“Bellas mariposas” che non spiccano il volo. Perché Mereu doveva puntare tutto sulla lingua, non sulla storia tratta dal racconto di Atzeni

Posted on 28 ottobre 2012

44


Dei tre film finora girati da Salvatore Mereu, “Bellas mariposas” è sicuramente quello meno riuscito. Perché non ha la né sapienza cinematografica di “Ballo a tre passi” né il coraggio di “Sonetaula”. La pellicola d’esordio era articolata in quattro parti, sostanzialmente altrettanti corti che il regista riusciva bene a governare, alternando stili e suggestioni. Il secondo film si reggeva tutto sulla potenza evocativa della lingua sarda, coraggiosamente utilizzata al posto di quella italiana (lingua in cui Giuseppe Fiori aveva scritto il suo romanzo). In “Bellas mariposas” invece Mereu si smarrisce per le strade di Cagliari. La leggerezza del racconto di Sergio Atzeni quasi evapora, e alla fine il risultato è deludente. Perché?

Nel racconto, pubblicato postumo da Sellerio nel 1996, lo scrittore cagliaritano tocca il punto più alto della sua ricerca letteraria, trovando un punto di contatto tra la lingua italiana e quella sarda. Il suo stile è raffinato, quasi poetico, a far da contraltare alla durezza delle vicende narrate. Nel racconto si capisce che i due codici linguistici, entrambi posseduti dalla voce narrante, si fondono sapientemente, ed è una cosa nuova e originale per la nostra letteratura isolana.

Benché gli autori attingano fedelmente e a piene mani dal racconto pubblicato da Sellerio nel 1996, della lingua di Atzeni nel film di Mereu si perdono le tracce. E questo per un motivo molto semplice: perché gli attori non parlano la loro lingua, ma ne parlano una che non gli appartiene. Che non è né sardo né italiano, ma un misto inesistente e senza senso. Una lingua senza verità.

Se nei primi due suoi film Mereu ha tratto forza dalla lingua degli attori non professionisti che ha chiamato a recitare sul set, in “Bellas mariposas” il miracolo non si ripete. Le due giovani protagoniste non sempre convincono, perché la lingua che il copione impone loro di parlare non è la loro: per questo il miracolo della spontaneità non si ripete. E anche il resto del cast sembra vagare alla ricerca di una identità precisa, alternando piattezza ad eccessi linguistici di stampo macchiettistico. Unica eccezione, la figura del padre: che il sardo mostra di parlarlo veramente (e infatti risulta il più convincente di tutti).

Che trarre un film dal racconto di Atzeni non fosse facile era risaputo. Forse avrebbe giovato attingere a piene mani dall’intero universo atzeniano e non solo da quello contenuto in “Bellas mariposas” per cercare di riprodurre sul piano cinematografico il 3 agosto di Cate e Luna.  Ma non aver capito che bisognava lavorare di più sulla lingua che non sulla storia è stato un errore fatale per la riuscita del film.

Serviva una sceneggiatura diversa, forse ancora più distante dal racconto originario per coglierne meglio lo spirito, e sicuramente interpreti in grado di reggere meglio la parte che sono stati chiamati ad interpretare, con una aderenza a quel mondo narrato e una confidenza con la lingua sarda maggiori. Oppure bisognava lasciare che questi attori presi dalla strada parlassero la loro lingua, non quella imposta loro da una sceneggiatura fuori fuoco. Forse sarebbe bastato per far volare veramente le “belle farfalle”.

E così alla fine anche Mereu si è perso; e il linguaggio piatto e incoerente a cui ha costretto i suoi attori (compresa Micaela Ramazzotti con il suo l’improbabile mix roman-napoletano, lontanissimo dal senso del racconto) ha condizionato anche la sua regia, stavolta meno felice che nelle precedenti occasioni, benché proprio stavolta più che mai servisse realmente uno “sguardo d’autore” capace di dare sostanza cinematografica alle suggestioni evocate da Atzeni. Peccato, perché quella di far parlare “in camera” la protagonista è stata un’idea felice, ma non è bastata a colmare i vuoti e le lacune di un film che appare non risolto, incompiuto.

A Mereu resta il grande merito di avere poggiato lo sguardo su una realtà tragica come quella delle periferie cagliaritane, che dopo Atzeni pochi altri hanno avuto il coraggio di indagare. Cate e Luna esistono veramente, ma fino a quando volteremo ancora lo sguardo?

Annunci