“La Consulta degli stranieri? Maneggiare con cura! Perché da sola non basta a favorire l’integrazione a Cagliari”. Un intervento del sociologo Marco Zurru

Posted on 8 dicembre 2012

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Marco Zurru è professore associato di Sociologia economica presso la facoltà di Scienze politiche dell’università di Cagliari. Da anni viene consultato in qualità di esperto dal Comitato per l’emersione del lavoro irregolare presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Consulta Regionale dell’Immigrazione. Tra le sue pubblicazioni vi segnalo “Etnie in transito. Vecchie e nuove migrazioni in Sardegna, (Franco Angeli, 2007), e “Rapporto sulle migrazioni in Sardegna (Cuec, 2008).

Ringrazio Marco per avere affidato al blog questa articolata riflessione sull’istituzione della “Consulta dei cittadini stranieri ed apolidi della città di Cagliari”, una conquista e un successo della attuale amministrazione di centrosinistra. Ma su cui evidentemente non sarebbe male aprire un dibattito.

***

Ho fatto una tabella.

Nazionalità

Aventi diritto al voto

Votanti

% votanti su aventi diritto

Numero consiglieri

FILIPPINA

969

753

77,7

5

UCRAINA

707

144

20,4

2

RUMENA

529

0,0

SENEGALESE

512

197

38,5

2

CINESE

391

91

23,3

2

BANGLADESE

212

152

71,7

2

PAKISTANA

156

47

30,1

INDIANA

125

27

21,6

RUSSA

72

22

30,6

KIRGHISA

69

0,0

SPAGNOLA

69

0,0

BRITANNICA

59

0,0

TEDESCA

59

0,0

BOSNIACA

55

5

9,1

1

POLACCA

53

0,0

FRANCESE

52

0,0

MAROCCHINA

52

0,0

NIGERIANA

50

0,0

PERUVIANA

41

0,0

ALBANESE

36

0,0

TUNISINA

36

0,0

BRASILIANA

30

0,0

BIELORUSSA

24

7

29,2

BULGARA

24

0,0

CUBANA

21

25

119,0

1

Totale

 

1470

30,7

15

Parafrasando un recente (e molto discusso, oltre che assolutamente discutibile) articolo di un collega, lascio scivolare l’incipit su “ho fatto una tabella”. Ma, a differenza del citato impegno del collega, questa volta i dati proposti evidenziano non acrobatiche conclusioni basate sulla correlazione tra densità di capitale sociale e orientamento al voto nelle primarie del centrosinistra, quanto l’happy (?) end o uno step di un percorso d’integrazione molto interessante intrapreso dalla giunta di Massimo Zedda, ovvero l’istituzione – attraverso un largo processo di partecipazione elettorale – della “Consulta dei cittadini stranieri ed apolidi della città di Cagliari”.

La porta d’ingresso all’organo “consultivo e propositivo del Consiglio e delle Commissioni Consiliari, del Sindaco e della Giunta” in merito a tematiche di stretta incidenza nella vita quotidiana dell’immigrato (luoghi di culto, di aggregazione sociale e culturale, attività lavorative, partecipazione e accesso alle strutture e programmi scolastici, alloggi e così via..) è aperta “ai sei rappresentanti maggiormente votati e (…) ai nove che hanno riportato il maggior numero di voti, divisi sulla base di una ripartizione geografica per macro-aree” (Regolamento dixit, delibera 25/2012, art.14).

La tabella evidenzia l’esito della consultazione elettorale, soffermandosi solo sulle prime 25 Comunità presenti a Cagliari (ordinate secondo la numerosità dei residenti e dell’elettorato attivo) i cui candidati abbiano goduto dell’assegnazione di almeno 1 voto. È una tabella che può proporre diversi spunti di discussione. Vediamone alcuni.

1 – Aventi diritto al voto e affluenza alle urne.
Solo chi conosce in epidermide l’universo migratorio nel nostro paese o ha smesso di osservarlo con attenzione perché troppo impegnato in altre faccende, può divertirsi in due distinte grida: a) “hanno votato in pochi, che delusione questa politica comunale!”; b) “hanno votato in tanti, che bravi che siamo stati!”. Strabismo in un caso, miopia nell’altro.

In primo luogo la lettura del Regolamento comunale lascia trasparire diverse volontà politiche malamente tradotte nel dizionario dei diversi articoli. Se, ad esempio, ci si concentra sull’elettorato attivo sembra di capire che l’intenzione dei nostri validi amministratori era (è) quella di tutelare gli interessi delle comunità più svantaggiate tra quelle immigrate.

