Incredibile ad Aggius! Se un cagliaritano e un ozierese parlano tra di loro in sardo, si capiscono senza traduttore simultaneo! Bilinguismo subito!

Posted on 4 dicembre 2012

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Cari amici del blog, vi voglio raccontare una cosa che mi è successa e che ha dell’incredibile. Vi prego di credermi. Questo fine settimana ho partecipato ad Aggius ai lavori della settima Conferenza sulla Lingua Sarda. La Regione mi ha chiesto di fare un intervento sul teatro e io ho accettato. Ma la notizia non è questa, no. La notizia è che io, nella mia ingenuità, mi aspettavo di trovare lì, nella sala convegni di Aggius, tutto un sistema di tradizioni simultanee in grado di consentire ai convenuti di capirsi reciprocamente.

Avete presente quelle cose tipo Onu, tipo parlamento europeo? Ecco, così. Perché d’altronde, come può un cagliaritano capire un nuorese, un oristanese comprendere un ozierese, un ogliastrino capire un sulcitano? E tutti quanti capirsi vicendevolmente? No, non è possibile!

Non stiamo forse dicendo da anni che il sardo che si parla in ciascuno dei nostri paesi è diverso da tutti gli altri? Non stiamo forse dicendo da decenni che esistono due lingue distinte (il campidanese e il logudorese)? Ecco, io almeno le tradizioni in cuffia in logudorese e in campidanese me le aspettavo, perché altrimenti tutto sarebbe stato inutile, avremmo assistito ad una sorta di babele isolana. Invece…

Invece no. Invece è successa una cosa incredibile. Tutti coloro che intervenivano (da Benetutti, Sant’Anna Arresi, Oliena, Ozieri, San Gavino, Macomer, Lanusei, Desulo, Cagliari, Lodè, Laconi…) parlavano il “loro” sardo e tutti gli altri capivano! Incredibile! Senza bisogno di traduzioni? Non è una cosa pazzesca? Ma quindi i sardi hanno una loro lingua nazionale: il sardo?! Certo, poi anche noi abbiamo le nostre minoranze linguistiche: galluresi, sassaresi, algheresi e carlofortini. Ma tutti gli altri parlano una sola lingua, senza bisogno del traduttore simultaneo per capirsi. Strano, vero?

E infatti la situazione mi ha ricordato un vecchio sketch di Massimo Boldi: “Come dite voi a Milano pentola a pressione? Noi a Firenze diciamo pentola a pressione”. Ecco, in Sardegna è lo stesso.

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Ad Aggius ho capito diverse cose, e vorrei condividerle con voi. La prima l’ho già detta e la ripeto. La lingua sarda esiste. Se un cagliaritano come me, che capisce il sardo ma che (per il momento ancora) non lo parla, riesce a capire senza difficoltà gli interventi di persone provenienti dalle più disparate zone dell’isola, vuol dire che la nostra lingua ha una unitarietà che non può essere negata.

Se ci capiamo quando parliamo, perché non capirsi anche quando scriviamo in sardo? Per questo motivo è nata la Limba Sarda Comuna, un modello ortografico in grado di poter produrre documenti in lingua sarda. Una forzatura? In tutto il mondo tutte le lingue minoritarie per sopravvivere hanno fatto così: perché non dovremmo farlo anche noi?

La Limba Sarda Comuna è un ibrido che snatura il sardo? Questo lo dicono quelli che negano comunque  l’esistenza della lingua sarda e che la vogliono divisa in due ipotetiche lingue (campidanese e logudorese) e in centinaia di varianti locali. La Limba Sarda Comuna è in realtà una lingua cosiddetta “in uscita”, da usare quando si scrive, perché poi ognuno parla il sardo della sua zona: tanto (come vi ho dimostrato) tutti lo capiscono.

E in ogni caso, perché dividersi per un “sos” e per un “is”? Perché continuare ad esaltare le differenze piuttosto che i punti di contatto? Perché continuiamo a immaginare la Sardegna come un’isola composta da trecento e passa “villaggi stato”, ognuno con la propria lingua e le proprie “originalissime” tradizioni, e non pensiamo finalmente ad una nazione sarda che condivide al suo interno molte più cose di quelle che necessariamente dividono le nostre singole micro-realtà?

Questo discorso si scontra con decenni di pregiudizi e di false convinzioni. Ad un certo punto della conferenza è intervenuto un signore e ha detto “Scusate, parlo in italiano perché il mio sardo non lo capite, io sono di Desulo”. La platea è scoppiata a ridere, allora il signore ha parlato in desulese e tutti lo hanno capito. Della serie: come dite a Desulo pentola a pressione?

Sono arrivato a questa conclusione. Una volta non si usava il sardo perché ci si vergognava (e spesso capita ancora, ma meno di una volta), ora non lo si usa perché si ritiene di non essere capiti (ma in realtà è solo una scusa perché forse ci si vergogna ancora). Ebbene signori che parlate il sardo: parlatelo ovunque, perché tutti vi capiranno.

Altro elemento: la disinformazione. Non è un aspetto secondario, perché si tratta di un fattore al servizio di una cattiva politica che ha preferito in questi anni dividere piuttosto che unire.

