, peraltro nato prima che entrassero in giunta. Puggioni e Ghirra non possono vantare nemmeno questa conoscenza pregressa.

A monte del regolamento ci deve essere dunque una visione della cultura in città che nasce, secondo me, da una fotografia chiara e precisa della situazione che deve essere condivisa da tutto il centrosinistra.

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Una visione di questo genere la sollecita anche il consigliere comunale del Pd (e componente della Commissione Cultura) Fabrizio Rodin, che nel suo blog (in un post dal titolo “Contributi alla cultura, una riflessione ed una richiesta”) scrive chiaramente:

“Per me, prima di utilizzare lo strumento dei regolamenti per distribuire i fondi, devono essere fatte delle scelte vincolanti precise. (…) Dire “noi siamo diversi perché agiamo secondo le regole e con trasparenza” a mio avviso non può bastare. Legalità e trasparenza sono dei pre-requisiti che devono essere patrimonio di tutti, al di là del loro colore politico e non delle finalità della azione politica”.

Basta dire “Noi non rubiamo?”. Evidentemente no. Dove sono dunque queste scelte di fondo in grado di orientare la politica culturale? Dove sono?

Serve una visione che tenga conto di ciò che c’è e di ciò che si vorrebbe. Infatti uno dei limiti più evidenti del regolamento è che non sembra tener conto di ciò che a Cagliari già si porta avanti da anni. È un documento che pretende di calarsi in una realtà neutra, come se in città non ci fossero (cito a memoria), una fondazione lirica, due teatri stabili, diverse compagnie teatrali riconosciute dal ministero, rassegne musicali di grande livello, centri d’arte, festival letterari di importanza nazionale.

Realtà che esistono e che continueranno ad esistere, anche se (come è capitato quest’anno) dovessero ricevere dal Comune poco più di una elemosina. Perché ad oggi il Comune di Cagliari finanzia solo in minima parte l’attività culturale che si svolge nel suo territorio. Perché a pagarla è soprattutto la Regione.

Con questo regolamento l’amministrazione Zedda rischia di fare lo stesso tragico errore di prospettiva fatto con il Piano Comunale per la Cultura. Con il Piano infatti si prendevano in considerazione solo gli edifici di proprietà del Comune: peccato che la cultura in città si faccia anche in spazi privati o di altri enti.

Allo stesso modo, con questo regolamento il Comune rischia di ignorare che molte realtà sono già fortemente sostenute da altre istituzioni (Regione e ministero soprattutto). Ad una struttura riconosciuta dal ministero o con un budget consistente, deve essere riconosciuto un sostegno adeguato, altrimenti le risorse stanziate per quella iniziativa sono di fatto buttate.

È quello che ha detto pubblicamente all’assessore Puggioni, Antonio Cabiddu del Cedac, la struttura che paradossalmente ha beneficiato più di tutte le altre dei recenti contributi comunali. La stagione di prosa del Massimo ha un bilancio di 526 mila euro, e in virtù di questo budget si aspettava ragionevolmente che il Comune contribuisse con 100 mila euro. E invece ne sono arrivati trentamila. Cioè, una miseria.

Certo so bene che una amministrazione non può limitarsi a finanziare sempre e soltanto “l’esistente”. Infatti il regolamento non mi sembra che chiarisca uno dei punti nodali della distribuzione delle risorse: cioè, come conciliare il sostegno ad attività consolidate con quello a realtà emergenti. Ma senza una visione complessiva, l’unica via d’uscita è credere di essere ad una sorta di “anno zero”, quando in realtà non è così.

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Rodin continua dicendo che

“Alcuni amici mi hanno fatto riflettere sul pericolo di cadere in un nuovo Min.Cul.Pop. e non mi sfugge che questo possa essere l’altra faccia della medaglia”.

Ma tra il Minculpop e il nulla ci possono essere dei punti intermedi. Non è pensabile che la giunta decida di ripartire i fondi senza condividere con nessuno i criteri che utilizzerà, per poi dare tutto in mano ad una commissione composta dal dirigente del servizio, da un dipendente comunale e da un fantomatico esperto esterno!

Questo è, a mio avviso, il limite più evidente e intollerabile del nuovo regolamento. La giunta non può scaricare interamente sulla struttura la decisione finale sulla ripartizione dei fondi. È l’assessore che si deve assumere questa responsabilità, magari utilizzando lo stesso schema e gli stessi criteri indicati. Ma alla fine deve essere chiaro che la responsabilità è dell’assessore in persona, e non di un dirigente, un dipendente e di un esperto esterno che applicano una formula algebrica. Questa fuga dalla responsabilità (e quindi dalla politica) è intollerabile.

Peraltro, la composizione della commissione non mette certo al riparo da eventuali sorprese, come la recente esperienza del centrodestra dimostra (o vi siete già dimenticati di Ada Lai?).

Però mi rendo conto che in questo modo, furbescamente, davanti ad eventuali contestazioni e proteste, il sindaco potrebbe dire: “Le risorse sono state ripartite da una commissione non politica che ha applicato criteri oggettivi”. Peccato che però a fine mandato i cittadini debbano dare un giudizio sulla giunta e sugli assessori, non sui dirigenti e su formule algebriche.

Per questo io voglio che la Puggioni ci metta la faccia, che sia lei ad assumersi la responsabilità finale delle scelte operate dall’amministrazione. Altrimenti, come dice giustamente Gianluca Floris, aboliamo l’assessorato alla Cultura, diamo tutto in mano ad un dirigente e così facendo risparmiamo perfino un po’ di soldi.

Avrei anche altre osservazioni da fare sul nuovo regolamento ma sono eccessivamente tecniche e non vorrei stancare i lettori poco avvezzi a trattare argomenti come questo: non mancherò di dare il mio contributo più puntuale nelle sedi opportune o in un altro post.

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Una cosa è certa: da qui a fine anno si vedrà la bontà dell’impostazione data dall’amministrazione Zedda al tema della cultura. Ora si vedrà come questo regolamento verrà approvato; si vedrà che fine farà l’arena grandi eventi, nata con l’obiettivo di offrire alla città uno spazio tutto l’anno e che quest’inverno ospiterà sicuramente non si sa bene quali concerti; si vedrà quale risposta avranno i bandi per la gestione degli spazi comunali (e la scadenza è già stata prorogata di un mese); si vedrà chi sarà il nuovo soprintendente del Teatro Lirico di Cagliari (e il nome che circola in queste ore non riscuote il gradimento dei sindacati).

Quattro partite per il momento ancora tutte aperte. E dall’esito fortemente incerto.

 

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