A meno che non si pensi che gli spagnoli abbiano strutturato una identità di gruppo nel loro risiedere locale e – riunendosi bisettimanalmente per consumare ottima paella altrimenti non rinvenibile in tavole proposte da mano culinaria isolana – abbiano maturato diritti di Comunità, e dunque possibilità di rappresentanza in Consulta…; a meno che lo stesso legame possa essere ipotizzato per il gruppo inglese che si riunisce il martedì pomeriggio per il tè, o per il gruppo tedesco interessato a portare in Consulta i propri problemi nel rintracciare localmente sauerkraut e bratwurst di livello per allietare le proprie goderecce serate…

Insomma, senza farla lunga, basta leggere bene i Regolamenti di tante altre Consulte diffuse nel nostro paese per scoprire che altre amministrazioni sono state molto attente a perimetrare questo diritto di voto ai soli immigrati non comunitari (Modena, Segrate, Bolzano, Perugia e tante altre..), quelli appunto con una sedimentazione di problemi socio-economici enormemente più ampi rispetto agli anziani tedeschi che vengono a spendere gli anni della pensione alle (relative) calde latitudini isolane.

Bisognava essere più precisi, a meno che l’intento consapevole fosse quello (inutile a mio dire, ma questo è parere assolutamente personale) di massima inclusione di tutti gli stranieri. In caso opposto, come sanno (e insegnano) i giuristi, la forma è sostanza: una definizione più puntuale del dizionario avrebbe evitato anche gaffe, rallentamenti e problemi (di non facile risoluzione) con alcune comunità di immigrati.

Mi riferisco, ad esempio, al nodo della doppia cittadinanza che, di fatto, ha marchiato con il segno del rifiuto una serie di candidati (oltre che di elettori) importanti per storia, conoscenza e skilled oriented verso le diverse comunità dei migranti, solo perché in possesso della doppia cittadinanza. Non era scontato l’esito di esclusione a cui è approdata la nostra amministrazione: invero, non sono poche le realtà (soprattutto, a differenza dell’esperienza emiliana monitorata dalla Caritas, quelle dell’area milanese) che hanno deciso altrimenti, includendo al voto (attivo e passivo) anche chi in possesso della doppia cittadinanza italiana e non (San Donato Milanese, Abbiategrasso, Pero, etc..): a volte basta definire l’Organo come “Consulta per gli immigrati” invece che “Consulta degli immigrati o degli stranieri” per vedere trasformato il perimetro dei partecipanti.

Tornando al successo/insuccesso (?) delle percentuali di voto, se si depura l’elettorato attivo della presenza dei comunitari l’affluenza sale, ovviamente, di non tanto ma sale. Il dato non è raffrontabile – sarebbe un’offesa all’intelligenza di chiunque – con quello di qualsiasi partecipazione elettorale indigena (politiche, amministrative, referendum, primarie, etc.) ma deve esserlo con quello di esperienze simili.

Ora, essendo quella di Cagliari l’ultima delle decine e decine Consulte per gli immigrati elette o nominate in giro per l’Italia (la prima fu a Nanontola nel 1999), basta essere un po’ curiosi per scoprire gli esiti relativi: in quasi tutte le esperienze la prima volta che gli stranieri si sono recati alle urne hanno dimostrato una partecipazione che oscilla tra un 30-34 % per poi declinare a percentuali molto più modeste (intorno al 15%) nelle successive tornate elettorali, evidenziano una disaffezione della base elettorale che ha delle spiegazioni su cui – a mio avviso – non può non soffermarsi chi sta costruendo l’esperienza cagliaritana.

Insomma, che sia il 30,7% evidenziato in tabella o il 32,1% de riferito ai 4431 immigrati extracomunitari, poco cambia: Cagliari si dimostra nei suoi esiti elettorali in linea con l’esperienza delle altre amministrazioni che l’hanno preceduta. È un buon risultato generale, dunque.

Ma se si scende nel particolare si scoprono elementi più interessanti.