Sulla Lsc sono state dette tante cose sbagliate, perfino ad Aggius, dove qualche amministratore ha mostrato di non aver capito assolutamente nulla (cosa c’entra il gallurese con la Ssc? Nulla! Le varianti alloglotte sono tutelate dalla Regione come il sardo). Gli avversari della lingua sarda sono soprattutto loro, gli amministratori locali, che esaltano i campanili e distruggono in questo modo i territori e un’intera regione, seminando zizzania e fomentando divisioni. Amministratori ignoranti che trovano argomenti in una accademia che ripete da anni “verità” sorpassate dai fatti e da nuove ricerche.

Dall’università di Edimburgo la professoressa Sorace da anni ci spiega come il bilinguismo non è per niente dannoso e che invece stimola le capacità cognitive dei bambini; tutte le indagini sociolinguistiche ci dicono che i sardi sono in gran parte favorevoli all’uso della lingua sarda a scuola e anche in altri contesti ufficiali; il piano triennale della lingua (adottato dalla giunta Soru) è stato fatto proprio anche dalla giunta Cappellacci.

Quindi, perché non si va avanti speditamente verso un bilinguismo che, a mio avviso, sarebbe una straordinaria infrastruttura immateriale in grado di cambiare veramente la Sardegna?

Degli amministratori ignoranti e in malafede abbiamo già detto. Poi ci sono i politici.

Sulla questione della lingua nemmeno i partiti indipendentisti e/o nazionalitari hanno le idee chiare. Anzi, diciamo che quasi tutti evitano proprio di affrontare l’argomento per paura di essere oggetto di critiche e di perdere qual poco di consenso che hanno. Perché i militanti della lingua sarda spesso sono stati aggressivi e litigiosi. Ma forse è il momento di deporre le armi e di trovare un accordo. E in effetti, ad Aggius si respirava un clima diverso, più disteso rispetto agli anni scorsi.

La politica, dunque. Paradossalmente, il discorso più ardito sula lingua sarda lo ha fatto proprio ad Aggius l’assessore regionale alla Cultura Sergio Milia. Esponente dell’Udc. Non ci credete? Leggete le sue dichiarazioni (questo è il comunicato stampa integrale).

“Il bilinguismo è una risorsa contro la crisi e può essere la base per un nuovo progetto di rilancio economico, sociale e culturale per la Sardegna. La lingua sarda e le varietà alloglotte devono unire le nostre genti e non dividerle”. “La lingua è stata sacrificata in nome di un falso progresso, mentre autorevoli istituzioni accademiche di tutto il mondo ci dimostrano che il bilinguismo, anche di lingua minoritaria, favorisce lo sviluppo. E’ ora di un nuovo progetto politico per la Sardegna basato sulla sua cultura, sulla sua lingua, sull’ambiente, sul turismo, sul benessere. Un nuovo modello sociale sardo”.

“Abbiamo messo in campo tante azioni contro uno Stato tiranno che nell’ultimo anno ha cercato di ridimensionare in ogni modo la lingua sarda ma come classe dirigente sarda, come Giunta, come Consiglio Regionale non possiamo chiedere a Roma, una tutela della lingua che neppure noi diamo. Pertanto credo che, da un lato il Movimento Linguistico debba fare proposte concrete, dall’altro il Consiglio Regionale debba essere attento alle istanze, anche di sostegno finanziario alle politiche linguistiche, di questo importante settore culturale dell’isola”.

Conoscete un politico del centrosinistra sardo che oggi abbia il coraggio di dire queste cose? Nel Pd Graziano Milia si è speso molto su questo tema, ma gli altri? Che l’assessore Milia creda realmente nel bilinguismo lo diranno gli atti concreti: la politica linguistica ha bisogno di risorse, è evidente, e la richiesta concreta è di sette milioni di euro da stanziare nella prossima finanziaria regionale che è stata avanzata alla fine della Conferenza è già un punto di partenza.

Ma se stiamo alle parole, voi ve lo immaginate i vertici di Sel o del Pd o anche del Psdaz dire quello che ha detto l’assessore Milia? Fatemi sapere, perché io non ricordo prese di posizioni così nette da parte di nessuno.

I progressisti sardi devono fare i conti con la questione della lingua, non possono più nascondersi. Le elezioni politiche sono alle porte e la questione non può restare inevasa. Pd, sardisti e Sel dicano chiaramente qual è la loro posizione riguardo il bilinguismo.

Non c’è più niente da studiare o da capire, c’è solo da fare. La lingua sarda deve entrare nelle scuole nell’orario curricolare (e molto interessante è stato l’esempio portato dall’Istituto Comprensivo di Elmas), ed è necessario lavorare in fretta per mettere a disposizione del materiale didattico con diversi livelli di difficoltà. Serve un correttore automatico, serve sostenere e ampliare la rete degli sportelli linguistici. Nel piano triennale c’è tutto, occorre solo dare gambe a quelle linee di intervento.

E poi c’è Cagliari. È necessario che anche nella nostra città il movimento linguistico si organizzi e chieda alla giunta Zedda azioni concrete. La legge nazionale 482 (quella che tutela le minoranze linguistiche) è stata usata dal Comune per salvare le autonomie scolastiche, però riguardo la lingua sarda nel piano comunale della cultura c’è solo un accenno.

Non basta, bisogna far di più. Chi ci sta a costituire un gruppo di iniziativa linguistica anche a Cagliari?

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