Di come da Cagliari partirà la rinascita del sardo attraverso dei fenomenali flash mob linguistici! Chi ci sta, dica “Ci seu!”

Posted on 12 dicembre 2012

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cagliari porto

Se gli italiani sono tutti allenatori della nazionale, i sardi sono tutti esperti di politica linguistica. Io, nel mio piccolo, mi vorrei distinguere, lasciando la politica linguistica agli esperti e ai politici, e a me stesso un compito diverso, più consono alle mie forze e ai tempi che viviamo.

Scrivo in italiano, perché questa è la lingua che ho imparato a scuola (anche bene, peraltro). Ma mi ricordo che quand’ero bambino, tornando a casa dopo ore e ore di giochi per strada (negli anni ’70 a Cagliari si giocava per strada) se mi scappava una parola o una frase in casteddaio sentita dai miei amici, mia madre mi correggeva. Così il sardo ho imparato a capirlo ma non a parlarlo.

La mia storia è evidentemente la storia di tanti. Perché il sardo era la lingua della povertà e l’italiano quella del benessere, il sardo era la lingua dell’esclusione e l’italiano quella dell’ascesa sociale. Non bastava imparare bene l’italiano, era importante anche che del sardo non restasse traccia. Nelle parole, nella pronuncia: non dovevamo farci riconoscere. Dovevamo costruirci una nuova identità. Ai pentiti di mafia in cambio di protezione vengono dati nome e cognome nuovi. Anche a noi la scuola italiana ci ha dato protezione e sicurezza, e in cambio ci è stato chiesto più semplicemente di non parlare una lingua.

La missione è stata in gran in parte compiuta. Mia mamma è orgogliosa di me, io addirittura con l’italiano ci campo, le parole (lette, dette e scritte) sono il mio onesto lavoro. Ringrazio mia mamma, ringrazio, la scuola, ringrazio tutti. Capisco che tutto è stato fatto per il mio bene, che forse non c’era alternativa allora quando ci venne chiesto di dimenticare il sardo. Io oggi sono una persona conosciuta e rispettata. Non sono riuscito a laurearmi però la gente mi conosce, parlo tutti i giorni alla radio e ogni tanto vado perfino in televisione. Va tutto bene, l’ascensore sociale ha funzionato. Però io adesso rivoglio quella parte di me che mi è stata tolta. Io rivoglio quella lingua che parlavo da bambino.

La voglio perché ho fatto il mio dovere di bravo italiano che parla perfettamente la lingua italiana. La voglio perché adesso il mondo è cambiato e si è capito che una lingua non ne esclude un’altra, così come invece ci avevano fatto credere. La voglio perché il sardo mi serve per capire la realtà in cui vivo, per capire questa città. La voglio quella lingua perché sento che è mia, sento che mi appartiene. La voglio perché quella lingua mi manca.

Qualcuno può impedirmi adesso di riprendermi dopo tanto tempo una cosa che è mia? Direi di no.

Ieri alla Fondazione Sardinia una trentina di persone si sono incontrate per parlare in sardo e per parlare del futuro della lingua sarda. Non in Sardegna, ma nelle nostre vite. Come spesso capita in questi casi, ci si è dilungati, il semplice punto all’ordine del giorno si è dilatato in delle lunghe analisi sulla politica linguistica e sull’uso della lingua sarda in vari contesti. È stato un punto di partenza molto partecipato, che ha visto assieme persone anche molto diverse fra loro. Per questo è stato interessante.

Cagliari è una città aperta e ricca di esperienze, dove negli ultimi vent’anni, anche nei momenti più difficili, ogni istanza (anche la più minoritaria) ha visto riconosciuto il suo legittimo margine di manovra. E questo è un bene: perché il futuro della lingua sarda si deciderà a Cagliari, non altrove. La sfida finale è qui. Se il sardo viene dimenticato a Cagliari, nel resto dell’isola sparirà lentamente; se il sardo troverà legittimazione a Cagliari nel resto dell’isola chi si batte per la nostra lingua troverà ancora più forza.

La strada da compiere è molto lunga, ma forse un tratto senza rendercene conto lo abbiamo già compiuto.

L’idea è molto semplice: lasciamo le politiche linguistiche a chi di dovere e noi facciamo il nostro, di dovere. In altri contesti lavoreremo perché, attraverso una dinamica che parte dall’alto, la lingua sarda venga preservata attraverso strumenti legislativi adeguati e iniziative necessarie. Anche a me piacerebbe che il sardo venisse utilizzato per insegnare in tutte le scuole, ma purtroppo è una decisione che attiene alla politica, non a me. Io posso fare pressione, ma niente di più.

Io invece posso direttamente fare qualcosa di più semplice: parlare in sardo.

L’iniziativa sulla quale stiamo lavorando è quella di organizzare dei flash mob linguistici a Cagliari. Cosa significa? Che in più punti della città si parlerà in sardo su temi vari e “normali”, per coinvolgere le persone che il sardo lo parlano ancora o che vorrebbero riprendere a parlarlo.

Il prossimo incontro organizzativo è stato fissato per giovedì 20 dicembre (e non mercoledì, come precedentemente annunciato) alle 17.30, sempre nella sede della Fondazione Sardinia, in piazza San Sepolcro 5 (quartiere Marina) a Cagliari.

Come ogni mobilitazione che parte dal basso non vogliamo né possiamo darci limiti. Il gruppo che si sta creando grazie alle sollecitazioni lanciate su questo blog e al lavoro portato avanti da anni dalla Fondazione Sardinia, è aperto ad ogni proposta.

Ripeto: non vogliamo né dobbiamo riscrivere la politica linguistica della Regione. Dobbiamo invece spingere perché la lingua sarda e il casteddaio a Cagliari tornino ad avere un ruolo e una nobiltà. Perché il casteddaio è la lingua di questa città, perché il sardo è la nostra lingua. Come l’italiano, è chiaro. Ma non meno dell’italiano.

So che qualche mio amico guarda con stupore a questa mia “campagna” a favore della lingua sarda. Forse non sa che Radio Press, l’emittente nella quale ho lavorato e che ho diretto per anni, è sempre stata all’avanguardia nella produzione di programmi e notiziari in sardo, a partire addirittura dalla fine degli anni ’90.

E in ogni caso, questo per me è un passo ulteriore in un percorso che ho iniziato tanto tempo fa. A metà degli anni ’90 con un gruppo di amici decidemmo di fare del volontariato culturale, aprendo ai cittadini monumenti chiusi da anni. Personalmente avevo capito che la città aveva bisogno di rispecchiarsi nella sua storia per trovare la direzione verso cui andare, e la valorizzazione dei beni culturali era funzionale a questo obiettivo. Ora la città ha bisogno di riscoprire la sua lingua.

Certo, che dei ragazzi di vent’anni ogni domenica regalassero delle visite guidate era una cosa un po’ strana, uno a vent’anni la domenica si sveglia tardi perché il giorno prima è andato a ballare oppure d’estate se ne va al mare.

Sì, forse anche allora qualcuno ha guardato storto quel gruppo di giovani un po’ fissati. Però da quella esperienza è nato “Cagliari Monumenti Aperti”, una manifestazione che poi si è diffusa in tutta la Sardegna.

Ecco, io ieri ho sentito lo stesso spirito, la stessa voglia di mettersi in gioco e di guardare lontano. Forse per troppo tempo abbiamo creduto che il futuro della lingua sarda non dipendesse anche da noi. E in questo modo abbiamo perso fin troppo tempo. Mettiamoci alla prova: il momento è questo.

 

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