La partecipazione al voto è incredibilmente eterogenea tra le diverse comunità: si può notare come la storica forza della Chiesa nel gestire l’ingresso nel paese di alcune comunità asiatiche pesi ancora nella capacità di mobilitazione e di organizzazione della cattolica comunità filippina (3 aventi diritto su 4 si sono espressi nelle consultazioni); si nota la forza di coesione della comunità bangladese (una delle più recenti nell’isola rispetto alla storia migratoria della Sardegna) e il forte desiderio di rappresentanza già espresso in altre realtà del Mezzogiorno; si nota una moderata partecipazione della comunità senegalese che, pur avendo radici importanti nel contesto sardo paga l’esclusione di un candidato molto forte proprio perché in possesso della doppia cittadinanza e una frammentazione importante dei candidati (erano 5, solo uno ha superato i 100 voti, lasciando agli altri poche briciole); è evidente la tenuta di una solida base  di nazionalità ucraina, alimentata da importanti e durevoli esperienze solidaristiche e associazionistiche di rilievo in città (il cui centro è Sant’Eulalia); allo stesso modo sono rilevanti – pur nei numeri contenuti – le partecipazioni della comunità pakistana (che ha espresso 3 candidati), di quella indiana, importanti protagoniste della “ridefinizione” di alcuni quartieri storici in Città e, infine, di quella cinese, ben strutturata all’interno di pochi ma rilevanti segmenti economici specializzati.

L’esperienza dei cubani dimostra come la scelta assolutamente ampia di libertà al voto sganciata da cleavages etniche fatta dall’amministrazione cagliaritana possa portare a risultati di attribuzione di un numero di preferenze superiore agli aventi il diritto: a differenza di altre realtà amministrative, la nostra Giunta ha concesso la massima libertà di espressione del voto verso tutti i candidati, a prescindere dal vincolo etnico.

Rimangono alcuni aspetti problematici di non poco conto: ci sono state assenze di peso nella consultazione elettorale, come quella dei rumeni (ma sarebbe meglio usare il genere femminile) che esprimono una presenza qualificatissima nei numeri dei residenti, delle polacche e delle nigeriane, dei marocchini e tunisini: l’importanza e la problematicità di questi gruppi etnici è di diverso rilievo e non va sottovalutata. Chi ha gestito faticosamente (e di questo bisogna essere assolutamente riconoscenti) la gran parte delle attività di animazione del contesto migratorio in città nella preparazione all’evento elettorale, avrebbe dovuto monitorare le partecipazioni e cercare di recuperare gli assenti. Questo è un lavoro da non tralasciare assolutamente: queste comunità, in qualche  modo, vanno recuperate nella loro possibilità di veder rappresentate idee e proposte.

Resta da spiegare l’assenza al voto di spagnoli, inglesi e tedeschi, scusati perché probabilmente tutti impegnati nella organizzazione solidale di cene etniche.

2) Elettorato passivo ed eletti
Qui, a mio modesto parere, si rileva l’enorme pasticciaccio dell’esperienza. Polemicamente -rispondendo ad un post di Francesco Abate che mostrava su facebook le foto della bellissima serata  organizzata dai cinesi per festeggiare insieme ai cagliaritani, filippini, bengalesi, cubani, pakistani, ucraini ed egiziani l’esperienza di partecipazione al voto della Consulta – supponevo come motivo di felicità per i Cinesi l’essere riusciti a “piazzare” un loro candidato con sole 3 preferenze.

Non me ne vogliano gli amici cinesi se uso il loro caso per evidenziare delle difficoltà che, invero, sono diffuse con altre conseguenze più dannose in altre comunità.  Come è possibile riscontrare dai dati proposti, esistono delle comunità che non sono affatto rappresentate perché assenti al voto (cavoli loro, diranno i maligni…), mentre altre comunità pur avendo partecipato (e non poco) al voto, si trovano con un pugno di “mosche in mano”: nessun candidato pakistano, indiano, russo o bielorusso è riuscito a farsi eleggere.

A leggere bene il Regolamento comunale si capisce dove sta una delle importanti fonti del vulnus: il già citato e asciutto art. 14 (elezione dei Componenti la Consulta) definisce, oltre l’assegnazione dei primi 6 seggi, i rimanenti 9 in base a macro-aree, così definite: a) Filippine; b) Cina; c) Subcontinente Indiano (Bangladesh, Paksitan, India, Sri Lanka); d) Est Europa (Ucraina, Russiam Polonia, Bielorussia, Moldova, Lituania, Estonia e Lettonia); e) Europa Centrale e Balcani (Romania, Bosnia, Albania, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia ..) e resto d’Europa; f) Africa Sub sahariana; g) Africa del Nord; h) Medio Oriente .. e resto dell’Asia; i) America e Oceania.

