Bilinguismo subito! Perché la lingua sarda è la più importante infrastruttura immateriale che abbiamo. Vendola, Renzi e Bersani cosa ne pensano?

Posted on 19 ottobre 2012

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L’avete vista la cartina? L’avete vista bene? L’ho fotografata oggi in un ufficio della Regione e sono rimasto senza parole. Perché a furia di sentir dire da anni che nella nostra isola ci sono tanti tipi di Sardo quanti sono i paesi (anzi di più, perché da qualche parte ci sono perfino differenze tra quartiere e quartiere!) è stato uno choc invece comprendere che la lingua sarda è una e una sola, e che è parlata in quasi tutta l’isola, eccezion fatta per le isole linguistiche (quelle sì) composte dal Gallurese, dal Sassarese, dal Catalano e dal Tabarchino.

In realtà, che il Sardo fosse uno solo lo sapevo già grazie agli interventi di Roberto Bolognesi, che da tempo ci spiega come le differenze tra le diverse varianti siano in realtà minime, e che nulla impedisce a un buon conoscitore della variante meridionale (volgarmente detta “campidanese”) di comprendere perfettamente la variante settentrionale (volgarmente detta “logudorese”). Perché la lingua sarda, appunto, esiste e non è un’invenzione. E infatti la cartina riposta dunque in maniera chiara quanto stabilito dalla legge nazionale 482 sulle minoranze linguistiche.

Perché allora sono rimasto sorpreso? Perché io la Sardegna così unita non l’avevo mai vista. E ad unirla è proprio la nostra lingua. Sapere che il Sardo che si parla a Cagliari è lo stesso che si parla a Nuoro, ad Oristano, a Lanusei e ad Iglesias scardina una serie di luoghi comuni sui quali le classi dirigenti “eterodirette” da Roma (come diceva Francesco Masala) hanno campato per decenni, fomentando ad arte divisioni e contrapposizioni.

Quei feudi di cui ci siamo liberati tanti anni fa sono purtroppo rinati, modellati non su interessi economici ma su confini linguistici, ad uso e consumo di classi dirigenti incapaci di gestire processi complessi.

Invece oggi la Sardegna ha bisogno di essere governata unitariamente, e per questo è necessario pensarla come un’entità legata da elementi comuni. La lingua è l’elemento più potente che potrebbe unire i sardi fra loro.

Non ci credete?

La Sardegna ha la necessità storica di colmare il divario infrastrutturale che la divide dalle regioni più sviluppate. Servono strade, porti, aeroporti e reti di distribuzione dell’energia e della conoscenza digitale.

Ma esistono anche le infrastrutture immateriali. La lingua sarda è la più grande e importante infrastruttura immateriale che abbiamo e che ci servirà per uscire da questa crisi di senso nella quale ci troviamo.

L’introduzione del bilinguismo in Sardegna risolverebbe a cascata tutta una serie di problemi di cui noi oggi non riusciamo a individuare neanche la causa. Come quando si ha una strana febbre e i medici si sforzano di capire da che cosa dipenda.

Il bilinguismo non sarebbe certamente la soluzione per tutti i nostri mali, ma aumenterebbe la coesione sociale, aiuterebbe i sardi ad avere maggiore coscienza di sé, collocandoli finalmente in un contesto culturale nuovo e moderno, assolutamente in linea con quella prospettiva europea nella quale tutti noi non solo vorremmo essere, ma nella quale vorremmo anche avere un ruolo da protagonisti. Invece per unire l’Italia hanno spaccato la Sardegna.

Dov’è ora la Sardegna? Cosa pensa di sé? Siamo tornati ad essere un’appendice dell’Italia, snobbati dallo Stato, senza peso demografico né economico, dunque incapaci di incidere politicamente.  Ma non esiste egemonia politica senza egemonia culturale.

La Sardegna ha una sua cultura, ha una sua lingua. Il bilinguismo, più di qualunque realizzazione infrastrutturale materiale, cambierebbe il corso della nostra storia.

E dunque, siccome siamo già in piena campagna elettorale per le prossime consultazioni politiche di marzo, io la domanda la voglio porre in maniera chiara a voi, cari lettori di questo blog.

In che misura l’introduzione del bilinguismo in Sardegna (in modi e forme né traumatiche né spericolate, ma mutuate da esperienze già riuscite nel resto dell’Europa) dovrà essere uno dei punti programmatici degli schieramenti in campo? E cosa ne pensano del bilinguismo i sostenitori dei candidati alle primarie del centrosinistra che dai prossimi giorni saranno in visita in Sardegna?

Perché è evidente che il bilinguismo è anche una metafora: la soluzione dei problemi della Sardegna passa esclusivamente per la soluzione dei problemi dell’Italia, o noi veramente godiamo non a caso di uno status di regione a statuto speciale che obbliga lo stato italiano ad affrontare la “questione sarda” in modi e forme diverse?

Nichi Vendola, Matteo Renzi, Pierluigi Bersani e i loro sostenitori questo ce lo devono dire con estrema chiarezza.

Post scriptum
È evidente che se il Sardo è uno solo, non accetto provocazioni della serie “ma quale Sardo insegniamo o utilizziamo?”.

 

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