Sardegna 2012: se neanche la morte di un bambino smuove la politica e le coscienze. Perché siamo un’isola senza “opinione pubblica”

Posted on 18 novembre 2012

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Com’era ampiamente prevedibile, la richiesta dei cacciatori di Irgoli di sospendere per oggi l’attività venatoria in tutta la Sardegna per onorare il bambino morto qualche giorno fa nel corso di una battuta di caccia grossa non ha avuto seguito.

Proposta ragionevole, ma che per avere un minimo di peso sarebbe dovuta arrivare dalla politica e dalle associazioni che riuniscono i cacciatori. Che invece hanno preferito far finta di niente.

Il presidente della Regione Cappellacci e l’assessore all’Ambiente Oppi si sono chiusi in un inaccettabile silenzio. Soprattutto il secondo ha replicato il copione di ogni volta: quando c’è un problema che lo riguarda direttamente, non parla, sta zitto. Oppi si occupa di altro. Anzi, neanche di quello perché (come ha detto recentemente nel corso di una conferenza stampa) “Io non ho mai gestito potere nel Sulcis, tanto meno a Iglesias” (Unione Sarda del 16 novembre).

Dopo la morte del piccolo Andrea, altri due incidenti di caccia (per fortuna non letali) hanno funestato la stagione venatoria: è seguito ancora un silenzio totale da parte delle autorità e delle istituzioni che dovrebbero vigilare su quanto avviene nelle nostre campagne. L’unico politico che è intervenuto è stato il deputato e coordinatore regionale dell’Italia dei Valori, Federico Palomba.

Eppure la questione della sicurezza durante le giornate di caccia in Sardegna è evidente, è sotto gli occhi di tutti: ma questo non basta a far sì che il problema venga affrontato. Perché?

Viviamo in una società rovesciata, dove a porre le questioni all’attenzione dell’opinione pubblica non sono i giornalisti ma il potere: e dunque essenzialmente la politica. Un problema non è tale finché un politico qualunque non lo solleva. E se un problema non è sollevato dal politico, quel problema non esiste. I giornali si limitano a prendere atto delle dichiarazioni degli onorevoli, a metterle in ordine di importanza (secondo loro), ad impaginarle, secondo una pigra quanto inutile routine che ormai non serve a più nessuno se non alla politica per evitare sgradite sorprese la mattina quando gli onorevoli aprono i giornali o guardano i tg.

Se dopo la morte del bambino di Irgoli nelle redazioni fossero arrivati cinque comunicati stampa di altrettante forze politiche, la notizia sarebbe uscita dal recinto della cronaca nella quale è stata reclusa e sarebbe partito il dibattito. Siccome questo non è avvenuto, siccome la politica non ha dato il via libera, questo sconcertante fatto non ha toccato un livello più alto di analisi. Giusto due o tre capocaccia hanno detto sui giornali che le cose in Sardegna non vanno per niente bene, ma nulla di più. Nessun dibattito, perché tre anziani capicaccia non rappresentano nessuno.

È in questo modo che la politica controlla sostanzialmente la stampa in Sardegna: non solo per effetto di finanziamenti dati direttamente e sotto varie forme alle testate amiche, ma grazie all’acquiescenza di intere redazioni che ormai parlano solo di ciò che è gradito al potere, facendolo soprattutto nel modo che il potere preferisce: senza mettere in dubbio niente. Tra i due fattori (soldi e benevolenza) non so che relazione ci possa essere (sicuramente c’è), ma è minore di quanto si possa immaginare. Perché anche i grandi giornali e le tv sono un potere: che però non mette in discussione tutti gli altri.

E infatti quando dico potere, non dico solo potere politico, ma mi riferisco anche a quello economico, artistico, accademico, sindacale, sportivo, giudiziario, burocratico, delle professioni. Qualunque potere a cui è consentito dire qualunque cosa, anche la più astrusa e più inverosimile, tanto c’è sempre qualche giornalista messo lì a prendere tutto per buono, e che anzi quasi sempre aiuta l’interlocutore a rendere accettabili al grande pubblico le cazzate che l’intervistato vuole dire. Perché i giornali e le maggiori tv sarde rendono conto al potere (in tutte le sue forme e articolazioni) di quello che scrivono e dicono, non ai loro lettori o ascoltatori.

La società sembra aver demandato al potere e soprattutto alla politica il compito di raccontare la realtà, di delimitare i confini di ogni questione,  di fissare le regole per il confronto. Di stabilire cosa è un problema e cosa non lo è.

Ecco perché neanche la morte di un bambino in Sardegna smuove la politica e le coscienze: perché da noi l’opinione pubblica è debolissima, quasi inesistente.

E l’assenza di una opinione pubblica degna di questo nome provoca l’appiattimento di ogni dibattito sui temi della politica, che vengono poi opportunamente orientati.

Ecco perché che da noi succedono tante cose, ma in realtà non succede mai nulla. Tutto è immobile, fermo, immutabile: perché sono le analisi e i ragionamenti ad esserlo. Ecco perché anche se è morto un bambino oggi in Sardegna si spara lo stesso, come se niente fosse.

 

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