Ritorna dunque un problema di dizionario…: un paese/nazione è assimilabile ad una macro-area? Non sono chiari i motivi di questa scelta (sicuramente qualcuna sarà presente) ma, di fatto, definire Filippine e Cina come macro-aree invece che inserirle nelle loro rispettive ha enormemente amplificato le possibilità di propria sovraesposizione a svantaggio di altre comunità, rimaste senza rappresentanza: quello che poi è accaduto, giacché su 15 componenti 7 sono asiatici (5 filippini e 2 cinesi) e nessuno proviene dal Pakistan, India e Russia.

È l’esito di una legittima scelta della nostra amministrazione, ci mancherebbe… Ma una diversa definizione dell’articolo 14 del Regolamento avrebbe potuto ampliare enormemente l’arena di rappresentanza delle molteplici comunità degli stranieri. Quando si parla di migrazione infatti bisogna usare sempre il plurale, stando attenti a non escludere nessuno, e a maggior ragione attraverso strumenti che si pretendono inclusivi nella loro profonda essenza.

Il Regolamento, come recita precauzionalmente l’art. 17 ,“ha carattere sperimentale e si applica solamente all’elezione della prima consulta”: quindi c’è tempo per leggere cosa accade nel resto d’Italia e cercare in seguito di correggere il tiro, magari essendo isomorfici con esperienze massimamente inclusive, quali quella di riservarsi un certo numero di seggi di nomina del Sindaco e della Giunta (proprio per coprire aree lasciate scoperte, per le più varie ragioni, dall’esperienza del voto), o magari scrivere con più accuratezza e conoscenza del fenomeno gli articoli fondamentali del Regolamento, come il citato e famigerato art. 14.

Detto ciò, la Consulta cittadina degli immigrati è un fatto importante, positivo e da sostenere con tutte le risorse materiali e immateriali possibili. Non solo è un fatto e prova di civiltà (come direbbe Norbert Elias) definire percorsi e organismi pubblici di discussione e proposta per una componente significativa (oltre che produttiva!) della nostra popolazione; ma, al di là delle conseguenze fattive sul piano dell’efficacia degli strumenti, è questo tipo di attenzione che le istituzioni locali dedicano loro che viene percepita e vissuta dalle comunità degli immigrati come una possibilità inclusiva in sé e per sé.

Le ragioni sono molteplici quanto semplici nella loro essenza: la differenza tra una porta sbattuta in faccia e un invito a palazzo per votare alcuni membri della propria comunità legittimamente definiti nelle loro capacità/possibilità di discussione e articolazione di un documento da proporre a chi governa la città è talmente banale nelle sue siderali distanze da non meritare altro spazio.

Ripeto, la Consulta è uno strumento importante e di possibile fecondo plurimo esito nel contesto locale, soprattutto di fronte ad una sedimentazione normativa che ha costruito la ragione profonda delle politiche migratorie sui concetti di diffidenza e sicurezza: anche i bambini (soprattutto i figli dei migranti) conoscono il peso dello ius sanguinis, le difficoltà per accedere ad una naturalizzazione, gli infiniti ostacoli che provengono da una concezione etnica e familiare dell’appartenenza: grazie alla coppia Bossi-Fini è presente una regolamentazione assolutamente restrittiva degli ingressi; nel 2008 è stato emanato il “pacchetto sicurezza” che legge il fenomeno migratorio come minaccia alla sicurezza dei cittadini (da qui l’enfasi sul concetto) e ne cerca di limitare i “presupposti danni” attraverso l’introduzione del reato di soggiorno irregolare sul territorio e una specifica aggravante per i reati di altra  natura commessi da soggiornanti irregolari, o attraverso il prolungamento a 18 mesi del tempo di trattenimento degli immigrati irregolari nei Centri di Permanenza temporanei (ribattezzati nell’occasione Centri di identificazione ed espulsione); l’impossibilità per gli irregolari di compiere atti amministrativi, come quelli di stato civile; per non parlare, infine, dei controversi accordi con la Libia.

Talmente assillati dalla preoccupazione della sicurezza, i nostri legislatori, che nella fretta e nell’incompetenza hanno prodotto assetti normativi in cui l’assente era il rispetto di alcuni diritti umani, bocciati dalla Corte Costituzionale o sanzionati dalla Corte Europea.

