Troppi silenzi sul rinnovamento del centrosinistra: ecco perché ora Bersani rischia di perdere le primarie

Posted on 29 novembre 2012

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Se Renzi e Bersani fossero i candidati di due schieramenti contrapposti e se domenica non si votasse per le primarie del centrosinistra ma per decidere il governo del paese, io penso che il sindaco di Firenze avrebbe la meglio sul segretario del Pd. Perché l’Italia è sempre stata affascinata dal nuovo, dagli slogan, dalle suggestioni, dalle semplificazioni esasperate, dalle posizioni centriste spacciate per politiche innovative.

Però domenica non si voterà per scegliere il nuovo governo, ma solo il candidato del centrosinistra. Per cui Bersani resta il favorito, anche se dubito che dopo il faccia a faccia di ieri riuscirà a mantenere da Renzi un distacco di otto punti.

Difficile dire chi abbia vinto il confronto. Bersani è indubbiamente uscito alla distanza, ma si è mostrato fin troppo remissivo davanti all’aggressività dell’avversario. Preparato a puntino per il confronto televisivo, maledettamente convincente anche quando proponeva soluzioni inverosimili (per me, la proposta di nominare solo dieci ministri ricade in questa categoria).

Bersani ha giocato troppo in difesa, aiutando Renzi a far credere ai telespettatori che sul banco degli imputati, accusato di avere portato il paese allo sfascio, non c’era la destra di Berlusconi, Fini, Casini e Bossi, ma c’era lui: il segretario del Pd.

Perché la strategia di Renzi è stata questa e solo questa: accomunare il Pd al Pdl, il centrodestra al centrosinistra, e proporsi come il classico “nuovo che avanza”. La stessa strategia di Grillo, per intenderci. Bersani ha risposto sul finale invitando Renzi “a non usare gli argomenti degli avversari”, ma il messaggio ormai era passato.

Ma il faccia a faccia ha messo in luce anche altre differenze rilevanti fra i due.

Innanzitutto sulla valutazione dell’esperienza Monti. Renzi la difende a spada tratta (e la domanda sull’agenda Monti lo ha dimostrato), mentre Bersani ne riconosce (seppur a denti stretti) gli evidenti limiti.

Sulle alleanze, perché Renzi non voglia l’Udc (il partito che più di tutti preme per una continuazione dell’esperienza dell’attuale presidente del Consiglio), è un paradosso solo apparente. Il sindaco di Firenze vuole infatti i voti dei centristi senza doversi caricare anche quell’impresentabile classe politica costruita negli anni da Casini. Renzi sa bene che senza l’Udc non si va da nessuna parte, ma in maniera furba cerca di giocare sulla voglia di novità anche dell’elettorato centrista. Blandendolo in maniera scaltra e mandando messaggi inequivocabili: ad esempio, la chiusura a sinistra di Renzi non è molto dissimile da quella di Casini.

Bersani invece è più realista. Sa che probabilmente il centrosinistra non avrà voti sufficienti per governare da solo, e non se lo nasconde. Ma vuole arrivare al confronto con l’Udc facendo valere i rapporti di forza che vedranno lo schieramento progressista più forte di quello centrista. Bersani opera alla luce del sole e dice eventualmente sì ad una alleanza con l’Udc, Renzi invece non vuole l’Udc ma vuole direttamente i suoi voti. Perché nelle parole di Renzi c’è poco centrosinistra e moltissimo centro.

Poi, su alcune questioni specifiche, Bersani ha indubbiamente stravinto. Sulla questione meridionale, ad esempio, laddove per il sindaco di Firenze (che, pur avendo parlato per primo, non ha avuto il coraggio di parlare della criminalità organizzata) ha ribadito i soliti stereotipi di un sud che non si impegna e che non si ribella. Al sud Renzi rischia adesso di prendere meno voti di quelli raccattati al primo turno.

Per non parlare poi della politica estera, dove la pochezza del sindaco di Firenze (portata a Palazzo Chigi) rischierebbe di far rivivere i fasti del vecchio Silvio. Per carità.

No, Renzi non ha né il programma né la preparazione per ambire a guidare l’Italia. Il suo governo sarebbe una brutta copia di quello Monti, senza nessuna attenzione alle aree deboli del paese, totalmente appiattito su politiche del lavoro che già si sono dimostrate inefficaci.

Tutto deciso, dunque? Bersani vincerà alla grande? Non credo.

Renzi ha dimostrato di avere a disposizione un’arma segreta terribilmente efficace. Perché il sindaco di Firenze ha ragione a temere che con la vittoria di Bersani il centrosinistra rischia di riproporre le solite vecchie facce, quella che non cambiano mai di decennio in decennio.

Sul tema del rinnovamento della classe dirigente la risposta di Bersani è stata gravemente insufficiente, quasi omissiva. Le accuse di Renzi hanno colpito nel segno e hanno mostrato un limite evidente e quasi imbarazzante di Bersani. Nel suo appello finale il sindaco di Firenze è stato molto chiaro: votando il segretario del Pd rischiamo di ritrovarci i soliti nomi, quelli che cambiano i partiti ma loro sono sempre lì, e che in questi anni non si sono rivelati all’altezza della situazione. E con la sua risposta infastidita, Bersani ci ha quasi confermato questo rischio.

È su questo unico punto che Bersani ha perso senza dubbio il confronto televisivo contro Renzi. È solo un punto, è vero, ma non è di poco conto, anzi. Che domenica potrebbe essere fatale al segretario del Pd.

 

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Posted in: Politica