Dunque il livello locale è importante, perché è proprio qui – dove le persone vivono quotidianamente, interagiscono con gli indigeni e con le amministrazioni – che si gioca la vera partita dell’integrazione degli immigrati. Ecco perché bisogna porre la massima attenzione alla costruzione e, soprattutto, manutenzione di questi strumenti partecipativi. Non sono dunque assolutamente d’accordo con chi non perde l’occasione per ribadire il “ora tocca a voi”, rivolto agli immigrati eletti in Consulta, per sottolineare la piena disponibilità dello strumento in mano agli immigrati.

Cercherò, sinteticamente, di raccontare le ragioni di questo disaccordo e rimarcare alcuni punti che (forse) possono aiutare chi gestirà (aiuterà a gestire) questa complessa operazione.

1- La Consulta cittadina è una, ma non l’unica, delle diverse arene organizzative dove gli immigrati possono discutere la gerarchia dei loro problemi e articolare una proposta di possibili risposte da parte degli enti competenti. Esiste quella regionale, dovrebbe esistere quella provinciale e una similare (il Consiglio) è attivata da tempo da ogni Prefettura. Uno sguardo all’articolazione e possibile coordinamento delle diverse agende di lavoro potrebbe evitare inutili sovrapposizioni, assenze di alcuni temi, richieste maggiormente credibili alla luce di un percorso di maggiore consapevolezza collettiva dimostrata.

2- La Consulta, come meccanismo organizzativo, può essere uno strumento di grande speranza per gli immigrati, ma rischia di trasformarsi in una speranza disattesa se non si pone attenzione ad alcuni elementi salienti del meccanismo. Ne cito alcuni che derivano dalla personale esperienza presso la Consulta regionale:

a) può manifestarsi una notevole difficoltà alla comprensione reciproca (tra stranieri appartenenti a diverse comunità) a causa di scarse competenze linguistiche;

b) può esistere una tendenza a trasformare questi incontri in “sedute di autocoscienza” (mi si passi il termine) di tipo assembleare, dove ogni membro espone la  propria lamentatio e solitamente non si riesce ad articolare un piano di politica attiva di largo respiro;

c) esiste la difficoltà tipica delle dimensioni assembleari a condurre un’opera di integrazione organizzativa delle discussioni avvenute (banalmente, arrivare ad una sintesi..);

d) esiste la normalissima propensione a “guardare il proprio giardino etnico” e dunque, nuovamente, arrivare ad una politica per gli immigrati che – insieme – trascenda e includa le specificità etniche;

e) esiste un problema di iato tra l’urgenza e la specificità contingente delle richieste della popolazione migrante e i tempi della politica;

f) può esistere la scarsa consapevolezza dei migranti in ordine ai limiti delle competenze amministrative a fronte dell’agenda dei problemi evidenziati dalle diverse comunità (l’incontro preparatorio in Cgil, a tal proposito, è stato illuminante..);

g) esiste il problema della esiguità di risorse economiche per affrontare l’agenda dei problemi proposti.

L’esperienza delle altre Consulte monitorata da colleghi o dalla Caritas ha dimostrato come questa esperienza importantissima possa ridursi nel tempo (fino ad annullarsi, come nel caso di diverse realtà emiliane o piemontesi) se non si attua una seria manutenzione dell’universo degli strumenti e delle risorse a disposizione. È necessaria la presenza di un mediatore con competenze linguistiche durante le riunioni della Consulta; è necessaria la consapevolezza dell’esistenza (e della possibile implementazione) di strumenti che già possono alleviare seri problemi della popolazione straniera a livello locale (leggi “alloggio”), come ad esempio, l’auspicabile fondo di garanzia e di intermediazione immobiliare definito nelle Linee Triennali Regionali per l’immigrazione; persiste la necessità di alimentare e ispessire l’esperienza associativa delle comunità migranti, vero cuore propulsore di qualsiasi esperienza di rappresentanza in Consulta.

Insomma, a mio modo di vedere, questa nuova possibilità di voice data ai migranti residenti a Cagliari è un fatto importante e di questo va dato atto a chi ci ha lavorato per vederne muovere i primi passi, ma affinché questa esperienza di elezione diretta non diventi un semplice surrogato di vera e propria partecipazione politica, ma uno strumento fattivo di proposta per la risoluzione concreta dei complessi problemi delle comunità dei migranti bisogna ancora lavorare sodo.

Marco Zurru

 

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